[ita] Sarah Marquis marcia per comunicare con la natura

Articolo pubblicato il 04 agosto 2017
Articolo pubblicato il 04 agosto 2017

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La giornalista di Le Monde, Yoanna Sultan-R’bibo ha incontrato una grande marciatrice, Sarah Marquis. In 23 anni, questa Svizzera ha attraversato vaste contrade, dalla Siberia all’Australia, dal Cile alla Mongolia. Colei che frequenta il mondo in modalità sopravvivenza è stata nominata "Avventuriera dell’anno" nel 2014 dal "National Geographic". 

A 45 anni, questa temeraria è alla ricerca di sfide sempre più intense. Dopo una spedizione nella cordigliera delle Ande nel 2006, Sarah Marquis ha camminato per 3 anni, dalla Siberia all’Australia. Mille giorni, 1000 notti, 20 000 km et un libro, Selvaggia (Sperling & Kupfer, 2015).

Nel 2016, questa marciatrice estrema partiva all’assalto della costa ovest dell’Australia, selvaggia e poco esplorata. Tre mesi a tu per tu con la natura, in modalità sopravvivenza, ispirandosi alle tecniche ancestrali degli Aborigeni per alimentarsi. A fine dicembre prenderà il volo per una traversata a piedi della Tasmania, da sud a nord, nel cuore di una foresta vergine non toccata dall’uomo.

In un'intervista al giornale Le Monde, Sarah Marquis spiega perché ha scelto uno stile di marcia così estremo. « Per curiosità. La camminata per me si vive andando all’avventura. Sono convinta che l’uomo ha delle capacità mille volte superiori a quelle che utilizza. In termini di forza fisica e mentale. Non è qualcosa che si insegna, ci inculcano piuttosto il contrario. Per me, lo spirito e il corpo non hanno limiti. Non c’è barriera alcuna, è qualcosa che sperimento ogni giorno camminando. Sviluppiamo un’altra coscienza, e superiamo dei livelli, un po’ come in un video gioco.

Il corpo non ha limiti, ma soffre camminando…

La sofferenza è prima di tutto una paura. La paura di sentire dolore. Poi ci si rende conto che quando il dolore arriva, il corpo così come lo spirito, sanno gestirlo. La nostra società ci fa vivere sotto una campana di vetro, vuole preservarci da tutto, « assicurare » il nostro corpo affinché non gli arrivi nulla. Il coraggio non è un valore riconosciuto, è un peccato. Camminando si impara ad accettare il dolore, ci si scopre coraggiosi.

In questo stato quasi animale, quale legame sviluppa con l’ambiente che la circonda?

Ciò che mi permette di rimanere in vita è soprattutto comunicare con la natura ! Parto dal principio che nulla in lei è ostile, né gli animali né gli elementi, e che c’è per forza un modo di entrare in contatto con lei. Il problema è che qui, nelle nostre vite urbane, il nostro disco duro è sovraccarico di informazioni. Per riconnettermi alla natura, devo passare attraverso delle sedute di « pulizia ». Mi occorre tempo, ogni volta, per ritrovare il legame. Uno stato al quale arrivo unicamente grazie alla marcia.

Sostiene di percepire e di ricevere l’energia della natura…

Certo è difficilmente misurabile scientificamente, quasi mistico, glielo accordo, ma l’uomo ha la capacità di ricaricarsi di energia a contatto con la natura, come si attacca uno smartphone ad una presa elettrica. In Giappone, per esempio, si organizzano delle camminate nel cuore delle foreste di bambù per rigenerarsi. Se le mie spedizioni avessero un unico obiettivo, sarebbe questo: mostare che il legame con la natura è il solo modo per l’essere umano di salvare la pelle. Ho trascorso metà della mia vita ad attraversare foreste, deserti, steppe, e ho sviluppato questa capacità di rigenerarmi, dopo una ventina di minuti di marcia. Dopo tutto, si tratta semplicemente di ritrovare la condizione originaria dell’essere umano : mettere un piede davanti all’altro, nel cuore dell’immensità della natura. 

Essere una donna sola complica le sue spedizioni ?

Non è semplice essere una donna avventuriera. Ma parto sempre senza apprensione. Se ho saputo sopravvivere ai coccodrilli e ai grizzli, saprò affrontare qualche uomo malintenzionato. È uno stato d’animo : non mi presento come una "preda", mi sento piuttosto una tigre. L’attitudine corporale gioca molto. Lo sguardo, la voce, i piedi ben saldi a terra, la posizione delle mani, la distanza che mettiamo dall’altro. Bisogna essere un’"omicida", e, come un animale, difendere il territorio. Anche in questo caso, è qualcosa di molto istintivo. Mi è successo tuttavia di avere paura; in Laos, nella giungla, mi sono fatta attaccare da dei trafficanti di droga, armati di mitragliatrici. Me la sono scampata, ma quel giorno mi sono detta che era giunta la fine. In ogni caso, non ho paura della morte, è una realtà molto chiara nella mia testa. Fa parte della mia quotidianità.

Marciare permette anche un’evoluzione interiore ?

Certo. La magia della marcia, è la correlazione di due cose : una natura a volte ostile, che bisogna  domare, e che permette di scoprirsi interiormente. L’individuo non si conosce. Esiste soltanto come condizionamento socio-culturale, in relazione al gruppo. D’altronde è per questo che ho scelto di camminare da sola : bisogna essere soli per raggiungere questa forma di armonia.