La battaglia parlamentare per le sessantacinque ore

Articolo pubblicato il 15 dicembre 2008
Articolo pubblicato il 15 dicembre 2008

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Il 16 e 17 dicembre inizia la discussione per le 65 ore di lavoro al Parlamento Europeo. Socialisti e liberali sono i protagonisti di questo scontro, ma ci sono divisioni all’interno di tutti i partiti. E anche i politici lavorano settanta ore alla settimana...

L’eurodeputato socialista Alejandro Cercas è a capo della fazione che si schiera contro l’ipotesi di lavorare fino a 60 o 65 ore alla settimana, escludendo dal computo i periodi di guardia inattiva. Non vuole neppure che Regno Unito e Polonia godano ancora di un’eccezione a questa regola. È già riuscito a convincere il 70% (Commissione europea)della Commissione europarlamentare sul lavoro a votare contro la proposta del Consiglio europeo. «Ma non è ancora detta l’ultima parola», dicono dalle fila del Partito Popolare Europeo: «non sarebbe la prima volta che dalla sessione plenaria del parlamento esce un voto opposto a quello concordato in Commissione». La battaglia si annuncia aspra. I liberali sembrano disposti ad andare a conquistarsi l’approvazione della direttiva ufficio per ufficio, deputato per deputato. Con loro si schiera circa la metà dei deputati del Ppe e i socialisti inglesi e di alcuni paesi dell’Europa dell’Est, come Polonia e Ungheria. Dalla parte opposta, ci sono invece la maggioranza dei socialisti, appoggiati dai Verdi, dalla Sinistra Unitaria e da molti popolari, come quelli spagnoli. «In Spagna, il Psoe (il partito del Capo del Governo Zapatero, ndr) ha lanciato una campagna di sensibilizzazione contro le 65 ore affinché durante le elezioni europee la gente riconosca i parlamentari europei come difensori degli interessi dei lavoratori», rileva la socialista portoghese María João Rodríguez, che rilancia sottolineando che «alla fine la gente si rende conto che i problemi europei sono problemi nazionali».

(Commissione europea)

Se un medico lavora sessanta ore

«Se dovessi andare al pronto soccorso non vorrei mettermi nelle mani di un medico che ha sulle spalle 64 ore di lavoro consecutive», commenta, ironica, l’italiana Anna Colombo, braccio destro del Presidente del gruppo parlamentare dei socialisti, Martin Schulz. Una posizione condivisa dalla comunista portoghese Ilda Figueiredo, che trova la proposta della direttiva presentata dal Consiglio europeo «inammissibile perché ci fa tornare indietro di cento anni nella lotta per i diritti dei lavoratori». Tuttavia, neanche la liberale inglese Elizabeth Lynne è contraria a questa posizione, almeno in certi ambiti lavorativi: «Non sono favorevole alle 65 ore in quei settori in cui si mette la vita delle persone nelle mani dei lavoratori, come nel caso dei medici e di chi guida mezzi di trasporto». Analogamente, Lynne non pensa che si debba imporre a tutta Europa la legislazione che permetterebbe di lavorare 65 ore, però pensa che sia imprescindibile mantenere l’opting out per il Regno Unito. «Se riduciamo il tempo di lavoro, andremo contro gli interessi dei lavoratori», assicura basandosi sul fatto che in Gran Bretagna non esiste una tradizione di contratti collettivi né sindacati con una lunga esperienza di militanza alle spalle. «Nel Regno Unito ogni lavoratore può ricorrere all’opt out per lavorare più di 48 ore, ma non alla firma di un contratto, bensì quattro settimane dopo. E può ritirarsi dall’opzione in qualunque momento. Così si evita che i datori di lavoro abbiano 2 o 3 contratti diversi contemporaneamente. Questo serve a promuovere la trasparenza ed evitare il dumping sociale, visto che so di molti datori di lavoro che in Spagna o in Portogallo non possono assumere lavoratori perché questi non vogliono lavorare legalmente» spiega Lynne.

«Nei periodi di crisi bisogna ridurre le ore di lavoro giornaliere e ripartirle per contrastare la disoccupazione. E bisogna anche diminuire il guadagno degli imprenditori per aumentare gli stipendi dei lavoratori e per dare respiro all’economia incentivando i consumi», sostiene la comunista Figueiredo. «Ma come facciamo noi politici a limitare le ore di lavoro degli altri se siamo i primi a lavorare settanta ore a settimana!?», incalza Lynne. E rilancia: «Io difendo il diritto dei lavoratori a lavorare quanto vogliono e per questo non credo che la crisi favorisca le teorie dei socialisti, dei verdi o dei comunisti: con la crisi attuale i lavoratori hanno bisogno di più soldi e devono avere la possibilità di lavorare di più».

Pablo G.S. vive a Cadice, una città spagnola fortemente colpita dalla disoccupazione. Durante la stagione turistica lavora in un bar sulla spiaggia. «Ho un contratto di 37 ore, però ne lavoro 60 e non mi pagano di più per questo», si lamenta. «Se mi lamento, il padrone non mi assumerà l’anno prossimo e lo stesso se gli dicessi che sono disposto a lavorare 60 ore, ma solo se me le paga». «Da quando un datore di lavoro e un dipendente sono sullo stesso livello tanto che il lavoratore può permettersi di scegliere liberamente di lavorare 60 ore alla settimana?», si domanda la socialista Anna Colombo.

In pieno Consiglio generale del Partito dei Socialisti Europei, a Madrid, per decidere la strategia da adottare nelle elezioni del giugno 2009, un deputato spagnolo, Juan Moscoso, ha invitato a cambiare atteggiamento: «Credo che la proposta di alzare il tetto delle ore lavorative a 65 non andrà avanti e sarà una vittoria delle forze progressiste, ma adesso, ogni volta che rifiutiamo un provvedimento avanzato dai nostri avversari, dobbiamo contrattaccare con un’alternativa per riguadagnare terreno sul piano dell’iniziativa politica».