La crisi del ‘made in EU’

Articolo pubblicato il 08 settembre 2003
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 08 settembre 2003

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Quando l’intellettuale si importa. L’Europa si nutre anche di pensatori "off shore".

Sarà per l’effetto della globalizzazione transfrontaliera o per l’europeizzazione ottenuta ed anelata da molti pensatori e critici, quel ch’è certo è che molti intellettuali nati sull’altra sponda dell’oceano Atlantico hanno ottenuto un posto come leader di opinione nel vecchio continente.

Tanto per i "localismi", come l’embargo a Cuba o il movimento zapatista in Messico diretto dal comandante Marcos nel Chiapas, o l’estradizione di dittatori e genocidi latinoamericani, come per le questioni di politica internazionale (dato il tipo di forze implicate) come la guerra in Afghanistan o il conflitto iracheno, molti pensatori "stranieri" vengon a dibattere sulle tribune intellettuali più rilevanti d’Europa.

Mario Vargas Llosa (Perù), Carlos Fuentes (Messico), Eduardo Galeano (Uruguay), Lula Da Silva (Brasile), Héctor Bianciotti (Argentina), Gabriel García Márquez (Colombia), o Rigoberta Menchú (Guatemala) sono alcuni di questi intellettuali sud-americani che, al momento di dibattere su questioni mondiali, riempiono le pagine dei giornali più prestigiosi d’Europa di opinioni, testimonianze e, in parecchi casi, da veri e propri protagonisti dei processi storici.

Il discredito delle utopie

Così il sequestro che soffre Cuba da così tanto tempo come la successiva – assai successiva – fucilazione di tre dissidenti cubani, ha tirato nuovamente alla luce il dibattito sull’isola caraibica e sulla rivoluzione castrista. Lo scrittore e poeta Mario Benedetti (uruguaiano), il suo conterraneo Eduardo Galeano, Adolfo Pérez Esquivel, argentino, furono alcuni dei protagonisti del dibattito apertosi in Europa, dibattito che terminarono confrontandosi anche con altri intellettuali "extra-europei" ma con una visione abbastanza più a destra dell’"unione."

Senza scendere nei rapporti personali, alcune delle più infuriate diatribe dialettiche si rivelarono tra Mario Vargas Llosa e lo stesso Benedetti. Ambedue hanno cambiato il loro paese col territorio spagnolo, a forza di esili e sventure. Mentre Vargas Llosa vive quasi permanentemente a Madrid, Benedetti si alterna tra la sua terra e la capitale spagnola. Il peruviano ha ricevuto critiche da tutti i lati per il suo vezzo di sottovalutare le utopie. "Chi ha voluto istituzionalizzarle ha ottenuto un risultato catastrofico". Eppure per Benedetti, come per tanti altri, è più importante esser realistici e chiedere ciò ch’è impossibile. Dopo tutto, il discredito delle utopie ha sempre rappresentato la migliore arma di una destra intelligente.

A questo dibattito si è aggiunto anche Carlos Fuentes, scrittore messicano, che ha insistito nella sua posizione contro la politica abusiva ed imperiale degli Stati Uniti contro Cuba su diversi giornali europei. Ciononostante è necessario chiarire che all’interno del quadro degli intellettuali di sinistra, quasi tutti si sono sforzati di chiarire che non ci tengono neppure a dialogare con la politica totalitaria ed abusiva del governo cubano contro i suoi propri cittadini.

Magari con minore fama, ma non per questo con minori meriti, si iscrive alla lista degli intellettuali importati anche Héctor Bianciotti, nato in Argentina ed esiliato a causa dei processi politici che impedirono ai peronisti di presentarsi alle urne negli anni 50. Come scrittore fu il primo latinoamericano a venir ammesso nel secolo scorso all’Académie Française, centenaria istituzione creata dal cardinale Richelieu nel secolo XVII. Dopo tanti anni di esilio, Bianciotti scrive come un francese, con sintassi francese e addirittura con un punto di vista francese. Eppure, nonostante tutto, ognuna delle sue frasi respira aria argentina.

La cosa paradossale di questo "scambio" di intellettuali tra paesi e continenti è che anche l’Europa si trova a esportarne. Il caso più conclamato dai mass media è quello di Jesús Martín Barbero, un guru della comunicazione in tutta l’America latina, che ha da sempre enfatizzato il modo in cui i media in modo massiccio si appropriano delle culture popolari e le trasformano, tema ricorrente dei suoi studi. La sua residenza stabilita in Colombia e la sua nazionalizzazione per adozione in questo paese ha fatto sempre dubitare coloro che ne hanno studiato le origini. Sarebbe potuto apparire come l’ennesimo intellettuale "importato" e inceve è... spagnolo! Emigrato a Cali negli anni sessanta come professore di filosofia, ha detto sempre che, da allora, per quanti nutrivano interessi sociali o politici l’"Europa sembrava abbastanza noiosa".

Per la pace

La sottomissione di molti paesi latinoamericani e le dittature che spianarono con le generazioni politiche nascenti, ararono il terreno sul quale nacquero nuovi intellettuali. Furono così – e continuano ad essere – le voci di denuncia e di condanna in Europa di quel che accade negli angoli remoti del «cono» meridionale. Rigoberta Menchú Tum, discendente indigena della cultura maya, è riuscita a far conoscere, dalla sua tribuna dell’Unesco e tramite l’ONU, le miserie dei popoli indigeni nel suo paese ed in tutto il continente. Dopo tutta un’odissea di esili, fu premiata nel 1992 col Premio Nobel per la Pace ed è attualmente uno dei leader di opinione più seguite per ciò che concerne i conflitti indigeni.

Torture, vessazioni e maltrattamenti trasformarono un altro premio Nobel per la Pace, Adolfo Pérez Esquivel, in uno dei difensori più acerrimi dei diritti umani nel mondo. Il suo lavoro nelle organizzazioni pacifiste dell’America latina lo trasformarono in un bersaglio diretto dei militari che governarono l’Argentina negli anni ’70. Dopo aver sofferto 14 mesi di prigione, continuò nella lotta per i diritti umani e fu uno di coloro che testimoniarono in Europa le atrocità in cui versava il paese argentino. La promozione di una campagna internazionale affinché le democrazie di tutto il mondo conoscessero queste aberrazioni lo trasformarono in un altro degli intellettuali "for import."

Gli intellettuali rispetto a Marcos

Tra tanti altri temi, la ribellione del sottocomandate Marcos in Chiapas (Messico) è stato un’altra delle luci sulla quale i progressisti europei cercarono di pensare come ad un intellettuale off shore. Le possibilità che questo personaggio si trasformasse in un leader planetario contro la globalizzazione ed il neoliberalismo infiammò nel vecchio continente le voci degli intellettuali messicani che sostengono la liberazione delle 57 etnie pretese da Marcos.

Roger Bartra, saggista della sinistra di questo paese, è stato molto critico con le visioni che venivano date di quel che succedeva lì e finendo per incolpare i più di fare "turismo rivoluzionario". Dalle tribune europee cercò di chiarire i motivi della lotta zapatista e così ottenne l’avallo di Noam Chomsky, intellettuale di sinistra per antonomasia che non scartò la possibilità che Marcos, attraverso il vincolo con altri gruppi sociali del mondo, potesse cambiare la storia contemporanea.

Tutti ed ognuno di questi intellettuali, una lista che potrebbe essere interminabile, contribuiscono ad un sguardo più vicino dei conflitti che attentano alle democrazie ed ai diritti umani in tutto il mondo. Alcuni di essi vivono nel continente, il che fornisce alle loro critiche una visione molto più estesa. Il fatto che l’Europa "importi" le sue opinioni, crea una maggiore ricchezza su qualunque dibattito esposto e ci avvicina, anche se nell’ottica europeistica di molti di essi, a storie e processi di sottomissione locali al potere globalizzante.