"La costruzione europea? deve essere new global. O non sarà"

Articolo pubblicato il 28 maggio 2003
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 28 maggio 2003

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Intervista a Julien Luçon, membro del coordinamento europeo del Contro-Vertice del G8 a Evian, organizzato dalla galassia dei movimenti no global.

Come si organizza il contro-vertice del G8 a livello europeo? In questo vertice sono coinvolti tutti gli europei?

La maggior parte delle iniziative è concentrata in Francia e in Svizzera, principalmente intorno al Lago Lemano. Le prime concertazioni europee hanno avuto luogo all’epoca del Forum Sociale Europeo di Firenze, nel novembre 2002. Dei francesi, degli svizzeri, ma anche dei belgi, degli inglesi, degli italiani e degli spagnoli, hanno partecipato

e si sono poi incontrati nuovamente durante il Forum Sociale Mondiale, a Porto Alegre.

L’idea era quella di creare un quadro di coerenza per le varie iniziative e la loro preparazione. E di farle convergere ad Evian.

State riscontrando la formazione di un vero movimento europeo, oppure le iniziative rimangono segmentate a livello nazionale?

C’è una dimensione europea. Non interamente europea. Ma di sicuro non più esclusivamente nazionale che si deve alla dinamica lanciata dal Forum Sociale Europeo.

Il Forum Sociale di Firenze ha dato veramente uno slancio?

Sì. Oggi gli inviti, i resoconti, i testi, gli annunci di iniziative e di mobilitazione sul G8 circolano su liste europee, dove ci sono migliaia di persone, non soltanto in Europa occidentale, ma anche in quelal dell’Est. Ci sono aperture anche verso Sud, verso il Mediterraneo.

Esiste una compattezza europea su questi temi?

La guerra in Iraq ha creato una situazione inedita. E’ stata un elemento fondamentale per il movimento, perché l’ha compattato.

Si è trattato della nascita di una opinione pubblica europea?

Europea e mondiale credo, con un vasto movimento contro le guerre, che ha consolidato il movimento antiglobalizzazione. Le questioni che riguardano i diritti sociali ed economici sono temi caldi, che in Europa mobilizzano fortemente l’opinione pubblica. Ne abbiamo avuto la conferma in occasione del Forum Sociale di Firenze.

Riguardo alla costruzione europea, che purtroppo non fa che svilupparsi in linea col regresso sociale ambiente, c’è una reale comunanza di interessi dei movimenti europei, anche nei paesi candidati. La riflessione è già iniziata su servizi pubblici, pensioni, finanziamento delle politiche pubbliche, problema del fisco…

Sembra che la natura della mobilitazione contro il G8 stia cambiando: da grosse manifestazioni molto visibili mediaticamente come Seattle o Praga, si starebbe passando ad iniziative più strutturate in termini di proposte, ma più discrete. Conferma questa impressione?

Per quanto riguarda l’organizzazione, Genova era fortemente strutturata. Lo stato della loro preparazione era più visibile del nostro, già da vari mesi prima. Erano successe molte cose, non soltanto manifestazioni massicce, ma anche dibattiti, mostre, iniziative. L’abbiamo affrontata peggio in termini di visibilità preliminare, ma le manifestazioni di Evian saranno ad ogni modo visibili. Piuttosto si iscrivono in un contesto diverso da Genova.

Genova ha avuto luogo prima dell’11 settembre, in un contesto di forte crescita del movimento cosiddetto “new global”, e veniva a coronamento di diversi vertici. Ed è vero che la gestione di Genova da parte delle autorità italiane ha largamente contribuito a delegittimare ancor più il G8.

Oggi non siamo in quella situazione. Il contesto è segnato dalla politica estera americana – aggressiva, unilaterale, bellicosa -, dalla crisi fra le grandi potenze svelata dalla guerra in Iraq, ma ugualmente da tensioni forti nei diversi paesi - ricchi e non – con una crescita degli estremi (estrema destra, fondamentalismo…) e una situazione sociale segnata dalla rivoluzione conservatrice neo-tatcheriana. Tutte cose che fanno sì che il movimento rimanga credibile, ma che lo costringono a prendere in considerazione altre tematiche, facendolo divenire anche molto più complesso da gestire politicamente.

Perché contestare il G8? In fondo è un forum di scambio, come Porto Alegre.

Sottolineiamo l’illegittimità del G8 proprio perché non costituisce un forum di scambio. E’ un club che non emana da nessuna domanda democratica; che procede dal 1975 su un’agenda che corrisponde agli interessi dei paesi industrializzati. Il peso dei governi del G8 è considerevole nelle istituzioni internazionali – sono gli “azionisti maggioritari” dell’FMI (Fondo Monetario Internazionale ndr) e della Banca Mondiale – e detengono il 60% del prodotto interno lordo mondiale.

Quello che contestiamo è il ruolo di cui il G8 si è investito nel funzionamento dell’ordine internazionale. In nome di che cosa otto paesi decidono delle scelte politiche mondiali, indipendentemente da ogni dibattito politico con altri paesi, altri governi, e con i popoli?

Se davvero c’è un’istituzione legittima per assumere questo ruolo, secondo noi, sono le Nazioni Unite. E’ sì un’istituzione imperfetta, ma non per questo non riformabile. Per di più, da oltre venticinque anni, se si guarda il divario fra le dichiarazioni e la realtà dei fatti, la sparizione del G8 sarebbe senza conseguenze.

Il G8 ha però intrapreso delle iniziative, sull’azzeramento del debito per esempio…

Quali iniziative? Il G8 di Colonia (1999) ha invocato una riduzione del debito dei paesi poveri per di più largamente insufficiente in confronto alla posta in gioco e ai bisogni reali. Chiediamo da molto tempo un vertice sul debito. Che Jacques Chirac, padrone di casa del G8, proponga un vertice delle Nazioni Unite sul debito nel quale la società civile potrà intervenire. E nel quale avremmo molte cose da dire…

Siamo passati dal “no global” al “new global”. Quali sono le proposte sulle quali preferite porre l’accento?

Sulla questione della governance mondiale, insistendo sul suo carattere antidemocratico, e tenendo in conto la questione dell’egemonia americana.

Il Summit Per un Altro Mondo (organizzato nel quadro del contro-G8 ndr) ruota intono ai temi proposti dalla presidenza francese del G8: NEPAD (Nuova partnership per lo sviluppo in Africa nda), responsabilità sociale delle industrie, acqua, conflitti legati all’estrazione mineraria, terrorismo.

In termini di proposte, un certo numero di movimenti ha voluto mostrare che era possibile mettere in atto delle relazioni sociali diverse da quelle dettate dal capitalismo: i villaggi alternativi del contro-vertice avranno anche questa aspirazione.

Credete che l’Europa possa giocare un ruolo rispetto all’egemonia americana nel governo mondiale? Oppure in fondo l’UE è anch’essa uno spazio che tende verso il neoliberismo?

E uno spazio nel quale le politiche neoliberiste sono imposte. E questo per ragioni storiche… L’Europa può giocare un ruolo, ma non bisogna fermarsi a questo. Bisogna interrogarsi sulle condizioni nelle quali potrebbe giocare questo ruolo. Ed iniziare a lavorare, a livello delle forze sindacali, politiche e associative legate al movimento “new global”, per condurre la battaglia politica per trasformare l’Europa, il suo contenuto, il suo ruolo, all’interno e all’esterno delle sue frontiere. Per denunciare il suo carattere antidemocratico attuale.

C’è un movimento che si delinea in questo senso?

C’è un lavoro che si delinea sull’Europa, frutto del Forum di Firenze… Quello che la guerra in Iraq ha dimostrato, sono le fratture politiche in Europa. E dunque anche l’esistenza di un dibattito politico che si può portare avanti su scala continentale. Ci sono diversi “progetti europei”. Bisognerebbe fare in modo tale che sia il nostro ad imporsi, e dunque creare le condizioni di una battaglia politica su questo tema.

L’Europa può giocare un ruolo fondamentale nella costruzione di un mondo multipolare, anche se rimane ancora da stabilire il significato che questa parola ricopre). Numerosi paesi e organizzazioni del Sud si aspettano molto da essa. Ed al tempo stesso vediamo che oggi l’Europa, nella sua versione dominante, tende piuttosto a promuovere delle politiche neoliberiste quanto quelle americane. Se non addirittura peggiori in certi casi.