La baguette sotto braccio e il kalashnikov a casa

Articolo pubblicato il 16 dicembre 2004
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Articolo pubblicato il 16 dicembre 2004

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Dagli Champs-Elisyées alla provincia tedesca. Ormai il fondamentalismo islamico è un fenomeno talmente europeo quanto la bandiera dell’Ue. Come fermarlo?

Un giorno di ottobre del ’99, il tedesco Said Bahaji ballava felice al suono di una musichetta. E a ragione, poiché stava celebrando il suo matrimonio in presenza di tanti amici. Tra loro Mohamed Haydar Zammar, che animava gli invitati con applausi a ripetizione, e Mohamed Atta, suo coinquilino, che dava dimostrazione delle proprie doti ritmiche. C’era anche l’affezionato Abu Ilyas, tedesco come lo sposo. Una riunione di amici in una moschea di Amburgo. Una festa di più, se non fosse che Zammar reclutò in seguito i piloti kamikaze dell’attentato alle Torri Gemelle e che Atta era il leader dei terroristi. Abu Ilyas era il capo di Al Qaeda in Germania, sempre in contatto con il suo amico spagnolo Abu Dahdah, responsabile della cellula fondamentalista smantellata dal giudice Baltazar Garzón nel 2001.

Gli islamisti? Sono europei

La realtà è che alcune moschee - casi eccezionali, certo - si sono trasformate in luoghi di riunione dei fondamentalisti, come la citata moschea Ouds di Amburgo o quella inglese di Finsbury Park. Quest’ultima, nel nord di Londra, fu riaperta ad agosto dopo diciotto mesi di chiusura decretata per propagazione di messaggi estremisti. L’imam radicale del posto, il britannico Abu Hamza, fu arrestato, su richiesta degli Stati Uniti, con l’accusa di essere l’ambasciatore di Al Qaeda in Europa. Nel maggio del 2004 fu arrestato anche Mahamri Rashid, imam della moschea di Sorgana a Firenze, perché addestrava quattro giovani per immolarsi in Iraq. Esempi inquietanti che constatano una realtà ben precisa. I fondamentalisti non si nascondono tra gli europei. Non vengono da lontani deserti a colpire l’Europa. I fondamentalisti sono essi stessi europei, in molti casi anche di seconda generazione.

41.000 islamisti radicali in Germania

Il servizio di sicurezza tedesco (BKA) afferma, infatti, che in Germania vivono quarantunomila islamisti radicali. Il Ministro dell’Interno italiano Giuseppe Pisanu ne calcola quindicimila nel Belpaese; in Spagna, negli ultimi otto anni, sono stati arrestati centoventi estremisti, legati, tra gli altri, al Gruppo Salafita per la Predicazione e la Lotta, una divisione dell’algerino Gruppo Islamico Armato. E la pianificazione di vari attentati suicidi falliti in Belgio (contro il Quartier Generale della Nato), Francia (contro la Cattedrale di Strasburgo) e Italia (contro l’Ambasciata Usa a Roma) come accaduto invece nei fatti in Spagna. Dati che quasi si trasformano in aneddoti, come per l’assassinio del cineasta Theo Van Gogh (assassinio in cui è implicato un olandese) e l’attacco con granate di due terroristi contro la polizia lo scorso due novembre in Olanda. Le grandi organizzazioni terroristiche presenti in Europa, come il Gruppo Islamico Armato e il Takfir wal Hijra (“anatema e esilio”), cominciarono la loro frenetica attività congiunta, principalmente in Francia, a partire dall’operazione della polizia seguita agli attentati del 1995. L’Esagono si trasformò, così, in uno dei vivai del fondamentalismo islamico in Europa, come dimostrano le centinaia di francesi passati per i campi di addestramento di Bin Laden in Afghanistan. Ai grandi centri del terrore si è aggiunta una costellazione di gruppuscoli nati dopo la guerra in Iraq. Il misterioso Gruppo di Unificazione Islamica dà filo da torcere alla polizia dei Paesi Bassi, le brigate di Abu Hafs Al Masri minacciano l’Italia e il capo spirituale di Ansar al-Islam, gruppo che fu autore di numerosi attentati in Iraq, è stato arrestato in... Norvegia.

Smantellare la “guerra a rete” che infesta l’Europa

La base ideologica del terrorismo islamico di casa nostra è il salafismo jihadista, solito ad attività in rete, la cosiddetta netwar. Privo di strutture gerarchiche piramidali e in continua comunicazione grazie a Internet e alle nuove tecnologie. Unito da un orientamento strategico comune, ma forte di un’indipendenza tattica. Una netwar europea consolidata che può contare su un ampio finanziamento proveniente dai petroldollari wahabiti e dal traffico di droga. Nonostante, in fondo, bastino diecimila miserabili euro per assassinare quasi duecento persone e lasciare millecinquecento feriti, come sostiene il coordinatore Ue alla la lotta contro il terrorismo, Gijs de Vries.

Ma la verità la dice il filosofo Josep Ramoneda che afferma, senza complessi, che “l’Europa ha scoperto troppo tardi i pericoli che minacciavano la propria libertà. Ci ha messo anni a riconoscere la barbarie dello stalinismo, non ha saputo vedere il pericolo nazista, e ha sempre preferito veder prima la pagliuzza nell’occhio americano che la trave nell’occhio di qualunque dittatore nei paesi che la circondano”.

Questa volta il sangue versato l’11 marzo a Madrid ha fatto reagire l’Europa confusa e sono arrivati i primi arresti. Nonostante ciò, le cifre smisurate sembrano non lasciare dubbi sulla impossibilità di affrontare il nichilismo islamico solamente con la forza legittima degli stati. La Ue deve dare la spinta definitiva alla rinascita politica. Colpire il terrorismo alle origini. Il terrorismo è domestico e non serve la strategia dello struzzo che è stata impiegata di fronte al massacro in Cecenia o alla disseminazione del fondamentalismo in Algeria.

Pensiamo globale e agiamo locale, ricercando in ogni paese quel compromesso realizzato ad opera degli intellettuali musulmani liberali con la rivoluzione laica dell’Islam e la separazione tra il potere civile e quello religioso. E che l’Islam moderato plachi quello radicale nelle moschee. Promuovendo una soluzione categorica per la Palestina e per la guerra in Iraq. Quanto prima, perché gli integralisti islamici sono europei ed in Europa risiedono, anche se non li vediamo. Perché un terrorista europeo lascia il kalashnikov a casa per andare a comprare la baguette.