La Brexit mette in pericolo il futuro della nostra generazione

Articolo pubblicato il 27 giugno 2016
Articolo pubblicato il 27 giugno 2016

(Opinione) Ancora una volta i grandi hanno trionfato sui piccoli, i vecchi hanno deciso per i giovani. Ma questo non è stato imposto: i giovani hanno semplicemente rifiutato di esprimersi. Segno che la campagna referendaria, giocata più sulla paura che sulla costruttività, non li ha minimamente tenuti in conto. Ed essi non hanno compreso quanto fosse invece importante andare a votare.

Si è già detto e scritto molto sul baratro che il referendum ha creato nella società britannica tra le fazioni "Brexit" e "Bremain". La divisione, di fatto, si accentua soprattutto tra giovani e anziani. Ancora una volta i vecchi hanno votato contro gli interessi dei giovani e quest'ultimi saranno ora costretti a vivere con le decisioni che qualcun'altro ha preso per loro. Secondo la piattaforma YouGov  il 75% dei giovani dai 18 ai 24 anni ha votato per rimanere nell'UE, mentre la percentuale si abbassa al 56% tra coloro che hanno dai 25 ai 49 anni. Per giungere infine allo striminzito 39% degli over 65 ha optato per un futuro all'interno dell'Unione Europea. I dati parlano chiaro: la voglia di uscire cresce parallelamente all'età dei votanti.

Tuttavia i giovani britannici non sono solo la fascia della popolazione che dovrà vivere per più tempo con gli effetti di questo referendum, ma sono anche coloro che ne subiranno maggiormente le conseguenze. Parliamo appunto di ragazzi che sono abituati a quella libertà di movimento tipicamente europea, non importa che si viaggi per piacere, lavoro o studio: i confini per loro non ci sono mai stati finora. E non finisce qui: le università inglesi ricevono finanziamenti dall'Europa per miliardi di euro, ed anche il campo della ricerca è fortemente dipendente dall'UE, sia sul piano dei finanziamenti che su quello delle cooperazioni. In altre parole, la Brexit va a mettere in pericolo molte future professioni nel campo della matematica, delle scienze e della tecnica, ovvero tutte attività fondamentali per il futuro di una generazione. Inoltre, in questo scenario c'è da aggiungere che la disoccupazione giovanile è già al 13,7%.

Già nel periodo immediatamente precedente al referendum una cosa era chiara a tutti: i giovani sarebbero stati i votanti che avrebbero avuto il maggior impatto finale, ma evidentemente questa responsabilità non è stata presa abbastanza sul serio. David Cameron si è perfino iscritto su Tinder, un'app per incontri,  pur di raccogliere voti per il Remain. Probabilmente nell'illusione che questo potesse servire a far andare a votare dei giovani che oggi non si rispecchiano in nessun partito politico. La campagna referendaria è stata praticamente gestita solo da persone "di una certa età": sia la fazione del Brexit che quella del Bremain hanno infatti puntato tutto esclusivamente sul sentimento della paura. Sì, proprio la paura di quello che sarebbe successo se gli elettori avessero preso la decisione sbagliata. David Cameron, ormai ex Primo Ministro, avrebbe potuto battersi per trasmettere ai giovani tutto quello che c'è di positivo nell'Unione Europea, ma evidentemente non lo ha fatto. 

Ogni voto pro Brexit è stata una negazione delle speranze e dei sogni dei giovani britannici ed europei, in poche parole. Una dimostrazione del fatto che le politiche nazionaliste e di isolamento possono sempre trionfare, e che la paura può vincere sull'ottimismo. Sì, i giovani saranno anche il futuro, ma su questo futuro... Chi ci investe?