Kialatok: cucinare insieme per vivere meglio

Articolo pubblicato il 01 luglio 2016
Articolo pubblicato il 01 luglio 2016

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REPORTAGE. Kialatok, un' impresa sociale parigina, propone un nuovo modo di combattere gli stereotipi nei confronti degli immigrati e delle persone meno fortunate. La sua ricetta: laboratori di cucina per coloro i quali, con talento, ma senza grandi qualifiche, si sono sentiti a volte discriminati.

A  pochi metri dalla stazione metro di Marx Dormoy, a nord di Parigi, nel multiculturale 18esimo arrondissement, c'è un posto dove si possono degustare i migliori piatti del mondo. Dalla Costa d'Avorio alla Cina, passando per il  Messico  e Tahiti.  I suoi chef non hanno diplomi di alta cucina. E neanche stelle Michelin. Le loro creazioni non vengono servite in ristoranti lussuosi, nè tantomeno costano centinaia di euro. Ognuno cucina i piatti che conosce meglio e che più lo avvicinano alle sue origini. Inoltre condividono un'altra caratteristica: dopo il loro arrivo in Francia,  tutti hanno avuto grandi difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro. La 'HALDE',  un'istituzione francese che garantisce l'uguaglianza, segnala che in Francia il primo motivo di discriminazione sul lavoro è proprio l'origine etnica.

Dietro questa ricetta vi sono due giovani con visioni imprenditoriali e solidali. Kevin Berkane (26) e Florence Pellegrini (27), ex- studenti della Scuola di commercio HEC París, sono i creatori di  Kialatok, impresa sociale che mette a disposizione laboratori di cucina per aziende, ma anche per singoli indivivui, organizzatei per persone con bagagli culturali molto differenti.   " Io e Florence abbiamo pensato che sarebbe stato molto interessante creare un progetto assieme. Sapevamo che se avessimo dato vita ad un'impresa, questa sarebbe dovuta essere utile alla società. Essendo coscienti che a Parigi vi  è una popolazione di origine immigrata molto alta (1 persona su 5 ), abbiamo deciso di usare la cucina come forma per combattere gli stereotipi ed i preconcetti", dice Kevin. La sua formula è semplice:  impiegare persone senza grandi qualifiche e con difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, valorizzando il loro talento ai fornelli.

Kialatok nasce a  Courneuve, un comune situato al nord della capitale francese, nel dipartimento di Senna- Saint Denìs, un area con un alto tasso di disoccupazione, popolazione immigrata e in più di un'occasione cattiva reputazione. In questa zona, tra i grandi  blocchi abitativi della Cité des 4.000, inizia questa storia,frutto dell'incubatrice sociale della  HEC. " Siamo stati due anni ed abbiamo conosciuto molta gente con grandi idee, soprattutto donne alle quali piaceva cucinare e che avevano il sogno di poter aprire una propria attività in futuro.", spiega  Kevin. "D'altra parte abbiamo contato molto sul lavoro di alcune associazioni di lingua per immigrati o centri di accoglienza per rifugiati, come  ‘France Terre d’Asile’, e ci siamo rivolte a loro quando è stato il momento di formare la nostra squadra. "La gente ha paura di ciò che è diverso,ed  in generale, conoscono solo storie negative. L'idea di fondo è compensare in maniera corretta questa visione distorta. Che sia quindi la cucina a parlare." spiega questo giovane imprenditore sociale. Per raggiungere questo obiettivo, ha a disposizione una squadra di 11 cuochi (animatori, come essi stessi si definiscono), che oltre a diffondere una conoscenza culinaria, continuano a formarsi grazie all'aiuto di Kialatok.  

"Ascoltare aiuta a capirsi"

Nel momento in cui si giudica una persona, i preconcetti hanno molto peso, come può spesso avvenirenelle squadre e o nelle orchestre, dove si ha bisogno l'uno dell'altro. Ma questo può convertirsi in un potente strumento per cambiare il messaggio. " In realtà, per combattere uno stereotipo, tutto ciò che serve è l'esempio di una persona che si apprezzi o che abbia una buona immagine, per rendersi conto che non ha nessun senso generalizzare.  Questa persona ti ritornerà sempre in mente e si verrà a creare un effetto a catena", spiega Lysie  in modo razionale. Questa lavoratrice di Kialatok, si occupa del laboratorio di oggi, in un viaggio nell'isola di Reunion,regione francese d'oltremare, attraverso tre piatti tipici. Tra le istruzioni su come sezionare il pollo, tagliare lo zenzero e che tipo di spezie aggiungere, racconta degli aneddoti sul suo arrivo nella Francia continentale, sulla sua famiglia e sulla vita in generale. 

"Per lavorare qui l'unico requisito è sapere quello che si fa e farlo bene.  I diplomi non sono necessari", commenta. "Alla fin dei conti in cucina, o dovunque tu  sia, l'importante è avere storie da raccontare. Ascoltare aiuta a capirsi", chiarisce. Ed è proprio quello che fanno alcuni partecipanti come Thomas (27), Tifène (23), o Claire (34),che sono venuti a seguire i laboratori grazie ad i consigli di persone a loro vicine. "Un' iniziativa meravigliosa, soprattutto in questo quartiere in cui vi sono tante culture.", spiega Claire quando le si chiede di parlare di questo progetto. "Ho la sensazione che la società francese si chiuda sempre più in se stessa, ed è un peccato, perchè proprio questa varietà sociale rappresenta una ricchezza", aggiunge.

Un'altra delle animatrici di oggi è  Afou, un'ivoriana che vive a Parigi da  8 anni. "Sono venuta qui per ragioni familiari, per la crisi politica che vive il mio paese in questo momento e soprattutto perchè volevo scoprire qualcosa di nuovo. Mi sento bene qui. Ho scoperto che la Francia ha moltissimo da offrire, ed è molto più della Tour Eiffel", sorride.

Cucinare,ungesto così tediosamente monotono per molti, può diventare un rifugio per altri. " Cucinare è la porta della felicità, molto più potente di quello che si pensi. Ti permette di rompere il ghiaccio e di capire molte cose. In  Costa d'Avorio, per esempio, non ci guardiamo fissi negli occhi. Quando arrivai qui molti pensavano che fossi maleducata,che non fossi ricettiva. Ma questo non lo sapevo ", racconta  Afou. "Devo molto alla cucina perchè mi ha aiutato  ad integrarmi e a trovare il luogo adatto a me. Gli inizi sono così complicati...", sospira. Qualche volta l'effetto catena di cui parlava  Lysie funziona e questo ha motivato Afou a creare la sua propria associazione,dal nome ‘Arc en Ciel’, con la quale aiutare i nuovi immigrati che arrivano. "Nessuna persona dovrebbe sentirsi sola.Ed è importante che la società lo capisca".