Kafka si è fermato a Gaza?

Articolo pubblicato il 18 agosto 2014
Articolo pubblicato il 18 agosto 2014

Una riflessione sulle tragiche giornate di Gaza e alcune immagini su un conflitto ai "confini della realtà", attraverso le testimoninaze e i tweet di Medici Senza Frontiere

Le scorse settimane alcune regioni della Romania sono state colpite da una delle peggiori alluvioni degli ultimi cinquant’anni. Assessori, sindaci e via dicendo sono intervenuti secondo la prassi consueta. Soccorsi, promesse a chi ha perso casa e poi campi e speranza. Una tra le polemiche più calde ha riguardato il diverso trattamento riservato ai cittadini rumeni e alle comunità rom. Questione di priorità, burocrazia, ritorno a vecchi discorsi sui “peccati originali” di questi ultimi e chissà quali altre giustificazioni. Insomma, pare che ogni calamità abbia diverse scale di valutazione a seconda di chi è stato colpito.

Ciò fa pensare a come l’uomo possa essere “Uno, Nessuno e Centomila”, a come possa godere di privilegi o soffrire pene a seconda della comunità nella quale sia nato. Ciò risulta particolarmente evidente anche nel conflitto israelo-palestinese. In casi come questo o come quello dell’alluvione i media spesso offrono notizie faziose, che indagano sulle ragioni e i diritti di una parte contro le ragioni dell’altra.

A Gaza, “No Man’s Land” o Sodoma e Gomorra, Jamal (nome fittizio) avrebbe potuto emigrare, ma ha deciso di rimanere a lavorare nell’ospedale locale. Collabora con Medici senza Frontiere, una delle tre associazioni umanitarie rimaste in loco a dare supporto, ma ha spedito i suoi due figli, Ali e Nadira (stessa regola dei nomi) dal fratello che abita in una zona (relativamente) più sicura della Striscia.  La figlia, più piccina, piangeva ogni volta che un razzo faceva tremare le mura di casa. Poi cominciava a vomitare e si bloccava, come quando cerchi di sintonizzare la tivù ma lo schermo non reagisce e rimane muto, e non parlava più per ore. Le donne del quartiere festeggiano ogni pianto di bambino: "Mashallah", significa che è ancora vivo, in grado di reagire e far sentire il suo grido di disperata vitalità al mondo. Il silenzio è il primo passo verso la pazzia, quel reprimere i propri istinti e patire nel rifiuto del mondo là fuori.

Per paura, forse di diventare pazzi, giornali e telegiornali parlano ininterrottamente dell’ultimo conflitto israelo-palestinese. Morti, feriti, numeri. Chi ha ragione, chi torto. Ideologie, chi deve smettere per primo, il solito gioco da bambini. Pochi, invece, raccontano delle persone oltre il numero, oltre la riduzione all’identico secondo zone bianche e nere, predefinite secondo ideologie datate millenni e propaganda politica.

"FARE L'IMPOSSIBILE, NON MOLLARE" 

Non avendo letto nessun articolo che desse voce ai pochi rimasti sul posto ad aiutare dando una mano alle associazioni umanitarie internazionali, ho deciso di provare a scriverlo io. Ho intervistato Stefano Zannini, che lavora per Medici Senza Frontiere a Roma ed è in costante contatto con i colleghi impegnati a Gaza. “L’ospedale trema, chi vi lavora è stremato”, questo uno dei primi flash che gli vengono in mente e che riporta nel suo profilo Twitter. Il suo racconto offre uno spaccato di ciò che sta accadendo. Le condizioni delle infrastrutture sono sempre più precarie, l’elettricità e l’acqua sono diventate rare comparse e muoversi rappresenta un rischio a causa continui bombardamenti. I bisogni di medicine e infrastrutture, basta leggere i numeri, sono enormi ed il personale lavora ad orari infiniti.

Fare l’impossibile, non mollare” può sembrare una frase eroica se scritta nei 140 caratteri di Twitter e attribuita a chi é rimasto a Gaza a dare supporto. Come si può veramente capirne il significato? Forse è impossibile o forse è meglio sperare di non comprenderlo a pieno se queste parole guadagnano forza solamente quando si conosce da vicino la guerra e si teme per la propria vita. Mi rendo conto però che potrei essere legato ad un filo e fare da marionetta in una storia kafkiana nel momento in cui la mia percezione è stata, forse per sempre, corrotta e ancorata alle storie riportate dai media. Tornare a casa la sera e sentirsi quasi sollevati se “oggi i morti a Gaza sono stati solo 12” e la tregua “ha diminuito le perdite umane” non può essere una buona notizia. Bere caffè e cenere la mattina, come ci si potrebbe mai abituare?

Eppure ho potuto notare grazie all’intervista al signor Zannini che i meno moralisti e più fiduciosi restano coloro che sono impegnati direttamente sul campo. Agiscono per non farsi corrompere dall’immobilismo politico.

Come ci si può ancorare al giorno d’oggi, con internet, twitter, facebook, notizie live e quant’altro, ad argomenti tanto limitati, ad esempio quelli usati dal realismo politico “O Israele o terrorismo”, se non perché il mondo globale e virtuale ci ha resi sempre più insicuri e bisognosi di certezze? 

Per questo motivo il messaggio di Medici Senza Frontiere deve essere ascoltato come un grido umano a favore del rispetto dei diritti fondamentali tutelati dalla Convenzione di Ginevra. Un messaggio forte, “partigiano della vita” e apolitico. Le strutture mediche non devono categoricamente essere utilizzate per fini militari da nessuna delle parti, né si può accettare che esse siano obiettivi dei bombardamenti israeliani, un vero crimine contro l’umanità. Lavorare temendo per la propria vita non permette di fare abbastanza per salvarne altre. Gaza è inoltre l’unico posto nel quale la presenza di uno psicologo internazionale è ammessa e richiesta, data la precarietà di ogni momento che ci si passa al servizio degli altri e la pressione psicologica che ne consegue.

#Stayhuman

Quest’anno si commemorano i cent’anni dall’inizio della Grande Guerra che sconvolse e cambiò l’Europa intera. Per i giovani come me, che hanno bisogno di valori politici da poter difendere e su cui costruire la propria vita adulta, non è facile ricordare con riverenza l’inizio di una guerra un giorno e combatterne un’altra il giorno dopo (anche solo indirettamente, sostenendola politicamente o economicamente), anche se questa non ha luogo nel “nostro” territorio.

Gli ultimi dati raccolti dall'Eurobarometro hanno mostrato risultati soprendenti: le elezioni europee tenutesi lo scorso maggio hanno generalmente incrementato il supporto per l’UE. Se si vuole migliorare o anche solo giustificare questo risultato, l'UE ha il dovere di prendere una posizione ferma nella condanna di ogni diritto umano non rispettato. Speriamo di non fare la fine di Godot. 

#Stayhuman