[ita] Saint-Étienne du Rouvray: non esistono risposte semplici

Articolo pubblicato il 05 agosto 2016
Articolo pubblicato il 05 agosto 2016

Non ci sono risposte semplici per temi complessi. Questo articolo non intende trovare una spiegazione, ma, di fronte agli ultimi attentati in Francia, vuole invitare a una riflessione più profonda di quella imposta dal ritmo frenetico dell'attualità.

Molti hanno scoperto Saint-Étienne du Rouvray da appena una settimana. Forse la maggior parte delle persone che leggeranno questo articolo non sono mai stati in quella chiesa sobria e discreta della parte più insignificante della Normandia. Ma per me quel piccolo centro, che a partire da adesso è marchiato dallo stigma del terrore, è uno dei luoghi più speciali sulla Terra. Lì, ad appena 200 metri da quella chiesa, sono atterrata la prima volta che ho vissuto in Francia. È stata la mia casa, il luogo in cui ho letto per la prima volta Flaubert, Corneille o Molière in lingua originale. Un luogo magico perché mio padre era stato lì prima di me. Lì ho avuto la fortuna di conoscere la mia seconda famiglia: Juan e Angelita, e lì, a quella casa in Rue de Paris, non ho smesso di chiamare disperatamente la mattina del 26 luglio.

Qualche ora dopo che Adel Kermiche e Abel Malik Petitjean erano entrati nella chiesa e avevano sgozzato padre Jacques Hamel, stavo parlando con un'amica. È appena diventata madre ed è cresciuta vicino a quella chiesa che per la maggioranza è solo un altro scenario dell'orrore (tante dosi ci stanno rendendo immuni). Indignata con Hollande, mi raccontò che le sarebbe piaciuto andare al Comune a dire che "non ci sta affatto proteggendo". "Ma se Hollande smettesse di attaccarli forse ci sarebbero meno massacri", aggiunse prima di concludere con una frase che mi sembrò terribile "tutto il mondo dovrebbe andare in guerra, non solo la Francia".

I francesi e gli attentati 

La mia amica non è l'unica a pensarla così. Secondo l'IFOP (l'Istituto francese dell'opinione pubblica) il 65% dei francesi crede che la minaccia terrorista sia molto forte e il 55% crede che la Francia sia in guerra. Il sondaggio è stato realizzato il giorno seguente all'attacco di Saint-Étienne du Rouvray, dodici giorni dopo il massacro a Nizza. Il 58% degli intervistati ha risposto che la loro preoccupazione maggiore è il terrorismo e il 74% è a favore che tutte le persone schedate con una “S” (una delle categorie dello schedario della polizia che include tutte le questioni di sicurezza nazionale) vengano arrestate e incarcerate "perché in questo momento lo Stato non deve correre alcun rischio".

Nonostante tutto, il 63% degli intervistati crede che solo gli islamisti radicali rappresentino una minaccia e non tutti i musulmani, a fronte del 33% che considera l'Islam una minaccia. In merito a quale deve essere il comportamento dei musulmani in Francia, il 21% pensa che i musulmani condannino già sufficientemente il terrorismo e l'islamismo radicale, il 58% crede che debbano condannare di più il terrorismo e l'altro 21% afferma di non dover esprimere la propria opinione sul tema perché il Daesh non ha niente a che vedere con loro.

Reazione politica

Il giorno dopo l'assassinio di padre Hamel, Nicolas Sarkozy, ex-presidente francese, rilasciava un'intervista a Le Monde in cui chiedeva un incremento delle misure antiterrorismo. "Questo nuovo dramma mostra fino a che punto dobbiamo cambiare la nostra risposta al terrorismo islamico. Non posso accettare l'applicazione di schemi intellettuali del passato alla realtà odierna", ha affermato. La risposta del governo è arrivata sempre sotto forma di intervista. Manuel Valls, Primo Ministro francese, ha risposto a Sarkozy: "il mio governo non sarà quello di una Guantanamo francese". 

Aumento del razzismo

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Tahar Ben Jelloum ha scritto quel piccolo gioiello letterario de  Il razzismo spiegato a mia figlia, con il quale cercava di risolvere tutti i dubbi della piccola Mérième durante il movimento di opposizione alla Loi Debré (1998), particolarmente discriminante verso gli stranieri e le famiglie di origine straniera ormai installate in Francia. Ma si tratta di una questione più attuale che mai: un giovane ventiquattrenne di colore è morto mentre si trovava in un commissariato a de Beaumont-sur-Oise; l'accesso al lavoro, incluso il lavoro pubblico, continua ad essere molto difficile per la gente che vive nei quartieri svantaggiati; ci sono stati attacchi contro gli arabi di Nizza sia musulmani che non musulmani dopo l'attentato e, tra le tante cose, assistiamo impassibili alla banalizzazione dei discorsi razzisti e di odio su Internet.

Eppure sono francesi

L'arabista Emilio González Ferrín in un'intervista rilasciata a El Correo de Andalucía la settimana scorsa, ha posto l'accento su una questione chiave: "Al di là della propaganda iniziale, è comprovato che la maggior parte dei terroristi sono cittadini nati nei Paesi dove uccidono. Uno dei grandi problemi che abbiamo quando analizziamo il terrorismo è definirlo internazionale scaricando la patata bollente all'esterno. Il terrorismo internazionale è di solito la somma dei terrorismi nazionali. Andiamo verso un'Europa di discorsi nazionalisti e di populismo referendista che annullano il senso reale della democrazia".

E sull'accaduto a Nizza aggiungeva questa interpretazione, utile anche per quello che è successo in Normandia: “Propongo di studiare quest'atto terrorista nello stesso capitolo del norvegese Breivik, che uccise 77 compatrioti a Oslo; o della strage perpetrata in una discoteca di Orlando da parte di un gay frustrato, o del copilota tedesco depresso che si è schiantato con l'aereo contro le Alpi e che è morto uccidendo tutti i passeggeri e l'equipaggio. La componente "jihadista" di Nizza (con la caricatura del così chiamato "radicalismo express") è al servizio di profezie che si autoavverano e che ci piacciono tanto: in Europa continuiamo a parlare ossessivamente del Daesh e del fatto che tutti coloro che vogliono uccidere faranno un video di sottomissione. Pensare che queste operazioni vengano da fuori è un grave errore di interpretazione. In Europa, il Daesh non è altro che una centrale di rivendicazioni. Non prepara operazioni terroriste ma raccoglie con successo le rendite della pazzia. In Siria e Iraq, il Daesh è un'altra cosa: è una mafia petrolifera".

Riconosco di essere rimasta senza parole quando la mia amica ha proposto come soluzione agli attentati quella di unirci tutti in guerra. Non ci sono risposte semplici per problemi così complessi, ho pensato, ancora meno quando ci sono di mezzo interessi geopolitici.

La mattina del 26 luglio il dolore mi ha toccato da vicino. Mentre guardavo alla televisione le immagini di quella che una volta era stata la mia casa e nessuno prendeva il telefono, anch'io pensavo a risposte semplici, ma nella tarda mattinata alla fine ho sentito un “allô”. Chi lo sa, forse per questo mi sono salvata dalle risposte semplici.