Kapuscinski, la biografia della discordia: reporter o narratore?

Articolo pubblicato il 29 marzo 2010
Articolo pubblicato il 29 marzo 2010
Appena ho saputo che sarebbe uscita una biografia su Ryszard Kapuscinski, con l’intento di smitizzare, per una volta la figura del grande reporter, mi sono detto “sarà un bel casino”. E ho indovinato. Perché in Polonia se si è “grandi”, si è anche sacri.

Tanto per cominciare,la vedova di Kapuscinski, che ha messo a disposizione dell’autore della biografia “Kapuszczynski – non fiction”, Domosławski, tutto l’archivio del marito, ha poi tentato di impedire la pubblicazione, ricorrendo addirittura alla denuncia in tribunale. La signora Kapuscinska sostiene di essere stata tenuta all’oscuro dell’obiettivo: non si aspettava una biografia, bensì un lavoro sulla diffusione delle opere del marito nel mondo. Poi è stata la volta di Władysław Bartoszewski, personaggio di spicco in Polonia (politico, scrittore, storico, prigioniero ad Auschwitz, due volte ministro degli Esteri, al momento consigliere del primo ministro per le relazioni internazionali). Senza nemmeno leggere la biografia, l’ha paragonata ad una “guida turistica per i bordelli”. Nell’ambiente letterario, Domosławski è stato tacciato di essere in cerca di sensazionalismo a tutti i costi e di essersi macchiato di parzialità nei confronti del “Maestro”.

La bufera è scoppiata sul nodo “Kapuscinski: reporter o narratore?”, ovvero, l’influenza e il significato degli elementi di finzione nei suoi reportage, potenzialmente mistificatori se letti alla luce della sua collaborazione con i servizi segreti comunisti della PRL (La Repubblica Popolare di Polonia, nata nel 1952 e dissolta nel 1989, governata dal Partito Comunista polacco sotto l’influenza sovietica).

Kapuscinski ha lavorato per la gra parte della sua vita come reporter della PRL e giornalista del blocco socialista, senza mai nascondere una certa simpatia sinistrorsa. Non è comunque un valido motivo per mettere in dubbio il valore conoscitivo dei suoi libri. Altrimenti, con lo stesso metro dovremmo rivedere il giudizio sui corrispondenti americani che, durante la Guerra Fredda, analizzavano la situazione nei Paesi del terzo Mondo stando dall’altro lato della cortina ideologica.

"Kapuszczynski – non fiction"Ben più ostica è la soluzione di un’altra questione: quanta narrativa può esserci in un reportage? Domosławski scrive ”Il problema con Kapuscinski è che alcune sue opere possono essere prese a modello incontestabile di capolavoro giornalistico, mentre altre (benché assolutamente eccezionali dal punto di vista letterario) esulano dai crismi canonici del genere. Si tratta di opere che stanno di diritto fra gli scaffali della letteratura, e pure ai livelli più alti. Forse basterebbe non venderli come reportage, anche se una parte rilevante del contenuto è stato acquisito con metodi tipici da reporter sul campo”.

Il dibattito sui limiti degli elementi narrativi nel reportage, del resto, non è di oggi: da più di mezzo secolo esiste una categoria letteraria specifica, conosciuta dall’inglese come “faction”, per le opere che uniscono la descrizione dei fatti alla letteratura. Kapuscinski aveva un punto di vista originale sul tema dell’obiettività. In un’intervista citata da Domosławski, afferma «Non credo nel giornalismo neutrale, nell’obiettività formale. Il giornalista non può essere un testimone indifferente, ma dovrebbe possedere quell’abilità che la psicologia chiama “empatia”. Il cosiddetto giornalismo obiettivo non è praticabile in contesti di guerra. I tentativi di obiettività in queste situazioni portano alla disinformazione».

Per comprendere le priorità delle opere di Kapuscinski, basterebbe anche solo prendere in mano “Il Negus” (Cesarz, 1978, in Italia edito da Feltrinelli, 2003). Domosławski, basandosi sulle conoscenze del biografo di Hajle Sellasje, racconta che l’imperatore non era affatto semianalfabeta, come suggerisce Kapuscinski, ma era un uomo colto, in grado di leggere in varie lingue. Sovrano illuminato, di moderate ambizioni riformiste, non gli calzava affatto lo stereotipo del despota che porta alla rovina il suo Paese. Kapuscinski tratta gli avvenimenti descritti con una certa nonchalance, preferendo concentrarsi su “l’intensificazione della realtà”, anche a costo di sfumare dei dettagli storici.

Nel caso de “Il Negus” sarà lo snaturamento del potere autoritario, in “Shah-in-shah” (Szachinszach, 1982, in Italia edito da Feltrinelli, 2004) lo snaturamento del meccanismo della rivoluzione. Del resto, secondo Domosławski, è proprio la sapiente miscela fra narrazione e attualità che ha fatto di Kapuscinski un autore tanto apprezzato. La polemica dalla Polonia ha poi suscitato eco anche nei media d’oltreconfine. Il risultato è, in generale, positivo sia per l’autore della biografia, sia per lo scrittore. Quel che è certo è che si continuerà a leggere Kapuscinski. L’unica domanda è: come?

Foto: mermadon 1967/flickr;  Artur Domosławski; Świat Książki