La bellezza dell'inutilità

Articolo pubblicato il 05 novembre 2014
Articolo pubblicato il 05 novembre 2014

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Il romanzo, in quanto scrittura creativa, è suscettibile di critiche da parte di coloro che stimano doverci trovare un’utilità.

La nozione di utilità che prendono in considerazione si riferisce al senso più immediato del termine, ovvero un’utilità che sia vicina e tangibile. È per questo che un trattato filosofico o un saggio storico sembra ai loro occhi più produttivo a livello di conoscenze. È evidente che una tale idea di utilità è restrittiva poiché non prende in considerazione il ruolo centrale dell’essere umano grazie al quale disponiamo oggi di una vasta visione degli eventi storici che hanno cambiato la storia dell’umanità. In effetti è anche attraverso i romanzi che possiamo constatare in quale misura gli eventi storici si sono riflessi sulla società, e al di là di ciò, attraverso lo studio dei romanzi è possibile tracciare l’evoluzione dell’uomo.

Se dovessimo ammettere che il romanzo è effettivamente inutile o, riprendendo le parole di Claude Roy, “une amusette, un gaspillage de forces” (un divertimento, uno spreco di forze), sarebbe allora necessario delineare la nozione di utilità in letteratura.

Un eccellente punto di partenza ce lo fornisce Pierre Hadot nei suoi Esercizi spirituali e filosofia antica del 1981. Lo scrittore e filosofo francese afferma che il ruolo della filosofia è quello di “rivelare agli uomini l’utilità dell’inutile o, se si vuole, di insegnare loro a distinguere tra i due sensi della parola utile”. La distinzione proposta si articola in questa maniera: troviamo da una parte l’utilità che ha uno scopo ben preciso (e quindi, per associazione, un profitto), e dall’altra l’utilità che rende l’uomo l’essere che è, cioè un essere pensante. È quest’ultimo tipo di utilità che è definito inutile.

Tra le numerose personalità che hanno difeso con animosità l’inutilità, vorrei citare Montaigne, il quale è fermamente convinto dell’inesistenza dell’inutile in natura e dell’inutilità stessa. Leopardi, allo stesso modo, difende l’inutilità contro l’utilitarismo della sua epoca (tema, tra le altre cose, di molta attualità) quando crea il settimanale Lo Spettatore Fiorentino del 1831-1832, il quale ha come scopo quello di essere inutile. Leopardi dichiara che “il dilettevole è più utile dell’utile” e che “l’ossessiva ricerca dell’utile ha finito per rendere inutile la vita stessa”. La questione del diletto si è estesa fino al dominio dell’estetica grazie a Immanuel Kant: solo ciò che è inutile può essere veramente apprezzato da un punto di vista estetico, in quanto generalmente si è obbligati a definire bello ciò che ci risulta utile al fine di dare la nostra approvazione a un oggetto che soddisfa una delle nostre necessità. Quando ci capita di dover giudicare un oggetto inutile, l’approvazione non ci è imposta da nessun interesse, e allora il nostro giudizio è libero: questo è ciò che Kant definisce bellezza. La stessa nozione di bellezza e inutilità è condivisa dallo scrittore francese Théophile Gautier che, nella prefazione di Mademoiselle di Maupin, scrive: “Di veramente bello c’è soltanto quel che non può servire a niente; tutto ciò che è utile è brutto perché è l’espressione di qualche bisogno, e i bisogni dell’uomo sono ignobili e disgustosi come la sua povera e inferma natura. Il posto più utile di una casa sono i cessi”.

Da queste affermazioni circa il concetto di utilità e inutilità è possibile dedurre che si tratta di due idee strettamente legate tra di loro, e che ciò che definiamo inutile non è in realtà che un oggetto che non soddisfa un bisogno concreto e immediato, ma che alla fin dei conti non è veramente inutile. 

Non possiamo considerare un’opera letteraria e, all’occorrenza, un romanzo senza considerare il ruolo del contesto in cui questo si situa. I saggi storici si limitano a disegnare le linee più o meno generali degli eventi che hanno caratterizzato il susseguirsi dei secoli, senza però dare una visione più larga e trasversale. In linea generale i romanzi si situano in periodi storici ben precisi o, se così non è, sono comunque scritti sotto l’influenza dell’epoca in cui vedono la luce. Questa influenza, che sia volontaria o no, testimonia il modus vivendi e pensandi di una data società in un dato momento storico. È in questo modo che il romanzo si fa carico della sua funzione pedagogica, senza la quale non avremmo che una visione parziale della nostra storia.

L’utilità del romanzo, però, non si limita a una funzione pedagogica, ma giunge anche a una più alta funzione sociale. Mario Vegas Llosa, durante la premiazione per il Nobel della letteratura nel 2010, pronuncia una frase emblematica in questo senso: “Un mondo senza letteratura sarebbe un mondo senza desideri, senza ideali e senza ribellione, un mondo di automi sprovvisti di ciò che rende davvero umano un essere umano: la capacità di uscire da se stesso e trasformarsi in un altro, in altri, plasmati con l’argilla dei nostri sogni”. Anche Nuccio Ordine, ispirato da Foster Wallace, si è fatto campione per la difesa della letteratura: “Non abbiamo coscienza, infatti, che la letteratura e i saperi umanistici, che la cultura e l’istruzione costituiscono il liquido amniotico ideale in cui le idee di democrazia, di libertà, di giustizia, di laicità, di uguaglianza, di diritto alla critica, di tolleranza, di solidarietà, di bene comune, possono trovare un vigoroso sviluppo”. Ed ecco che il concetto di inutilità si svuota per lasciare spazio alla più grande utilità dell’intera umanità: un’umanità fatta di storia e di conquiste sociali.

L’idea di utile appare relativa e, soprattutto quando si parla di letteratura, sprovvista di fondamento. Si tratta di un termine vuoto, che stona accanto a quello di romanzo. Il romanzo, da parte sua, si fa portatore di grandi valori umani, a partire dalla storia dell’uomo fino a l’uomo nella storia, adempiendo a un ruolo pedagogico di importanza estrema.