La Corte Suprema contro i pregiudizi: primo caso di affidamento di un minore a una coppia gay

Articolo pubblicato il 30 gennaio 2013
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Articolo pubblicato il 30 gennaio 2013
di Ramona Montanaro In queste ultime settimane, la questione dei diritti civili delle coppie omosessuali ha sollevato diverse polemiche internazionali, in particolar modo in Italia e in Russia.
 I due stati in vivono una situazione piuttosto delicata relativamente alle famiglie omosessuali, dal momento che, in entrambi i casi, si ha difficoltà a cercare un giusto compromesso tra la fetta di popolazione a favore e quella contraria.

In Italia sono anni che ci si batte per un’eguaglianza dei diritti civili per le coppie gay, a Napoli in particolar modo sono già tre anni che si svolge a giugno il Gay Pride e, con la nuova amministrazione, è stato istituito anche il “Registro delle Unioni Civili” (come in tante altre città del paese).

La Corte Suprema contro un "mero pregiudizio"

Ma a parlare questa volta non è stato un Comune, o comunque un ente circoscritto a una piccola fetta della popolazione, ma la Corte di cassazione, che ha disposto una sentenza che potrebbe definirsi “storica”. In un contesto come quello italiano, in cui c’è ancora tanta diffidenza nei riguardi delle coppie omosessuali, e in cui l’influenza della Chiesa non può essere sottovalutata, la Suprema Corte ha disposto il primo caso di affidamento di minore ad una madre convivente con la sua compagna.

Nel caso di specie, a rendere ancora più delicata la questione, è la posizione religiosa del padre islamico.

Quest’ultimo, infatti ,era ricorso in Cassazione per impugnare la sentenza della Corte d’appello di Brescia che poneva l’affidamento esclusivo alla madre. Attualmente in Italia l’affidamento esclusivo rappresenta un’eccezione all’affidamento condiviso, che con la modifica del diritto di famiglia del 2006 è diventata regola generale per disciplinare la vita di un figlio minore di genitori separati.

Nel ricorso alla Suprema Corte quindi il padre lamentava proprio questa disparità di trattamento, che imponeva a lui di vedere i figli ogni 15 giorni sotto il controllo degli assistenti sociali, mentre la madre, ex tossico dipendente convivente con una compagna del suo stesso sesso, gode dell’esclusivo esercizio della potestà che, in una situazione siffatta, non avrebbe garantito al bambino una sana crescita equilibrata. Almeno secondo il suo parere. La Corte di cassazione ha rigettato la richiesta del suddetto, stabilendo che le sue motivazioni erano animate da “un mero pregiudizio” dal momento che lui stesso, in sede di dibattito, non aveva dato dimostrazione provata di quali potevano essere le situazioni che apportassero disagi al minore.

La sentenza ha sollevato ampie polemiche, ma soprattutto consensi da parte di chi è ormai stanco di una latente discriminazione istituzionale, visto che non si trova un compromesso nemmeno minimamente a favore di coppie omosessuali che si vedono negati ogni giorno una serie di diritti che “dovrebbero” collimare con la loro voglia di amarsi, ma che di fatto spaccano burocraticamente a metà tutte le coppie (sia etero che omosessuali in questo caso).

Un precedente importante

Ciò che fa di questa decisione, un “evento storico” è proprio il fatto che la Suprema Corte non è un organo lasciato al caso, ma è un’istituzione fondamentale nel contesto giuridico italiano. Le sue sentenze rappresentano un criterio orientatore per la Magistratura, la quale se in alcuni casi può semplicemente ispirarsi alla Corte, in altri deve necessariamente seguire il suo dettato. Questo fa sì che oggi, la sentenza 601/2013 rappresenti un tracciato giurisprudenziale importante relativamente ai diritti civili per gli omosessuali.

Se quindi per le coppie omosessuali italiane si accende un barlume di speranza, un piccolo spiraglio di luce verso un cammino che ha come fine l’eguaglianza tra gli etero e i gay, non è lo stesso per i russi, che negli stessi giorni hanno assistito a quella che potremmo definire una discriminazione razziale.

Gli omosessuali russi, infatti, sono stati banditi totalmente dal Parlamento che, con una maggioranza quasi assoluta, ha varato una legge “anti-gay”. Da oggi in poi in Russia, “parlare” in pubblico di diritti per gli omosessuali, di amori dello stesso sesso, di gioia (perché in fondo di quello si parla), è bandito e sottoposto a pesanti multe che possono arrivare anche a 15mila euro.

La decisione ha posto sgomento negli occhi di tutto il parterre europeo, ma in particolare delle coppie gay russe, che non hanno perso un attimo per protestare, in pubblica piazza, per una norma che ricorda fin troppo la passata dittatura stalinista. Da non dimenticare infatti, che dal lontano 1934, fino al 1993 in cui fu abrogata, la Russia aveva una legge ad hoc contro le coppie gay che rischiavano il carcere per reato di omosessualità e fino al 1999 era considerata addirittura una malattia mentale.

Resta comunque il fatto che quella che è stata varata oggi è una legge “contro la propaganda omosessuale”, locuzione piuttosto ambigua che apre quindi uno scenario vasto e comprendente tutte quelle condotte che potrebbero essere punite ed occultate: dalle manifestazioni alle semplici effusioni in pubblico. Non potrebbe essere quindi definita come una legge che porta indietro lo Stato russo a quasi ottant’anni fa?

L’Italia e la Russia, che anno il comune denominatore di questa reticenza nei confronti dei gay, hanno affrontato a viso scoperto la delicata questione, con la differenza che la prima si sta lentamente avvicinando a quella che è l’idea delle coppie omosessuali nel 2013, la seconda invece a quanto pare sta compiendo passi da gigante a ritroso.

Credits: Gay Pride Napoli © pagina facebook Gay Pride Napoli; Russian discrimination © the futuristics/flickr