[ita] L'8 marzo, tutte in sciopero!

Articolo pubblicato il 15 settembre 2017
Articolo pubblicato il 15 settembre 2017

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Sessant'anni dopo la firma del Trattato di Roma, l'uguaglianza salariale uomo-donna non è ancora data per acquisita. E se approfittassimo della Giornata Internazionale delle Donne, l'8 marzo 2017, per ridare vita allo slogan "lavoro uguale, salario uguale" scandito dalle operaie della  FN Herstal durante gli scioperi del 1966?

Oggi, in tutto il mondo si celebra come ogni anno, la Giornata Internazionale delle Donne. Che significato attribuire a questa commemorazione in un mondo lavorativo in pieno mutamento, ma in cui le inuguaglianze in materia di impiego e salario fra uomini e donne sono lontane dall'essere riassorbite? Il tema dell'edizione 2017, "Le donne in un mondo lavorativo in evoluzione: un pianeta 50 - 50 entro il 2030", invita in ogni caso alla riflessione e soprattutto all'azione.

8 marzo 2017, ore 15.40. Il reparto di chirurgia dell'ospedale Brugmann echeggia stranamente di un silenzio inabituale per quest'ora della giornata. Alcuni minuti prima, infermiere e operatrici sanitarie, si incrociavano ancora nei corridoi, passando rapidamente da una stanza all'altra, rispondendo al telefono o discutendo febbrilmente dei turni della sera. E, all'improvviso, più nulla. Una calma irreale disturbata solo dalle chiamate insistenti di un anestesista obbligato a prendere in mano la cartella clinica di un paziente e presto raggiunto da un barelliere allertato dalle grida di un dottore.

Bisogna arrendersi all'evidenza: il reparto è svuotato del proprio personale femminile. Sconvolti, i due uomini si dirigono verso la sala operatoria. Stessa constatazione: ad eccezione di due giovani infermieri stagisti e di un chirurgo, il reparto era deserto. Lo squillo di un telefono riecheggia. Nessuno lo stacca. Un momento di esitazione più tardi e il barelliere si decide a prendere la cornetta. E' Marc, uno degli addetti all'accoglienza, che si stupisce di non poter prendere servizio. D'altronde, più giù, è la stessa cosa, tutte le donne hanno smesso di lavorare alle 15.40 precise e hanno lasciato l'ospedale. Ma che gli è preso?

Niente panico, siamo in pieno delirio. Se non che la realtà raggiunge presto la finzione quando si scopre che passate le 15.40, la maggioranza delle donne passa dal lavoro remunerato al lavoro gratuito. La constatazione non è nuova, come sollecita il sito internet francese "8mars.info", autore dell'azione "15.40". Diffuso da un collettivo composto da sindacati, associazioni femministe, ONG e organizzazioni giovanili, il messaggio del sito francese mira a risvegliare le coscienze richiamando ad uno "sciopero mondiale delle donne", l'8 marzo, data della Giornata Internazionale delle Donne. Un'ora, dieci minuti, poco importa. L'essenziale è dimostrare che senza le infermiere, impiegate, dottoresse, operaie, artigiane o professoresse, il mondo non gira così come dovrebbe. Soprattutto quando le rimunerazioni non sono all'altezza delle prestazioni.

Delle disparità sempre molto importanti in Europa

In Belgio, con la stessa professionalità e base oraria, le donne ottengono in media un salario del 9% in meno rispetto a quello degli uomini. La differenza sale rapidamente al 22% su base annuale. Questa discrepanza si chiarisce attraverso un'altra forma di discriminazione: gli uomini hanno maggiormente accesso al tempo pieno mentre le donne devono spesso destreggiarsi con i part time per fare quadrare i conti. Il problema non si riassume nella sola disparità salariale fra i generi. Così nel 2015, il tasso d'impiego delle donne (64,3%) negli stati dell'Unione Europea restava sensibilmente inferiore a quello degli uomini (75,9%). Se la distanza si riduce nei paesi del nord dell'UE (fra il 2 e il 4% in Svezia, Finlandia, Lituania, Lettonia), raggiunge proporzioni enormi in certi paesi del sud et dell'est dell'UE (27,8% a Malta, dal 16 al 20% in Grecia, Italia ou Repubblica Ceca). Il Belgio si posiziona un po' al di sotto della media europea con uno scarto dell'8,3% del tasso di lavoro fra gli uomini e quello delle donne. Fuori dall'Unione, si scava un abisso ancora maggiore, come in Turchia dove la differenza si attesta al 42,8% ! Del resto, le donne di nazionalità non europea in genere hanno occasioni per due volte in meno d'inserirsi nel mondo del lavoro rispetto alle altre.

Altro segnale allarmante: secondo la Commissione Europea, le donne ricevono in media nell'UE una pensione inferiore del 39% rispetto a quella degli uomini!  

Una promessa di ben 60 anni! 

In materia d'impiego, le donne hanno da affrontare numerose ingiustizie. Situazioni precarie, part time generalizzati, posti poco valorizzanti, progressioni di carriera complesse, accesso all'imprenditorialità difficoltoso, molestie sessuali. La lista è lunga. E per corollario uno scarto salariale che indubbiamente non si riassorbe.

Eppure fin dal 1957, il Trattato di Roma prevedeva di occuparsi seriamente della questione. L'articolo 119 del trattato CEE, divenuto l'articolo 141 del trattato CE, poi articolo 157 del TFUE, menzionava già il principio di uguaglianza salariale a parità di lavoro o di lavoro di pari valore. Ma, il fine era innanzitutto economico. Si trattava di lottare contro il "dumping dei sessi", quando diversamente da altri, certi stati membri, come la Francia, avevano iscritto l'uguaglianza salariale fra uomini e donne nell'ordinamento interno. C'era la minaccia di vedere una manodopera femminile meno costosa falsare le regole della concorrenza. Ci si trovava in una logica di mercato. Si sarebbe dovuto attendere il Trattato di Amsterdam del 1999 per vedere l'UE promuovere l'uguaglianza fra uomini e donne e lottare contro ogni discriminazione fondata sul sesso (articolo 13, paragrafo 1, del trattato CE, diventato articolo 19, paragrafo 1, del TFUE). Anche se in fin dei conti, il problema persiste.

Volontà politica 

Resta dunque un percorso da svolgere prima di raggiungere il "pianeta 50 - 50 entro il 2030" raccomandato dall'ONU. Dinnanzi alla mancanza di volontà del mondo politico dominato dagli uomini, le donne hanno sempre condotto una battaglia d'avanguardia. Si ricordano ancora le operaie della FN Herstal scioperare nel febbraio 1966, dopo le reticenze dei datori di lavoro a colmare lo scarto con i salari degli uomini.

Ma ciò non basta. Lo slogan "uguale lavoro, uguale salario" scandito dalle donne di quell'epoca resta d'attualità. Le politiche devono continuarne l'operato e assicurarsi che il quadro giuridico in materia di uguaglianza salariale sia applicato facendo in particolare un grande sforzo per la trasparenza. E rendendo possibile l'adeguamento fra la vita professionale e familiare. Gli esempi di certi paesi nordici sono a questo proposito molto istruttivi. Sarebbe meglio prenderne spunto.

Altrimenti, l'8 marzo rischia di diventare una giornata complicata per molti uomini...