La Bielorussia insorge...ma non risorge

Articolo pubblicato il 07 aprile 2017
Articolo pubblicato il 07 aprile 2017

La classica immagine del crudele dittatore baffuto che pesta brutalmente i manifestanti e sbatte in prigione gli oppositori sembra ormai relegata nella storia. Peccato che il presidente bielorusso Alexander Lukaschenko ne sia tuttora fedele. 

La manifestazione tenutasi a Minsk in occasione della Giornata della Libertà il 25 marzo è stata stroncata sul nascere. Centinaia di manifestanti liberi, tra cui pensionati e passanti innocenti, sono stati trascinati in mezzi blindati e picchiati da unità speciali della polizia nelle strade della capitale. Precedentemente la polizia aveva preso d'assalto Viasna, l'organizzazione dei diritti umani, e arrestato i presenti per impedire loro di assistere alla protesta. Non è andata meglio al Partito Verde: la sera precedente, dieci persone presenti in ufficio sono state condannate dai 10 ai 15 giorni di detenzione. Il motivo: avevano raccolto fondi, cibo e vestiti per i manifestanti in arresto. La manifestazione del 25 marzo non è stata dunque una caso isolato. Dall'inizio di marzo, ben più di 300 persone sono state arrestate in Bielorussia.

I "parassiti delle tasse" si ribellano

Da metà febbraio in tutta la Bielorussia hanno avuto luogo proteste contro il Decreto presidenziale n°3. Secondo questo Decreto, coloro che hanno lavorato meno di 6 mesi all'anno sono tenuti a versare al fisco una somma di circa 185 Euro, la cosiddetta "tassa sul parassitismo". Una cifra non da poco considerando che, secondo il Ministero degli Affari Esteri, in Bielorussia lo stipendio medio mensile ammonta a 350 Euro ed è sceso del 3,9% rispetto all'anno precedente.  Ed ecco che persone di tutte le età decidono di scendere in strada per ribellarsi, c'è chi addirittura lo fa per la prima volta.

Proteste di questo genere non hanno precedenti in Bielorussia. Sono diverse dalle classiche proteste dell'opposizione, non solo a Minsk ma anche in città più piccole o più grandi. I video su internet mostrano molti abitanti anziani e appartenenti al ceto agricolo che urlano la loro disapprovazione al Decreto e al loro Presidente. Proprio loro, pensionati e popolo rurale, erano fedeli sostenitori di Lukaschenko, che garantiva una solida stabilità sociale e pagava loro le pensioni. Si capisce dunque perché Batka (il nonno), come viene soprannominato Lukaschenko, si arrabbi quando i suoi contadini si ribellano improvvisamente.

La rabbia di Batka

Da ormai 23 anni governa la Bielorussia con pugno di ferro e senza tollerare alcuna opposizione. Lukaschenko non si fa disturbare dalle pseudo-elezioni di tutti e 5 gli anni, lo ha dimostrato nel dicembre del 2010. All'epoca, persino la sera delle elezioni, le forze di sicurezza avevano arrestato in massa candidati alla presidenza appartenenti all'opposizione, per poi sbatterli in carcere. Due di loro sono stati rilasciati dopo anni, il più recente nell'agosto 2015, Mikalaj Statkewitsch.

Lo stesso Mikalaj Statkewitsch, socialdemocratico dell'opposizione, aveva incitato insieme ad altri a partecipare alla protesta del 25 marzo a Minsk. I Servizi Segreti bielorussi lo hanno arrestato il giorno della manifestazione, negando però alcun legame in merito alla sua scomparsa. Due giorni dopo la protesta, è stato rilasciato dal KGB, che mantiene il suo nome dai tempi dell'Unione Sovietica

Le autorità hanno mantenuto la calma durante i primi segnali di malcontento contro il Decreto n°3, nel frattempo la pressione ha iniziato notevolmente a farsi sentire. Persino le opposizioni emarginate dal regime sono state stupite da quanto stava accadendo e, nelle settimane seguenti, hanno cercato di strutturare meglio e dare una direzione alle proteste spontanee ed improvvisate. All'inizio di marzo, non appena è diventato evidente che le proteste non si sarebbero fermate, il regime ha deciso di intervenire bruscamente contro le organizzazioni, i partecipanti e i mezzi di comunicazione indipendenti.

Insieme a Mikalaj Statkewitsch, anche Wital Rymascheuski e Pawel Siewjarynets, due copresidenti del Partito Democratico Cristiano, sono stati arrestati e condannati a 15 giorni di detenzione. L'associazione dei diritti umani Viasna, fondata nel 1996, conta dai primi di marzo più di 1100 arresti: 266 persone sono state punite con la carcerazione dai 2 ai 15 giorni, in 159 casi, la pena è addirittura stata prolungata.

Dopo Viasna e il Partito Verde è toccato alla TV indipendente Belsat. Il 31 marzo la polizia ha fatto irruzione negli uffici televisivi perché Belsat da settimane diffondeva informazioni sulle proteste nazionali. Anche l'attivista dell'opposizione, Zmitser Daschkewitsch, è stato preso in arresto. Il leader del "Fronte Giovani" ha scontato due anni di detenzione a causa della sua opposizione liberale al regime ed è stato riconosciuto da Amnesty International come prigioniero di coscienza. Lui, padre di due bambini, ed altri imputati sono stati accusati per incitamento a disordini di massa. Fino ad ora tutto fa pensare che le accuse del regime siano in realtà solo pure invenzioni per poterlo tenere fuori di scena per i prossimi anni.

La primavera non arriva

'A Pasqua non c'è nulla di nuovo' si potrebbe dire comparando i fatti attuali con i due decenni passati sotto il governo di Lukaschenko. Ma qualcuno non aveva già parlato di una "primavera bielorussa", che avrebbe portato l'inizio della fine della dittatura?

In precedenza non si erano mai verificate proteste su scala nazionale e comprendenti manifestanti di diverse generazioni. Molte persone sono già frustrate per la situazione economica e la "tassa sul parassitismo" peggiora ulteriormente le cose. Ma le proteste fino a questo momento non sono state un movimento di massa. La Bielorussia è uno Stato di Polizia, e non solo letteralmente. La repressione contro le opinioni discordanti sono evidenti e reali. Allo stesso tempo, in Bielorussia è anche possibile condurre una vita normale, essere felici senza intromettersi nella politica. Alcuni ci riescono e in questi casi il regime non se la prende, anzi, li lascia in pace. I media controllati dallo Stato svolgono il loro ruolo con sottile discrezione, evidenziando il pericolo di una rivoluzione bielorussa in stile Maidan e della partecipazione alle proteste.

 

All’interno dello scenario dittatoriale, si aggiunge l'eccessiva paura delle possibili conseguenze, e questo impedisce a molte persone di scendere per strada a manifestare il proprio malcontento. A Minsk, una città di quasi 2 milioni di abitanti, solamente 2000 persone hanno osato scendere in strada il 25 marzo per la manifestazione. Proprio in questa fredda giornata si è materializzata la consapevolezza che quest'anno non ci sarà alcuna primavera in Bielorussia

Certo, può anche accadere che dittature stabili da molto tempo possano improvvisamente cadere. Il popolo bielorusso spera in una vita libera, in una democrazia e in uno stato di diritto con un'economia prosperosa - esattamente come è accaduto ai tre vicini Paesi baltici, un tempo Repubbliche sovietiche.

Oltre a Lukaschenko, un altro personaggio politico nella vicina Russia non è per niente favorevole al cambiamento - Wladimir Putin. Il padrone del Cremlino considera la Bielorussia più potente dell'Ucraina, un Paese fratello a cui non può rinunciare, un punto importante del suo potere. Dopo l'annessione della Crimea nel 2014 e il sostegno di Putin ai separatisti di Donbass, un'eventuale rovesciamento di Lukaschenko potrebbe portare ad eventi imprevedibili. Nella peggiore delle ipotesi, potrebbe scoppiare una guerra o i russi potrebbero invadere il Paese. Non è una cosa improbabile. Considerando questa evenienza, Lukaschenko è solo il male minore. Quasi sicuramente non lascerà il potere di sua volontà, si lascerà sconfiggere dal suo stesso popolo, come è accaduto con Janukowitsch in Ucraina.

Questa è la situazione e le previsioni per la Bielorussia sono quindi più verso un buio invernale che una "rinascita primaverile". Le prossime settimane ci riveleranno se più persone avranno il coraggio di scendere in strada per urlare il loro secco "no" contro la "tassa sul parassitismo" e la miseria economica. Il 26 aprile avrà luogo la tradizionale "Marcia di Černobyl' " ed è prevista un'altra manifestazione il 1° maggio. Visti i recenti avvenimenti, le organizzazioni dei diritti umani temono ulteriori arresti di massa e un aumento nelle persecuzioni degli oppositori da parte dello Stato. 

Potrebbero dare una spinta in avanti parole e fatti ben definiti da parte di Paesi democratici e dell'Unione Europea. Lukaschenko infatti non si consegnerà totalmente alla Russia economicamente e politicamente, è vincolato anche dall'Occidente per cooperazioni economiche e crediti d'aiuto. Minacciando sanzioni economiche, la UE potrebbe dunque porre fine agli arresti di massa e liberare tutti i detenuti politici in Bielorussia. L'opposizione bielorussa e gli attivisti dei diritti umani trovano inaccettabile che il governo abbia le risorse per l'acquisto di mezzi blindati e veicoli della polizia - mentre moltissime persone sono costrette a vivere nella povertà. I finanziatori dovrebbero effettivamente controllare come vengono spesi i loro crediti d'aiuto una volta giunti in Bielorussia.

Il consolato occidentale dovrebbe mettere le cose bene in chiaro a Lukaschenko: la collaborazione economica e i finanziamenti continueranno solamente se saranno volti al rispetto dei diritti umani.  Non si dovrebbe più finanziare uno Stato di polizia.  In tal caso, Putin sarebbe il miglior interlocutore per Lukaschenko.

Una cosa è sicura: prima o poi anche in Bielorussia arriverà la primavera. Forse accadrà quando la potente vicina Russia attuerà un cambiamento democratico. Prima di allora, il nostro compito è aiutare gli oppositori politici, i sostenitori dei diritti umani e i giornalisti e lottare per la liberazione dei detenuti politici. E dovremmo intraprendere un viaggio proprio là, in Bielorussia, per conoscere le persone - con il treno notturno oppure in aereo sfruttando la possibilità dei 5 giorni senza necessità di visto.

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L'autore di questo articolo è un membro di NGO Libereco - Associazione per i Diritti Umani che lotta per il rispetto dei diritti politici e civili.