Jingle bell, jingle bell...

Articolo pubblicato il 21 dicembre 2007
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Articolo pubblicato il 21 dicembre 2007

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Come ogni anno, nelle grandi e piccoli città della Germania imperversano i mercatini di Natale. Ecco il racconto di una venditrice di Räuchermännchen, le tipiche statuette di legno.

(Foto: ©le méchant garçon/flickr)

Ho 23 anni. Studentessa. Da Netphen, un paesino nella Westfalia meridionale che si fa chiamare città. Vicinissima a Siegen, che si autodefinisce la “provincia piena di vita”. Visto che l’autunno prossimo vorrei fare un master a Londra, ho bisogno di soldi. Molti soldi. E per questo da una settimana lavoro in uno stand al mercatino di Natale di Siegen. Sette giorni la settimana, nove ore al giorno. Non importa quanto freddo fa, se piove, nevica, grandina o c’è tempesta, io siedo lì ben coperta e con una stufetta ai miei piedi, su uno sgabello nel mio stand natalizio e vendo oggettini di peluche e decorazioni in legno.

(Foto: ©Tim Ellis/flickr)

Pancia di fuori e ferri da maglia

Poiché vendo belle cose, ma così costose che non le compra quasi nessuno e io mi annoio, e faccio dei calzini a maglia. Sono quindi pagata per fare dei regali di Natale. Ma con le mani congelate non si riesce a lavorare a maglia così velocemente, il che istiga una pensionata a urlarmi: «Se sferruzzi così lentamente non finirai mai. Sei una principiante?». E mentre una signora di mezza età va in visibilio per i peluche ammucchiati, la sua amica commenta: «Nooo, che cose kitch! Come si fa a vendere una roba del genere?».

Intanto delle ragazzine, che perfettamente in linea con le temperature esterne vanno in giro con la pancia di fuori, esclamano: «Ooooh, hai visto? Lo voglio fare anch'io! Guarda, c’è ancora qualcuno che fa la maglia!» A quanto pare alcune persone pensano che chi lavora al mercatino di Natale deve essere davvero povero per essere costretto a farlo.

Vita da gnomi

«Ma si vede che ha freddo!», mi ripete una signora, «non vorrei certo essere al suo posto». «Ma sì», le dico, «ho una stufetta e tutto il tè che voglio, sto bene.» Penso di averle fatto capire che non sto poi così male qui. Ma appena si allontana di pochi metri già la sento dire all’amica: «Poveracci! Pensa se tu dovessi fare un lavoro simile.»

Magari la gente pensa che nelle casette di legno noi non lavoriamo solamente, ma che ci viviamo e che a fine giornata ce ne torniamo nel bosco dove trascorriamo il resto dell’anno e intagliamo le decorazioni di legno che poi vendiamo.

Dov'è nato Gesù?

Quando non leggo o non sferruzzo, osservo quello che succede per la strada e negli altri stand. Ieri nello stand di fronte c’era un gioco a indovinelli di Natale per bambini. Per quel che mi riesco a ricordare, alle elementari avevamo delle lezioni di religione obbligatorie per tutti. Non sono certo un’esperta di testi sacri, ma le nozioni “fondamentali” della Bibbia le conosco. I bambini che partecipano agli indovinelli di fronte a me, invece, non sembrano avere molto chiara la storia del Natale. «...e dov’è nato Gesù» «A Gerusalemme!» «Sì, quasi... Con la N.... » «???» «Na-za...» «???» «Na-za-rrr...» «Nazareth!» «Sì, bene. E che lavoro faceva il papà di Gesù?» «Il muratore!», urla in fretta una bambina prima che la sua amichetta possa rispondere.

Joseph war ein Bauarbeiter (Foto: ©Stuck in Customs/flickr)

Dall’altra parte risuona la musica live serale. Oggi tocca alla musica popolare. Cerco di concentrarmi sul mio lavoro a maglia e sul profumo di mandorle tostate che arriva dalla mia destra, ma non mi riesce molto bene. «Paaa-triaaa! Ta-ta-ta-taaaa! » Perlomeno la stereo diffusione inizia solo alla sera.

Sono le sei e un quarto. Ancora due ore e poi ho finito. Nonostante i calzini di lana e i risvolti non sento più le dita dei piedi. A quest’ora si vedono sempre più persone con in mano del vin brulé. Un bicchiere lo berrei volentieri anch’io, ma a nessuno viene mai in mente di offrirmene uno. Perchè poi. Rimarrò ancora un paio di volte inosservata, inascoltata e spiacevolmente abbordata. Poi potrò andare finalmente a casa. Domani sarò di nuovo qui. E anche dopodomani. E il giorno dopo ancora. Londra: la gioia dell’attesa è la gioia più bella...

Foto nel testo: ©leméchantgarçon/flickr; ©Tim Ellis/flickr; ©Hubert Grüner/istock; ©Stuck in Customs/flickr