La Cina veste l’Europa

Articolo pubblicato il 05 dicembre 2005
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Articolo pubblicato il 05 dicembre 2005

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Opportunità e minacce della liberalizzazione del mercato tessile mondiale. L’ingresso massiccio in Europa dei capi di abbigliamento fabbricati in Cina fa vacillare l’industria tessile europea. Ecco come.

Tra il gennaio e il luglio del 2005 l’entrata in Europa di alcuni prodotti tessili provenienti dalla Cina è aumentata del 543%, secondo i dati forniti dalla Commissione Europea. Le proteste di Euratex, associazione che raggruppa i principali produttori tessili europei e di Paesi come l’Italia, la Francia e la Spagna, non hanno tardato ad arrivare. Per contrastare queste lamentale, l’Ue ha proposto un accordo per limitare le importazioni cinesi di dieci prodotti estremamente importanti per l’Europa fino al 2008. Il conflitto del settore tessile tra l’Ue e la Cina si è ripresentato in agosto, quando ottanta milioni di capi d’abbigliamento fabbricati in Cina sono stati bloccati alle frontiere con l’Ue per aver superato le quote stabilite. Dopo un mese di trattative, Pechino e Bruxelles sono arrivati ad una soluzione: la quantità che doveva entrare sarebbe entrata e tutta la parte eccedente sarebbe andata a coprire le quote del 2006.

Chi si veste e chi rimane nudo con i vestiti prodotti in Cina?

Nel corso del 2004 l’Ue ha venduto alla Cina l’equivalente di 514 milioni di euro in prodotti tessili, mentre la seconda ha esportato in Europa una quantità di vestiti per un valore di sedici miliardi di euro. La differenza è abissale e si può interpretare in più di un modo. L’entrata dei prodotti tessili cinesi non può essere considerata solo come mera esportazione. Della quantità bloccata la scorsa estate, una grandissima parte erano lotti che le grandi catene di distribuzione europea (Zara, H&M, Marks & Spencer, …) avevano commissionato alla Cina. Realizzare la produzione in paesi asiatici per abbassare i costi di produzione è una pratica che fa sì che questi grandi marchi siano tra quei pochi del settore tessile che non si vedono danneggiati dalla valanga dei prodotti cinesi.

Ad un altro livello, inoltre, la situazione non è poi così positiva. Le piccole e medie imprese del settore delle confezioni in Paesi come Italia, Francia, Grecia e Portogallo, vivono brutti momenti. E la crisi non ha certo vesti nuove: già da diverso tempo si vive questa recessione, ma gli effetti della liberalizzazione ne hanno aumentato gli effetti. Le stime della perdita dei posti di lavoro in questi Paesi sono raggelanti: La Francia ne perderà 7.000, la Spagna 70.000 e l’Italia 200.000.

Il settore tessile e delle confezioni, uno dei pilastri dell’economia italiana, soffre di una grave crisi, accentuata dalla liberalizzazione del settore e dall’emergere del made in Chinitaly: ossia quei prodotti di bassa qualità o i cosidetti "tarocchi" che gli stessi cinesi immigrati fabbricano in Italia. Ora, la lotta dell’Italia si concentra sull’etichetta e sulla specificazione dell’origine geografica dei capi di abbigliamento, requisito fondamentale che la federazione Smi-Ati (Sistema Moda Italia e Associazione Tessile Italiana) considera indispensabile per offrire una maggior trasparenza.

La Francia, che possiede la seconda industria tessile d’Europa, rifornisce con il 75 % della sua produzione i Paesi dell’Ue. L’effetto dell’ingresso dei prodotti cinesi è evidente: perdita di quote di mercato con la conseguente diminuzione dei posti di lavoro. Così si esprime Emanuelle Butaud, Direttore degli affari economici e internazionali dell’Unione dell’industria tessile francese (Uit): «Dal 2002 si è registrato una diminuzione a tassi di crescita esponenziali dei posti di lavoro, che ha fatto registrare una perdita media annua pari al 10% in termini reali».

Anche il settore tessile spagnola soffre di questa crisi. Costituito principalmente dalle piccole e medie imprese, ha visto in questi ultimi anni la chiusura di molte di esse, unitamente alla scomparsa di molte professioni legate alla confezionamento dei capi d’abbigliamento. Una delle cause che hanno provocato l’erosione del settore è la decentralizzazione delle fasi del processo di produzione (outsourcing) che alcuni giganti europei delle confezioni, come il gruppo Inditex (tra le cui marche figurano marchi quali Zara e Massimo Dutti), sta operando da più di dieci anni. La strategia di Inditex, che produce circa il 30% della propria produzione in Asia, è una buona maniera, come dichiara Víctor Fabregat, Direttore del centro d’informazione tessile e della confezione, per far fronte ad una crisi già annunciata.

Minaccia made in China?

La Cina è un immenso mercato con delle peculiarità che la rendono un concorrente difficile da superare. Quello che alcuni vedono come opportunità di affari, altri lo percepiscono come una grande minaccia. Quello che è certo, è che il volume della produzione cinese ha il potere di destabilizzare i mercati nei quali entra.

Molti sono coloro che vedono la fine del mercato tessile europeo qualora non si promuovano dei cambiamenti immediati. Inoltre la realtà è che questa è “una crisi annunciata”, come afferma Pablo Rovetta, analista di Iberglobal. «Già da dieci anni era prevista la liberalizzazione di questo mercato. Osservando il dinamismo economico cinese, era prevedibile che si sarebbe generata questa valanga di prodotti tessili. Perciò è lecito pensare che le imprese europee del settore non si siano preparate sufficientemente per competere nell nuovo scenario internazionale».

Come affrontare il dragone giallo?

Le strategie che ha adottato l’industria tessile europea si sono unificate lungo una linea di condotta principale: potenziare il valore aggiunto dei prodotti, ovvero la qualità dei tessuti e il design. Chi non ha adottato la politica dell’outsourcing o dell’apertura di mercati al continente asiatico, non ha altra possibilità che sforzarsi di offrire un prodotto differente e di qualità più alta rispetto al prezzo, così da poter competere con i prodotti confezionati. Su questa linea, Butaud rilevava la necessità di sviluppare la ricerca nel settore tessile e proteggere la proprietà intellettuale sui prodotti tessili. Bisogna cominciare ad elaborare strategie, dal momento che le previsioni del futuro non sono molto allettanti: secondo la Banca Mondiale, infatti, la Cina arriverà a controllare in pochi anni più della metà del commercio mondiale dell’abbigliamento.

Hanno collaborato a questo articolo: Prune Antoine, Ilaria La Commare e Albert Salarich da Parigi