[ita] Quale sarà il futuro dell'Unione Europea?

Articolo pubblicato il 28 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 28 gennaio 2016

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Dopo quasi sei anni di guerra di procura in Siria e l'ascesa del gruppo terrorista dell'ISIS, nell'Unione Europea è scoppiata una vera crisi. Rifugiati, controlli alle frontiere e divisioni sono al centro del dibattito. L'Europa sarà in grado di difendere i valori sociali e morali su cui si fonda?

La guerra in Siria e le continue violenze in Yemen e in tutto il Medio Oriente hanno messo a dura prova i principi di solidarietà e unanimità dell'Unione Europea. Le due guerre mondiali e la guerra in ex-Jugoslavia hanno costretto tantissime persone ad abbandonare le proprie case generando così un imponente flusso migratorio diretto verso l'Europa. Tuttavia, nessuna ondata migratoria ha raggiunto proporzioni simili a quella di cui oggi è testimone il vecchio continente.

Secondo la Commissione Europea 147.000 migranti sono arrivati nell'UE nel primo semestre del 2015 e altri 890.000 nel corso del secondo semestre, la maggior parte dalla Grecia e dall'Italia. Molti non sono sopravvissuti al pericoloso viaggio in mare, altri sono diventati facili bersagli delle reti di trafficanti che operano nel Mediterraneo. Dall'inizio di gennaio 2016, stando ai dati dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), si stima che 31.244 migranti e rifugiati abbiano raggiunto la Grecia via mare. Il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz riconosce che la minaccia del terrorismo e l'attuale crisi dei rifugiati sta testando la capacità di ripresa dell'UE in termini di solidità e stabilità. Schulz ha poi aggiunto che: “Nessuno sa cosa ci aspetti quest'anno.”

Schengen prossimo al collasso?

Svezia, Norvegia, Danimarca, Germania, Austria e Francia hanno reintrodotto temporaneamente i controlli alle frontiere con l'obiettivo principale di limitare l'afflusso di rifugiati. Solo la Francia però ha chiuso i confini per motivi di sicurezza, gli altri lo hanno fatto solo a causa dei migranti. Il Commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos ritiene che la crisi dei rifugiati sia peggiorata rispetto a prima. Sentimenti xenofobi dilagano in Europa e rischiano di condurla sulla pericolosa strada della disgregazione – che ha già preso la forma di muri, filo spinato e controlli alle frontiere.  

La Commissione sta lavorando a una serie di misure per gestire al meglio una crisi che è fuori controllo. Innanzitutto verrà rivisto il piano di ricollocamento dato che molti paesi - in primis il gruppo di Visegrado - hanno manifestato disappunto e non vogliono aderire al sistema delle quote. Il Regolamento di Dublino, che stabilisce che i migranti devono chiedere asilo nel primo paese dell'UE in cui entrano, è ora oggetto di revisione, visto che la maggior parte dei delegati dell'Unione lo considera un fallimento. Inoltre, si sta elaborando una lista comune di paesi sicuri che servirà per decidere la priorità di ogni richiesta di asilo. Si stanno anche predisponendo dei centri di identificazione per aiutare i paesi che accolgono il maggior numero di migranti, come Italia e Grecia, a gestire gli sbarchi. Ciononostante, Laura Ferrara, eurodeputato di Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, reputa scarsa l'efficienza dei centri: “In Italia i centri di identificazione non funzionano, il procedimento è troppo lento e i rifugiati le cui richieste sono state rifiutate non sono stati né aiutati né accompagnati alla frontiera".

Divisioni nell'Unione

L'agitazione è ancora palpabile fra gli stati membri (e i membri dello Spazio Economico Europeo), mentre in paesi come Danimarca e Svizzera (SEE) si chiede già una condanna internazionale. In ballo c'è la confisca del denaro e degli oggetti di valore dei rifugiati da parte delle autorità dei due paesi ospitanti. Il 26 gennaio il governo danese ha votato un progetto di legge in materia che ha riscosso un enorme successo fra i legislatori. In Svizzera invece il denaro confiscato verrà utilizzato per sostenere i costi delle richieste d'asilo. Stando a POLITICO, la Segreteria di Stato dell'immigrazione SEM ha spiegato che: "Se si lascia volontariamente il paese entro sette mesi, il denaro verrà restituito, altrimenti sarà impiegato per coprire i costi sostenuti”.

Nondimeno, nel Parlamento svedese, in fase preparatoria, c'è una proposta legislativa la cui risoluzione mira a "sospendere per un anno gli obblighi della Svezia come stato membro di ricollocamento". Una richiesta formale che il paese ha inoltrato a inizio dicembre 2015. Sia la Svezia sia la Germania sono le mete preferite dai richiedenti asilo, ma mentre le politiche sull'immigrazione di Angela Merkel sono state piuttosto gentili (almeno fino ai fatti di Colonia di Capodanno), la Svezia, ancora obbligata a ricollocare più di 5000 persone nel proprio territorio, sta cercando di ridurre gli arrivi di rifugiati nel paese. Seppur la cancelliera abbia ricevuto critiche in Germania per essere stata troppo tollerante, il direttore dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) William Lacy Swing ha espresso profonda ammirazione per la Merkel in merito alla solidarietà e alla compassione mostrate nei confronti dei rifugiati.

Dopotutto, l'UE sta affrontando la più grande sfida esistenziale dalla sua fondazione. Con i migranti che premono ai confini, l'aumento dell'euroscetticismo di paesi influenti come Regno Unito e Francia e la Grecia che ha minacciato di uscire dall'Unione, i leader europei hanno molte cose di cui occuparsi. Tuttavia, la questione più urgente rimane come gestire le migliaia di rifugiati che bussano alle nostre porte e trovare un modo rapido ed efficace per ricollocarli in condizioni adeguate. Anche se diverbi e discussioni hanno diviso l'Unione e minato la sua capacità d'azione, gli stati membri hanno comunque il dovere di mantenere vivi i valori e i principi europei. Se non sarà l'Europa ad aiutare i rifugiati, chi lo farà? Dal momento che i Paesi del Golfo non accolgono rifugiati, starà all'Europa insieme a terzi garantire dignità e assistenza a queste persone in fuga da guerre e conflitti.