Jasmila Žbanić, regina del cinema bosniaco: “Abbiamo ancora paura gli uni degli altri”

Articolo pubblicato il 10 marzo 2011
Articolo pubblicato il 10 marzo 2011
Regista impegnata, Jasmila Žbanić, 36 anni, ha lo sguardo intenso e la gestualità di chi vive nei Balcani. Il suo primo lungometraggio Grbavica (“Sarajevo, amore mio”), dal nome di un quartiere di Sarajevo, ripercorreva la quotidianità di una donna e di sua figlia, concepita in seguito ad uno stupro perpetrato durante la guerra nella ex Jugoslavia.
Piccolo budget, grande successo, il film vince l'Orso d'oro alla Berlinale del 2006. Con la sua nuova opera, Na Putu (nelle sale francesi con il titolo Le choix de Luna), la Žbanić dipinge una certa gioventù bosniaca colorata e ardente, attraverso la storia di una giovane coppia, messa a confronto con l'islam radicale.

cafebabel.com: Il cinema è sempre stato una vocazione per lei?

Jasmila Žbanić: Sì, ho sempre voluto fare del cinema, da piccina giravo già dei filmini ai compleanni o per strada con la videocamera dei miei genitori. I miei erano economisti, non avevano nulla a che vedere con l'ambiente artistico. All'epoca dell'ex Jugoslavia, i bambini, già in età giovanissima, erano sensibilizzati all'arte: i musei erano gratuiti, così come gli spettacoli ed il cinema. La cultura non costava nulla. In seguito, ho studiato cinema all'università. Era durante la guerra, non c'era l'elettricità e figuriamoci le sale di proiezione, studiare all'epoca sembrava un po' assurdo. D'altronde è proprio il senso di derisione dell'epoca che caratterizza al meglio la filmografia dei Balcani.

cafebabel.com: Perché Grbavica?

Jasmila Žbanić: Avevo 17 anni all'epoca della guerra ed abbiamo tutti sentito parlare degli stupri di massa perpetrati dai “cetnici” [combattenti serbi, ndt] nell'est della Bosnia. Durante l'assedio di Sarajevo, mi dicevo che se i serbi fossero riusciti ad entrare in città, saremmo state tutte violentate. Questo pensiero non smetteva di ossessionarmi. Ho sempre avuto quest'idea romantica di due persone che fanno l'amore. Ma in quel caso, non aveva nulla a che vedere con l'amore o la bellezza, il sesso diventava un'arma da guerra. Com'è possibile avere un'erezione solo per odio? Ero molto in collera quando ho scritto il copione del film. Per delle donne di confessione musulmana, per la loro famiglia in cui il sesso è assimilato ad un peccato, è stato impossibile riprendersi dopo le violenze subite. Trovo questa sofferenza delle donne talmente ingiusta, detesto quella strategia dell'umiliazione...

cafebabel.com: La guerra può essere una fonte di ispirazione?

Jasmila Žbanić: La guerra non è mai una fonte di ispirazione. Si cerca semplicemente di sopravvivere al suo ricordo. E' una situazione estrema che non è rivestita di una alcuna vernice culturale o di educazione. La guerra dice molto sulla persona umana. A rigor di logica, questa esperienza permette forse di coltivare una certa prospettiva per raccontare delle storie. Durante la guerra, tutti avevano l'impressione che la cultura non dovesse nemmeno essere protetta. Solo dopo, c'è stata una ondata di energia creativa. Questo entusiasmo è un po' scemato oggi, siamo diventati più realisti. Non credo che esista un vero cinema bosniaco. Ho parlato degli stupri di guerra, dell'amore, della religione, delle relazioni tra uomini e donne: ogni film ha cambiato il mio sguardo sul mondo. Mi piacerebbe poter dire che faccio dei film come una terapia ma non un credo. Girare mi aiuta a costruire la mia vita.

cafebabel.com: E oggi, quindici anni dopo gli Accordi di Dayton, che pensa della situazione in Bosnia?

Jasmila Žbanić: Resta molto difficile parlare della guerra, specialmente con persone che non l'hanno mai vissuta. Il fatto che il cinema serbo per esempio eviti di trattare il conflitto in Bosnia la dice lunga. Viviamo tutti nello stesso Paese? Perché una tale ignoranza? Quindici anni dopo, resta tutto un lavoro di memoria e di riflessione su quello che è successo e che continua a capitare nel Paese. Finché degli individui come Ratko Mladic saranno liberi, ciò renderà questo processo di guarigione più lungo. Il fatto che non ci sia alcun giudizio penale pronunciato, è come trasmettere il messaggio implicito, “questo genocidio non è così grave”. Attribuire il 49% del territorio della Bosnia alla minoranza serba, è come ricompensarla per il genocidio. Gli uomini politici o i media continuano ad utilizzare delle immagini emozionanti per manipolare le comunità. In occasione delle partite di calcio, si vedono a volte dei simboli nazisti. In certe scuole elementari, come a Mostar, ci sono ancora degli orari diversi per gli alunni serbi e quelli bosniaci. Io stessa, conosco più persone a Berlino che a Banja Luka [capitale della Republika Serpska, la Repubblica serba di Bosnia, ndr]. Del resto, “Grbavica” non ha potuto essere proiettato in Republika Serpska perché sono considerata come “una nemica dei Serbi”. Il problema, è che non ci conosciamo e che abbiamo sempre paura gli uni degli altri.

 Foto : homepage  (cc)Cien de cine/flickr