John&Jehn: «È necessario essere creativi al massimo»

Articolo pubblicato il 30 aprile 2010
Articolo pubblicato il 30 aprile 2010
Lo scorso 29 marzo è uscito "Time For The Devil", il secondo album di un duo francese che non ha niente in comune con i nuovi volti della scena transalpina. Fans dei Joy Division e dei Velvet Underground, John&Jehn vivono e compongono canzoni a Londra, e il loro album ricorda la new-wave britannica.

Incontro il duo in una camera di un hotel chic e moderno nel quartiere parigino di Pigalle. Sono le 19 passate, il buio avvolge una Parigi ancora invernale e, nonostante la nostra intervista sia l’epilogo di due giorni completi d’intensa promozione, i due mi accolgono con il sorriso.

«Registrare ciò che abbiamo in testa»

Insieme nella vita, prima di esserlo sul palco, questa coppia di francesi in esilio a Londra dal 2006, ci parla della genesi del progetto John & Jehn : « Ci siamo incontrati nel gennaio del 2005. Nel luglio 2005 abbiamo iniziato a lavorare insieme con lo spirito "Ci chiudiamo in una stanza con tutto il materiale e registriamo ciò che abbiamo in testa". «Ecco come è nato il nostro primo EP (formato fra il single e l'album), "L'Amour ne nous déchirera pas" ("L’amore non ci distruggerà"). Siamo stati subito contenti del risultato. Aveva delle sonorità post-punk, in stile Joy Division» afferma John.

«In Inghilterra se ne fregano! Nella stessa serata, puoi suonare con un gruppo di reggae e poi con un gruppo di metal»

Tutto avviene molto rapidamente. Inviano la registrazione ad una cara amica, Sally. Lei la propone a Rough Trade Shop (negozio di dischi famosissimo che ha aperto a Londra nel 1976) che la mette subito in vendita. «Per noi è stata una grandissima vittoria, sognavamo il Rough Trade e tutta questa cultura indie inglese». Poco dopo hanno iniziato a fare dei piccoli concerti e a conoscere un sacco di persone in Inghilterra. Stanchi dei numerosi viaggi di andata e ritorno, nell’ottobre 2006 decidono di trasferirsi oltre Manica. Si istallano a casa di Sally, che diventa la loro manager. Perché l’Inghilterra? «Possiamo trovarci tutti gli stili musicali da cui prendiamo ispirazione, - risponde John -. È incredibile questa fusione e questo mélange di gruppi. Esistono numerosi stili che si scontrano, diverse generazioni, molte persone che ascoltano la musica. In Francia, tutto è molto più inquadrato, gli stili si mescolano meno frequentemente. Invece in Inghilterra se ne fregano! Nella stessa serata, puoi suonare con un gruppo di reggae e poi con un gruppo di metal».

Un duo? No, una squadra

Sono previste numerose date in Francia e Gran Bretagna

In alcuni mesi, questo duo è riuscito a farsi un nome, prima sulla scena londinese e poi su quella francese. Come sconvolgere l’abitudine di comporre nella loro stanza di Londra: « All’inizio eravamo un piccolo microcosmo, eravamo solo due, a Londra; scaricavamo il nostro camion insieme, alle 3 del mattino. Oggi, lavoriamo con una squadra super motivata. Non si tratta di un gruppo che si è unito a noi per opportunismo. Sono veramente delle persone che hanno voglia di lavorare sul progetto». E Jehn aggiunge «Ci siamo per forza aperti con queste persone».

Hanno bisogno di farsi circondare da persone che sono coinvolte anima e corpo nel progetto, soprattutto in termini visivi: «L’immagine è qualcosa di molto psicologico, - racconta John -. Nel primo album, la copertina è stata fatta da Joe che è il mio tatuatore. E per questo secondo album abbiamo ritrovato Antoine Carlier, che conosco da più di 10 anni. Abbiamo sviluppato tutto un universo grafico e visuale con lui che ha dato elasticità un po’ a tutte queste canzoni attraverso le sue immagini». Senza dubbio, lavorare con persone di fiducia aiuta: «Gli abbiamo lasciato carta bianca affinché potesse apportare la sua visione al nostro progetto, - precisa Jehn-. È questo quello che cerchiamo. E il risultato è sempre buono, anche se non è mai come ce lo aspettiamo».

La musica, un lavoro... appassionante

«Possiamo scrivere delle canzoni molto rapidamente perché adoriamo farlo» dice John "Time For The Devil", il loro secondo album, è costituito da brani in arrangiamento, con un chitarrista e un batterista per i concerti. Ma per la composizione dell’album, le loro quattro mani sono state sufficienti. «Iniziamo generalmente con il basso perché cerchiamo un groove, - precisa Jehn mimando il basso, anche se lei si occupa della chitarra -, quando lo troviamo, vediamo come aggiungere la voce e abbiamo così una struttura. È John che ha la visione globale artistica, cioè la scelta degli strumenti, dei suoni ecc. Canto spesso dei testi di John, perché mi piace interpretarli; hanno un’anima. E i cori li facciamo insieme». Sembra tutto semplice ascoltando la chitarrista, che conclude, come se fosse evidente: «Ecco come facciamo delle ricerche. Per riassumere, John è lo scheletro e io gli arrangiamenti, le melodie».

Il risultato è ben visibile. Ben lontano dall’atmosfera sobria e cupa del precedente, "Time For The Devil" è un album molto più riuscito. Allegro e melodico, vi si può trovare anche un lato pop. Questo stile trotterellava loro in testa già da un po’, come racconta Jehn: «Volevamo già averlo sul primo. Ma non siamo riusciti ad esprimerlo, non abbiamo avuto il tempo … Alla sua uscita, avevamo già iniziato a lavorare sul secondo. Siamo stati molto sorpresi, e allo stesso tempo molto felici che questo primo album ci abbia portato così lontano, ma non potevamo continuare a sfruttarlo troppo. Era necessario fare un secondo album con una marcia in più, avendo del tempo e un po’ più di strumenti». Conclude John: «In ogni caso, non abbiamo segreti. Il nostro lavoro è quello di fare musica, quindi è necessario essere creativi al massimo, aprirsi il più possibile e far lavorare l’immaginazione. Possiamo fare rapidamente molte canzoni perché è quello che adoriamo fare!». Nel caso in cui non l’abbiate capito ascoltando il loro album, John conclude: «Abbiamo la fortuna di amare ciò che facciamo».

Foto: Camille Promérat