La Brexit, i Balcani e l'UE: si viene e si va?

Articolo pubblicato il 31 maggio 2016
Articolo pubblicato il 31 maggio 2016

Nei Balcani molti Paesi vorrebbero ancora entrare nell'Unione europea, mentre il Regno Unito potrebbe essere sul punto di andarsene sbattendo la porta. Come viene percepita la possibile Brexit da coloro che da anni chiedono di poter entrare nell'UE (ma nel frattempo continuano a guardarsi intorno)?

«Ti posso dire subito che qui nessuno ne parla affatto». Nedim Hadrovic mi interrompe non appena iniziamo a parlare di Brexit. Viste da Sarajevo, le questioni europee sono da oltre un decennio al centro delle riforme economiche e politiche in Bosnia Erzegovina, ma non entusiasmano più di tanto l’opinione pubblica. 

Mentre si avvicina il referendum del 23 giugno sulla possibile uscita del Regno Unito dall’UE, c’è chi come la Bosnia Erzegovina chiede ancora di entrare in Europa, e a febbraio 2016 ha presentato formalmente la propria candidatura: l'obiettivo è ottenere lo status di Paese candidato entro la fine del 2017.

Che aria si respira tra chi ancora vuole entrare?

Nedim Hadrovic è un giornalista freelance, ha 25 anni ed è tornato a Sarajevo dopo essere cresciuto tra Germania, Medio Oriente e Asia. Buona parte delle riforme prioritarie per il suo Paese, sostiene, derivano dall’intenzione di diventare un membro dell’UE. «Economicamente ci sono grosse disparità tra gli Stati che aspirano a entrare nell’Unione europea, ma ogni dibattito parlamentare è perlopiù favorevole a cambiare la legislazione nazionale per venire incontro alle regole comunitarie» conclude Nedim.

A controbilanciare il vento europeista, la Bosnia Erzegovina resta un Paese paralizzato dall'intricato sistema amministrativo, stratificato su nazionalismi e quote etniche, così come sancito dall'accordo di Dayton del 1995. «La politica estera bosniaca è in qualche modo neutrale per via di interessi interni in conflitto, e la casta politica raramente discute di Brexit, soprattutto ora con le elezioni locali dietro l'angolo», spiega Rašid Krupalija, redattore di Bosnia Daily. Persino il censimento del 2013 si trasforma in un percorso ad ostacoli: i risultati non sono stati ancora pubblicati per «divergenze metodologiche» con Eurostat.

Cinquecento chilometri più a sud, al crocevia della Balkan Route percorsa dai migranti, in Macedonia ci si interessa con moderazione al Regno Unito sul punto di sbattere la porta dell'Europa e andarsene. «I mass media macedoni ne parlano, ma non dedicano alla Brexit troppa attenzione. Forse su Internet e in TV se ne discute un po’ di più», racconta da Bistola Dragi Pavlovski, 27 anni, coordinatore finanziario nel settore delle ONG.

Anche la Macedonia vuole entrare in Europa, ha già ottenuto lo status di Paese candidato nel 2005, ma la sua adesione è bloccata dal veto greco per una disputa sul nome ufficiale dell’ex Repubblica jugoslava. «Più il tempo passa, più l’euroscetticismo cresce anche qui, visto che i negoziati con l’UE vanno avanti da più di 10 anni e ancora non ci sono progressi», lamenta Dragi. L’instabilità politica, le recenti proteste contro il governo e contro la corruzione non fanno altro che alimentare la sfiducia «nei confronti dell’occidente in generale», prosegue Dragi. «Sembra che la percezione stia cambiando e che ci si stia avvicinando di più alla Russia». Un avvicinamento testimoniato l’anno scorso dall’adesione al progetto del gasdotto russo Tuskish Stream (poi bloccato per le tensioni tra Mosca e Ankara), anche se, ad un’analisi più approfondita, si può parlare di semplice realpolitik da parte di Skopje.

Le possibili conseguenze: verso modelli alternativi?

«Dal mio punto di vista sarebbe stupido se gli inglesi votassero per la Brexit, un disastro per l’unità dell’Europa» si allarma Dragi, «ma sono loro gli unici consapevoli di ciò che è meglio per sé». Il giudizio di Nedim argomenta meglio questo aspetto: «Il problema non è la Brexit in sé, ma la minaccia per un potenziale collasso dell’UE» dice il 25enne bosniaco. «I sentimenti dietro la Brexit possono essere nobili, persino logici, ma ciò nutre la rabbia e i proclami dei collettivi conservatori e anti-UE: a causa loro l’Unione diventa il "nemico comune", percezione emersa dalle frustrazioni e dal declino economico nel Vecchio Continente, ma anche dalla crisi dei rifugiati». I bosniaci hanno sempre usato l'ironia, commenta Rašid: «Quando ci arriveremo noi, l'UE cadrà già a pezzi», si diceva. Finora ci si riferiva agli scarsi progressi della Bosnia, ma oggi l'Unione ci sta mettendo del suo.

«Non c’è dubbio che la Brexit sarebbe un duro colpo per l’idea stessa di integrazione europea,» è l’opinione di Nenad Stojanović, nato nel 1976 a Sarajevo ed oggi politologo all’Università di Lucerna. Oltre a rafforzare gli euroscettici anche nei Balcani, si teme che la Brexit indebolisca le stesse prospettive di adesione europea degli "outsider" balcanici. Dalla Svizzera – dove Stojanović si è trasferito nel ‘92 ed è stato deputato dal 2007 al 2013 – il professore ipotizza un legame inedito. «La creazione di una cerchia di paesi che non fanno parte dell’UE, ma che le sono strutturalmente (ed economicamente, n.d.r.) legati, potrebbe essere una soluzione interessante per Gran Bretagna, Svizzera, Turchia o Norvegia» afferma. «A quel punto qualche leader europeo potrebbe essere tentato di inserire in questa cerchia anche i paesi dei Balcani non membri dell’UE». Ma se il "modello svizzero" di relazioni bilaterali con l'UE «potrebbe essere esteso ad altri paesi economicamente forti», per la Bosnia, la Macedonia e i loro vicini «tale soluzione sarebbe meno vantaggiosa dell’adesione vera e propria». 

In conclusione, i Balcani occidentali si sentono più vicini o più lontani dall’Europa? «"Lontano da dove?", verrebbe da chiedersi. Francamente, è difficile saperlo. Nel 1990 la Federazione jugoslava era ad un passo dall’adesione alla Comunità economica europea, ben in anticipo rispetto a Polonia e Ungheria» sostiene Stojanović. «La CEE commise un un errore storico non offrendo subito questa prospettiva. Oggi i cittadini dei vari paesi dell’ex Jugoslavia non hanno altre prospettive – politiche ed economiche – se non di aderire all’UE. Sempre che l’UE li voglia».