Joseph Ratzinger, un Papa no global?

Articolo pubblicato il 19 aprile 2005
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Articolo pubblicato il 19 aprile 2005

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Dogmatico, conservatore, inflessibile? Benedetto XVI potrebbe stupire.

“Dogmatico” (Libération). “Conservatore” (Suddeutsche). “Inflessibile” (Repubblica). Insomma, il Diavolo in persona. Per i commentatori vicini alla sinistra il nuovo Papa Benedetto XVI, al secolo Joseph Ratzinger, brillante bavarese di 78 anni, è quanto di peggio la Chiesa potesse scegliere per il suo futuro. Ma come? Il mondo va male, l’Iraq è invaso e la Chiesa sceglie un Papa...“neoconservatore”: niente di meno che il George W. Bush del mondo cattolico, l’Inquisitore acchiappaeretici, l’antiecumenico centralizzatore che fa tremare la “periferia” della Chiesa romana?

L’Unione Europea? Per Ratzinger è una minaccia

Certo la reazione è comprensibile. A capo della Congregazione per la dottrina della fede (ex Inquisizione) dal 1981, l’ex vescovo di Monaco si è battutto per schiacciare tutte le dissidenze all’interno della Chiesa Cattolica. Celebre il suo accanimento contro la Teologia della Liberazione, la corrente degli anni Settanta fondata da Gustavo Gutiérrez successivamente ripresa dal teologo brasiliano Leonardo Boff, accusata di essere troppo immischiata con la politica.

Non solo. Ratzinger è anche la testa di ponte di quella corrente ecclesiastica che vede e percepisce l’Unione Europea di oggi come un vettore di innumerevoli minacce:

- la minaccia di una possibile adesione della Turchia contro la quale ha puntato il dito in un’intervista al Figaro Magazine dell’estate scorsa, quando la Chiesa non aveva ancora preso posizione sulla materia;

- la minaccia di quegli “ismi” (“relativismo, libertinismo, liberalismo...”) che l’ormai Papa Benedetto XVI ha denunciato durante la sua omelia-programma che ha aperto il conclave lunedì 18 aprile – e dietro i quali si celano matrimonio gay, aborto e clonazione a fini terapeutici;

- la minaccia di un continente che non vuole riconoscere la propria identità inserendo un riferimento a delle “radici cristiane” nella sua Costituzione per il quale Ratzinger si è aspramente battuto fin dal 2000.

Wojtyla? Il Ministro degli Esteri del nuovo Papa

Ma limitarsi all’indignazione e alla sorpresa sarebbe un atteggiamento ipocrita. Ratzinger non succede certo a Giovanni XXIII, artigiano di quel Concilio Vaticano II del 1962 che modernizzò, come non mai, la Chiesa cattolica. Ma a un Giovanni Paolo II che – secondo molti commentatori – avrebbe arginato il processo di apertura della Chiesa. In realtà è stato Karol Wojtyla a nominare Ratzinger, poi divenuto suo amico personale, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Presidente della Pontificia commissione biblica e della Pontificia commissione teologica internazionale, nonché vice decano del Collegio cardinalizio (1998). Si potrebbe affermare che il polacco Wojtyla – con le sue aperture alle altre religioni e i suoi mea culpa per le misfatte della Chiesa, col suo attivismo anti-comunista e i suoi appelli per la pace – fosse divenuto, verso la fine del pontificato, già una sorta di Ministro degli Esteri di Ratzinger. All’interno della Chiesa, era la linea dura del porporato bavarese a predominare. Una linea, tra l’altro, condivisa dallo stesso Giovanni Paolo II.

Dobbiamo quindi rassegnarci a un Papa ‘neocon’? La scelta del nome parrebbe dire il contrario. I Papi scelgono di riprendere il nome del successore di san Pietro al quale si sentono più vicini. Benedetto XV (1914-1922) passò alla storia per essersi opposto, con forza, alla Grande Guerra. I no global e i pacifisti di tutto il mondo possono giubilare. L’ipocrisia continua.