Kosovo: la pace armata

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2004
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Articolo pubblicato il 12 ottobre 2004

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Dopo l’ondata di violenza interetnica del marzo 2004, come pensare a un futuro sereno per il Kosovo? La Ue vuole crederci ancora.

Marzo 2004: la morte di tre bambini albanesi nel villaggio di Cabra, causa una nuova ondata di violenza nel Kosovo, regione amministrata dall’Onu. La presenza sul posto di decine di migliaia di soldati internazionali non è valsa a sedare le folle, né a impedire gravi estorsioni contro le popolazioni civili, edifici pubblici, monumenti religiosi ortodossi, nonché contro la Minuk (Missione delle Nazioni Unite per il Kosovo) e le forze della Kfor (Forza di Pace in Kosovo, costituita dalle truppe Nato). Bilancio molto pesante: 19 morti e centinaia di feriti. Pesante anche per la Minuk, la cui missione, definita da una risoluzione delle Nazioni Unite alla fine del conflitto del 1999, consisteva nel tutelare la sicurezza di tutti i residenti in questa regione albanofona della Serbia.

L’Europa tagliata in due dall’Ibar

Marzo 1999: la Nato entra in guerra contro l’allora Repubblica Federale di Jugoslavia di Milosevic al fine di proteggere i diritti della minoranza albanese. L’esercito serbo risponde scacciando col terrore gli albanesi dal Kosovo. Gli accordi di pace del Kumanovo firmati nello giugno dello stesso anno dovevano assicurare agli albanesi espulsi il ritorno al proprio focolare, nonché la sicurezza e l’uguaglianza a tutti i cittadini della regione. Il Kosovo resta una regione dello stato serbo, ma viene controllata dalla Minuk, come protettorato Onu. L’esercito e la polizia serba si ritirano, il marco, e in seguito l’euro, sostituiscono il dinaro jugoslavo come moneta ufficiale.

Dopo l’entrata in gioco della Forza di Pace in Kosovo, nel giugno ’99, esplodono le estorsioni albanesi contro le altre comunità: rappresaglie contro la popolazione serba, ma anche contro gli zingari e le altre minoranze etniche. Inizia una nuova pulizia etnica, con lo scopo di ridurre le sacche di popolazioni non albanesi e di confinare i serbi nel nord del paese. Una città è divenuta il simbolo di questa nuova frattura in Europa: Kosokova Mitrovica e il suo ponte sul fiume Ibar, il quale separa nella città le due comunità custodite dai militari internazionali. Sporadiche violenze si susseguono nel biennio 2000-2001, ma nessuno di questi attacchi febbrili è paragonabile a quello del marzo 2004.

Il 17 e 18, su tutto il territorio della provincia dei gruppi organizzati attaccano i villaggi e i monumenti religiosi dei serbi, distruggendo 550 case e 27 tra chiese e monasteri e costringendo più di 4000 persone alla fuga. Quasi 51.000 persone sono coinvolte in questa azione che si svolge sotto gli occhi dei militari internazionali. In Serbia, a Belgrado e a Nis, nel sud del paese, le moschee vengono incendiate trasformando, sotto gli occhi della comunità internazionale, un’espressione di rabbia e disperazione in un conflitto religioso.

Le violenze di metà marzo sono state un fallimento per la Minuk, la Kfor e il Servizio di polizia del Kosovo (KPS). Human Rights Watch ha steso in luglio un rapporto molto critico. Per la portaparola Rachel Denber “le parole da sole non bastano a proteggere le minoranze o a creare un Kosovo multietnico. Quello che ci vuole in questo caso, è una vera e propria riforma nelle strutture della sicurezza internazionale”.

Standards prima, status poi

Ma l’unica via d’uscita per il dramma del Kosovo è la definizione per tale territorio di uno status dinamico. In particolare, il credo della diplomazia internazionale e di quella dell’Unione Europea rimane “standards prima, status poi”. Ora la sicurezza delle persone fa parte di questi standard, allo stesso modo della convivenza tra i due principali gruppi etnici. Tra la moltitudine di criteri che verranno analizzati l’anno prossimo per valutare lo sviluppo del Kosovo, alcuni dovranno essere categorici. L’ambasciatore norvegese Kai Ede, inviato in Kosovo del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, ha raccomandato che venissero considerati come essenziali la decentralizzazione, ma anche il ritorno dei rifugiati, la sicurezza e la libertà di movimento.

Se tali condizioni vengono soddisfatte, potrà venir proposto uno status definitivo. Potendo la mancanza di una soluzione moderata al problema del Kosovo mettere in pericolo la regione intera, la Ue scarta tutte le idee di indipendenza o di ripartizione del territorio che provocherebbero una rimessa in discussione degli attuali confini della regione (per esempio in Bosnia e Macedonia).

Come si può uscire dalla situazione attuale senza scontentare Belgrado e le popolazioni serbe del Kosovo, garantendo inoltre agli albanesi del Kosovo la sicurezza e uno sviluppo autonomo? Facendo in modo che le due fazioni accettino un compromesso, quale un’ampliata sovranità del territorio all’interno dello Stato serbo.

Ma solo un’accelerazione nel processo europeo di integrazione degli stati della regione (Bosnia-Erzegovina, Serbia-Montenegro con Kosovo, Macedonia, Albania) potrà permettere di superare tali frontiere. Il Presidente della commissione europea, Prodi, ha dichiarato in occasione del vertice europeo di Tessalonica del giugno 2003 che “l’integrazione dei Balcani, Kosovo compreso, nell’Unione Europea è d’ora in poi un processo irreversibile”. Oltre ad essere, probabilmente, l’unica speranza di pace duratura per questa regione.