La casa del fuorisede

Articolo pubblicato il 16 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 16 gennaio 2015

Quando per la prima volta ti riferisci alla tua nuova città come a "casa" e vedi negli occhi dei tuoi amici e parenti quel misto di sorpresa e tristezza, inizi a dubitare della tua appartenenza ad un luogo in modo assoluto.

Sono 20 mila i laureati 2012 residenti in Puglia che hanno deciso di intraprendere un percorso formativo in un ateneo fuori regione: quasi un terzo del complesso dei laureati pugliesi” (Almalaurea).

Le migrazioni da e per l'estero di cittadini italiani con più di 24 anni di età (pari a 21 mila iscrizioni e 53 mila cancellazioni) riguardano per oltre un quarto del totale individui in possesso di laurea. La meta preferita dei laureati è la Germania” (ISTAT).

Con il finire dell’anno si sono sprecati i servizi (tutti molto simili) dei vari telegiornali su quanto ogni anno cresca il numero degli italiani che vanno all’estero, sui giovani laureati che hanno fortuna altrove, su chi ancora da sud va verso un indefinito nord. Io, pugliese, faccio parte di questi ultimi, di coloro che, almeno per il momento, si sono “limitati” ad emigrare dal sud al nord dell'Italia. Le percentuali sciorinate in televisione mi smuovono sempre un certo moto di empatia per le persone che stanno dietro quei numeri. E' quello il momento in cui realizzi che sei una delle tante unità percentuali delle statistiche sull’emigrazione giovanile: ascolti le miriadi di ragionamenti che esplorano le cause socio-economiche dell’emigrazione e le sue conseguenze. Qui mi soffermo su un altro aspetto, poco raccontato: quello emotivo. Per chi è andato via, le festività diventano un’occasione per riflettere su cosa si è lasciato, su cosa si ritrova e su cosa si potrebbe trovare andando avanti.

Le vacanze di Natale sono ormai finite. Come ogni anno, gran parte della popolazione fuorisede è tornata all’ovile per festeggiare in famiglia e con i vecchi amici. Fra questi ci sono anche io. Ogni anno che passa, rientrare diventa sempre più strano, soprattutto quando a casa si torna poco perché il posto in cui si studia non è esattamente dietro l’angolo.  Ogni anno il "Ritorno" si svolge secondo un ciclo che ho imparato a conoscere e si ripete sempre uguale ma in modo sempre più intenso.

I primi giorni: la gioia ritrovata

I giorni precedenti alla partenza, le nostre dispense da studenti sono vuote e buie: perché sprecare i pochi soldi rimasti quando di lì a poco riscopriremo la gioia di un pasto vero? Ed è così che affrontiamo l’ultima cena a base di yogurt e banana, pensando già alla parmigiana di mamma che il giorno successivo ci accoglierà dopo le 145 ore di intercity.

I primi giorni, il figliol prodigo vive in una specie di stato onirico fatto di ingozzamenti, non curanza dell’igiene personale e tanto, tanto dormire. Dopo le prime 48 ore, ogni velleità di indipendenza viene messa da parte, per cui ti godi tua mamma che ti prepara i pasti mentre ti droghi dei peggiori programmi televisivi partoriti dalla mente umana.

Poi arriva il momento di risentire i vecchi amici, quelli che hai lasciato in città e quelli che, come te, sono partiti, ma altrove. Ti fai una doccia dopo giorni di poltrimento e provi un sincero divertimento nell'andare nei soliti posti che nell’ultimo periodo, prima di andare via, avevi detestato con tutta te stesso. E tutto diventa un elogio dei bei tempi andati.

I giorni di mezzo: il pentimento

Poi passa la tre giorni di Natale: 24, 25 e 26. Sei gonfio di cibo e dei discorsi casuali su politica e attualità che contraddistinguono le cene e i pranzi di famiglia. Dopo quasi una settimana che sei tornato, ti chiedi dove sia finito il silenzio che caratterizzava la tua casa di studenti, dove la domenica mattina, dato che di solito alle 11 siamo tutti impegnati a smaltire una sbronza, il silenzio è sacro. Invece, a casa dei tuoi, alle 08:45 del mattino tua madre ti chiede se per pranzo vuoi la lasagna, la fettina di carne oppure il brodo depurativo. La televisione accesa durante i pasti inizia a snervarti perché non ci sei più abituato. Di solito, a cena con le tue coinquiline, si parla e si scherza. Qui invece noti come, durante la tua assenza, la televisione abbia assorbito la mente dei tuoi genitori.

I soliti posti iniziano a connotarsi proprio per quello che erano: soliti vecchi posti ormai privi di qualsiasi attrattiva. Senti gli amici di “su” e ti prende un po’ male, perché non saranno gli amici di una vita, ma sono i tuoi amici ora. I vecchi amici li ami con tutto te stesso ma spesso, nelle piccolezze, ti accorgi di quanto la distanza abbia iniziato a farsi sentire. Quando si smette di parlare dei vecchi tempi, e i discorsi iniziano a riguardare il futuro, diventa sempre più chiaro come tutto sia cambiato, come tutto stia cambiando.

Gli ultimi giorni: What if…?

E poi arrivano le 72 ore prima della partenza. Hai passato l’ultima settimana a sbuffare perché non riuscivi ad organizzare Capodanno, e poi Capodanno è arrivato e andato via e tu sei contento perché hai ritrovato un po’ della tua vita da fuorisede passando il primo dell’anno abbracciato alla tazza del cesso, dopo che Dio solo sa cos'è successo la notte prima. Certo, c’è l’imbarazzo che in bagno con te non c’è la tua coinquilina a salvarti il culo ma tua madre, con il prete che cerca di farti un esorcismo.

E rimangono tre giorni.

All’improvviso realizzi come tutto ti stia già mancando perché, infondo, ti stavi già riabituando a casa e ai tuoi amici storici che, per quanto sembrino sempre più diversi, sono comunque quelli con cui sei cresciuta. E senti quella strana sensazione di ottundimento, piano piano ti allontani e le cose intorno a te si fanno sfocate. Inizi a chiederti: «Cosa sarebbe successo se non fossi mai partita e se facessi ancora parte della loro vita in pianta stabile? Ho davvero scelto io questo?».Vale per gli amici e vale per la famiglia. I tuoi genitori, anno dopo anno, diventano più vecchi e tu non sai quando (e se) farai mai di nuovo parte della loro quotidianità.

Fai la valigia per l’ennesima volta. All’apparenza è solo l’ennesimo viaggio di ritorno ma, dentro di te, lo vivi come l’ennesimo abbandono. Cosa sarebbe successo se…? Amici e parenti ti chiedono «Ma quindi, quando torni?»: una domanda semplice e allo stesso tempo così complessa! Rispondi in maniera vaga, cercando di respingere il dubbio che forse non ci sarà nessun ritorno a breve.

Poi torni alla tua vita “su”. Ritrovi anche li' i volti sorridenti che ti aspettano, c’è anche lì qualcuno che ti dice: «Mi sei mancata, raccontami tutto!». Ritorni alla tua solita routine e il pensiero di cambiarla ti sembra giorno dopo giorno sempre più assurdo, un sogno spinto da una vaga nostalgia non tanto di un luogo, ma di un tempo della tua vita.

Flash della vita che non hai vissuto continueranno a venirti in mente ma, più andrai avanti, più ti farai forte per ignorare quelle sirene che ti rivorrebbero a casa. Perché, per quanto sia bello tornarci, forse quella non è più casa e forse non lo è nemmeno il luogo dove vivi ora. Sei in questa nuova città da 2, 3, 5 anni. Hai stretto dei legami, ma tutto è così precario! Tutti continuano a spostarsi come delle trottole impazzite alla ricerca di un altrove migliore. Ti accorgi quindi che lo stesso desiderio che ti ha spinto ad andare via a 19 anni si ripresenta a 25, solo che ora l’entusiasmo è smorzato dal realismo, dall’aver toccato con mano cosa voglia dire lasciare indietro chi ami e quanto sia bellissimo (ma doloroso) notare che altre persone si fanno largo nella tua vita e, mentre tu sei lì a cercare di non farle sembrare un rimpiazzo, realizzi che anche loro potrebbero, prima o poi, esserti lontane.

E’ passato un altro viaggio, capire qual è casa diventa sempre più difficile. Casa diventa un concetto sempre più labile e astratto, realizzi come casa sia un evento collocato nello scorrere del tempo più che un luogo fisico. Ci sono momenti in cui, indipendentemente dal luogo, arriva un qualcosa che ti fa dire «questa è casa!» ma quello stesso luogo, di lì ad un mese, diventerà semplicemente «qui». Da un certo punto di vista sai che sei fortunato, che ci sono tanti altri che avrebbero voluto andarsene ma non ci sono riusciti. Eppure invidi un po' chi non ha mai provato quel misto di desiderio di conoscenza e insofferenza che ti ha portato ad andare via. Perché la verità è che una volta che si parte, tutto può diventare casa, e nulla lo è più, mentre chi non ha esperito sulla propria carne cosa vuol dire “altrove” non capirà mai né le tue gioie, né i tuoi dolori. Invidi quelle vite cosi regolari nel loro scorrere, dove non ci sono fratture segnate dai binari dei treni o dai check-in dei voli, ma ne sei spaventato.

La tua incapacità di capire dove sia la tua casa è diventata anche la tua principale forza, perché puoi fare di ogni posto, il tuo posto.

Per concludere, cari babeliani, vi consiglio questo documentario dove due fratelli di un paese della Puglia, Manfredonia, hanno provato a rispondere alla domanda: «Partire o restare?»