La Colombia, un’occasione mancata per l’Europa?

Articolo pubblicato il 31 luglio 2003
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Articolo pubblicato il 31 luglio 2003

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Analisi

Ad ottobre del 2000 la Commissione Europea ha annunciato con clamore un “Programma di sostegno comunitario” per il processo di pace in Colombia, rispondendo così al presidente Pastrana che aveva domandato agli Stati europei di “investire per la pace” di questo Paese. Sostegno politico e diplomatico, politica commerciale, politica di sviluppo: tutti gli strumenti della politica estera nascente dovevano presumibilmente contribuire a questo sforzo. Molti governi europei si sono impegnati a favorire il dialogo tra gli eserciti di guerriglia e lo Stato colombiano. L’Europa, si diceva, scommetteva sulla pace e la negoziazione. Due anni e qualche mese più tardi, nonostante la continuità d’alcuni programmi europei – soprattutto il “Laboratorio per la pace” finanziato dall’UE- , l’Europa non fa più parte del gruppo di coloro che agiscono in Colombia in prima linea. Stando alle ultime notizie, l’Unione europea ha confermato il suo “sostegno politico” agli sforzi del nuovo presidente Uribe, malgrado sia impegnato in una lotta senza quartiere contro gli eserciti di guerriglia e che ha appena annunciato un accordo di “smobilitazione” con i gruppi cosiddetti paramilitari ( descritti come i più grandi violatori dei diritti dell’Uomo dalla maggior parte dei Paesi e delle ONG europee). Le posizioni “moderate” - alcuni le definirebbero angeliche – e l’ottimismo non sono più di moda. L’azione dell’Europa sembra sempre “tra parentesi” per tutto ciò che riguarda il conflitto colombiano. Molti fattori hanno contribuito al “tirarsi indietro” dell’Europa: certo, la chiusura dei processi di pace da parte del presidente Pastrana, il discredito di cui la “via negoziale” gode nell’opinione pubblica colombiana, e la conseguente elezione di un “hard-liner” con una delle maggioranze più solide della recente storia politica colombiana …anche la recrudescenza della lotta anti-terrorista totale e le sfide dell’ampliamento e della riforma delle istituzioni europee. Soprattutto, l’azione europea in Colombia sembra riflettere in modo esemplare le ambiguità e le debolezze della politica estera europea. Essa evidenzia anche le tensioni transatlantiche e il modo deludente attraverso il quale si dipanano.

Un esempio della “dottrina europea” e del “divorzio europeo”?

Il conflitto colombiano ha offerto alle istituzioni europee l’occasione per “testare senza pericolo” lo sviluppo della politica comune, della PESC in particolare. Forse può essere utile ricordarla: nessun interesse strategico superiore giustificava un coinvolgimento dell’Europa nella situazione colombiana se non attraverso gli strumenti tradizionali dell’aiuto allo sviluppo e della cooperazione economica. Con la sua azione politica l’Europa cercava piuttosto di “sganciarsi” dagli Stati Uniti, impegnati in una collaborazione economica e militare con la Colombia, giacché principali promotori dell’iniziativa chiamata “ Piano Colombia”. L’America vedeva ( e continua a vedere) la situazione colombiana attraverso la lente dei suoi “interessi nazionali”: il traffico di droga, il commercio e la stabilità di una regione dove la loro egemonia è indiscussa. Gli Stati Uniti agiscono in Colombia con mezzi d’influenza “duri”, come l’aiuto militare e la pressione politica. Sono guidati da una chiara identificazione del loro alleato – il governo - , e del loro principale nemico – gli eserciti di guerriglia. Seguendo una “logica di potenza”, essi intendono agire sui “rapporti di forza” per strappare una negoziazione o per ottenere una vittoria militare. Per l’Europa, invece, la Colombia era l’opportunità per avere un ruolo politico che poggiasse su tre basi: la sua particolare dottrina di gestione dei conflitti che privilegia i mezzi diplomatici ed economici; l’accento sulla necessità di avvicinare le parti in causa piuttosto che obbligarle a negoziare; la visione meno manichea del conflitto colombiano.

Essa ha potuto dunque apparire come un attore importante, chiaramente opposto alla logica della forza americana, nonostante le smentite ufficiali delle due coste dell’Atlantico su una qualunque opposizione di strategie: l’obiettivo politico più o meno esplicito dell’Europa ( promuovere una negoziazione destinata alla soluzione del confronto armato ma anche affrontare le ingiustizie economiche e sociali del Paese) era in effetti in relativa contraddizione con la scommessa americana per il consolidamento delle forze repressive dello Stato colombiano.

Ora, l’entusiasmo europeo sulla possibilità di avvicinare gli attori del conflitto si è presto rivelata un po’ idealista. Da un lato la debolezza dei suoi mezzi metteva l’Europa in posizione d’inferiorità. Soprattutto, però, l’Europa non ha veramente tenuto conto nel promuovere i suoi sforzi dei fattori più “oscuri” del conflitto colombiano: le “economie di guerra” legate alla droga e ad altre forme di criminalità organizzata; l’ampiezza del sospetto tra le parti in conflitto; e la degenerazione dei metodi dei combattenti irregolari. Quest’ultima ha reso particolarmente difficile la difesa di una posizione moderata, diventata sempre più impopolare tra l’opinione pubblica colombiana. Ancor peggio, la retorica antiterrorista di moda dall’11 settembre è stata ben messa a profitto da sostenitori di una posizione dura, in Colombia e all’estero, per screditare ogni contestazione per l’inasprimento della risposta alla minaccia dei guerriglieri. Tra i difensori della linea dura, ci sono molti Paesi europei che dopo l’inizio si erano dimostrati più vicini alle posizioni americane. Il loro punto di vista si è progressivamente imposto, con il conseguente inasprimento delle misure europee contro i gruppi armati( ciò ha portato all’inclusione dei gruppi dei guerriglieri e dei paramilitari nella liste europee delle organizzazioni terroriste, al non rilascio dei visti…). Di fatto si rinunciava alle sfumature del “bersaglio politico” nel conflitto. Anche se si continuano ad esigere delle misure per migliorare la situazione umanitaria , la legittimità della lotta dello Stato colombiano non è più gravemente in causa.

Quale lezione per la PESC?

Bisogna dire che l’Europa avrebbe dovuto sin dall’inizio aderire alla posizione americana? Sicuramente no. Le supposizioni istintive sulla possibilità di “cambiare i rapporti di forze” per imporre una negoziazione o una vittoria militare non potevano probabilmente costituire una linea d’azione auspicabile – ne è testimone l’incertezza che sta alla base della soluzione del conflitto. Chi ha una “visione europea” della gestione dei conflitti ha ragione a sostenere che la sola forza militare o la minaccia di impiegarla non costituisca sempre la migliore risposta ad un problema di sicurezza , e può a volte dimostrarsi controproducente. Come dimostra, però, il caso colombiano, una valutazione precisa e realistica della situazione deve essere un’esigenza imprescindibile. Inoltre, senza un consenso forte intorno alle decisioni politiche, l’inazione europea diventa la sola risposta possibile. Il caso colombiano mostra che questo è particolarmente vero quando una posta in gioco secondaria può intaccare i rapporti transatlantici: una volta che l’opposizione è diventata meno accettabile e più costosa da un punto di vista politico, l’Europa non ha potuto far altro che battere in ritirata. La “definizione per contrasto” non può quindi essere il motore della politica estera europea.

Paola Menicacci