[ita] India-Bangladesh : l'altro muro

Articolo pubblicato il 18 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 18 ottobre 2014

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Per due anni, il fotografo belga Gaël Turine ha esplorato l’area vicino al muro che separa l’India ed il Bangladesh. Il risultato di questo lavoro fotografico, intitolato « Il muro e la paura », è attualmente oggetto di un’esposizione al Botanique di Bruxelles.

Sapete che esiste un muro-frontiera lungo 3200 km tra l’India ed il Bangladesh ? Basta fare un rapido sondaggio attorno a sé per realizzare come il progetto di Gaël Turine faccia luce su una realtà quantomeno sconosciuta.

Un costoso muro-frontiera

Iniziata nel 1993, questa linea di demarcazione è un’interminabile succedersi di distese di filo spinato, cemento e mattoni. Si estende per tutta la lunghezza della frontiera tra l’India e il Bangladesh. Da una parte e l’altra del muro, una zona di circa 150 metri costituisce una sorta di « terra di nessuno ». Per vigilare sull’inviolabilità della barriera geopolitica più lunga del mondo, 220 000 soldati della Border Security Force (BSF) indiana e quelli della Border Guard Bangladesh (BGB) sono di pattuglia giorno e notte. Il costo di costruzione di questo muro si eleva a 4 miliardi di dollari. La sua manutenzione, dal 1993, fa salire la cifra di un altro miliardo.

Questo edificio ha allo stesso tempo delle ripercussioni sociali, economiche, ambientali e religiose. Ha comportato un brutale colpo d’arresto per il sistema ancestrale degli scambi commerciali ed è anche all’origine di una violenta repressione verso le popolazioni locali, in particolare quella del Bangladesh.

Per comprendere le cause e gli effetti di questa frontiera militarizzata, bisogna senza dubbio rituffarsi nella storia di questa parte del mondo. Nel 1947, l’Impero coloniale britannico divise le Indie secondo criteri religiosi: da una parte, il Dominion del Pakistan a maggioranza musulmana (Pakistan e Bangladesh attuali), dall’altro, l’Unione Indiana, a maggioranza induista. Nel 1971 il Bangladesh si dichiara indipendente. Per molto tempo, migliaia di bengalesi sono affluiti in India, senza essere infastiditi dalle autorità di New Dehli. Ma nel corso degli anno Ottanta, la contestazione rispetto a quest’immagrazione si è ingrandita. Così nel 1986 il governo centrale ha deciso di erigere una separazione tra lo stato indiano dell’Assam ed il vicino Bangladesh. Dodici anni più tardi, le autorità indiane decidono di estendere il muro a tutta la frontiera con il Bangladesh. Le giustificazoni sono di vario ordine: fermare l’immigrazione bengalese clandestina, mettere un freno a traffici di ogni sorta ed ostacolare il terrorismo islamico.

Un morto ogni cinque giorni. 

E’ un video – « orribile » - scoperto su Internet, che ha aperto gli occhi a Gaël Turine sulla sorte degli abitanti che vivono ai margini del confine tra India e Bangladesh. Armato di macchina fotografica, è partito per incontrare questi « dimenticati » dai media internazionali. Gaël Turine è nato nel 1972. Ha studiato fotografia a Bruxelles. Il suo lavoro, più volte premiato, è regolarmente esposto e pubblicato nella stampa internazionale.

L’esposizione si compone di foto in bianco e nero e di un’intervista video molto istruttiva di Gaël Turine. Tutti gli scatti sono corredati da una didascalia, o meglio un testo vero e proprio, che contribuisce a donare la giusta dimensione all’immagine.

Il muro tra l’India e il Bangladesh detiene la triste reputazione di essere la frontiera dove vengono commessi più soprusi al mondo. Dalle cifre fornite da New Dehli, nel tentativo di superare la linea di demarcazione muore una persona ogni cinque giorni. A queste statistiche ufficiali – facilmente sottostimate – si aggiungono i casi frequenti di torture e di stupri perpetrati dai soldati della BSF e, in minor misura, da quelli della BGB.

Nella maggior parte dei casi le vittime sono bengalesi. Vivendo in uno dei paesi più miserabili e densamente popolati del pianeta, vedono la vicina India come una sorta di El Dorado.

Come mostrano le foto di Gaël Turine, sono molti quelli che cercano quotidianamente di passare illegalmente in India, a dispetto dei rischi che corrono.

Ci sono queste donne che corrono lungo il muro nella città di frontiera di Hili. Si sono recate in India per comprare spezie, prodotti di bellezza, medicinali o bijoux, che rivenderanno una volta tornate nel loro paese. Procedono le une vicine alle altre per disperdersi meglio nel malaugurato caso in cui dovessero trovarsi faccia a faccia con i militari indiani.

Ci sono questi bambini bengalesi che trasportano mercanzie da un luogo all’altro per una somma irrisoria.

Gaël Turine racconta il muro-frontiera e la zona che lo fiancheggia attraverso storie individuali. La sua serie, composta dai ritratti delle vittime o ritratti dei membri della famiglia delle vittime, è particolarmente toccante. Scopriamo ad esempio Roksana, che ha perso il padre ed il fratello per mano delle guardie di frontiera. Sotto questo gruppo di foto le didascalie sono più esaustive e, per tre di queste, ci viene offerta persino una testimonianza in prima persona.

Né l’India né il Bangladesh hanno interesse che si parli del muro.

« Il muro e la paura » è un progetto di lungo corso. Per due anni, Gaël Turine si è recato diverse volte al confine tra India e Bangladesh. Il fotografo belga si è concesso il lusso di prendersi del tempo, di ascoltare, di relazionarsi, per restituire al meglio la storia di questa struttura e di coloro che vivono ai margini, nelle città e nelle bidonvilles. Egli stesso precisa che gli scatti non rappresentano che una minima parte del tempo che ha trascorso con la popolazione.

Il lavoro di Gaël Turine sul campo non è stato semplice. I militari della BSF e della BGB, infatti, hanno sviluppato tutta una rete di informatori nelle città. Ogni tre giorni, quindi, il fotografo ed il suo interprete dovevano spostarsi per evitare di sollevare sospetti e di essere individuati dalle guardie di frontiera. Le autorità indiane, come quelle bengalesi, non hanno evidentemente interesse che si parli del muro. Si intendono tacitamente per nascondere gli abusi ed impedire l’arrivo di giornalisti.

Il reportage di Gaël Turine non avrebbe potuto essere realizzato senza l’aiuto inestimabile dell’ONG bengalese per difesa dei diritti umani Odhikar. I suoi membri hanno accompagnato il fotografo belga e il suo interprete in ogni zona. Fungendo da mediatori, gli attivisti dell’Odhikar hanno messo in contatto Gaël Turine con gli abitanti del confine, spiegano loro il suo progetto. Alla fine, anche se molti di loro sono stati interrogati dopo il passaggio del fotografo, nessuna famiglia ha subito ritorsioni. Uno dei membri dell’Odhikar, invece, è stato sospeso per tre mesi dal giornale per il quale lavora.

Per finanziare il suo lavoro, Gaël Turine non ha potuto contare sul sostegno della stampa. Per ignoranza dell’argomento o solo per questioni di budget, nessun organo della stampa « ha creduto a questa storia ». Il fotografo belga è quindi stato costretto a far conto su  altre sovvenzioni.

A dispetto di tali difficoltà, « Il muro e la paura » ormai esiste. Il reportage di Gaël Turine prende la forma di un’esposizione – che, dopo Bruxelles, sarà presente alla Galerie Fait & Cause a Parigi – ma anche di un libro pubblicato nella collezione « Photo Poche » di Actes Sud. Ha inoltre ottenuto il Premio speciale come miglior reportage fotografico dall’Agenzia Francese per lo Sviluppo.

Ciò dimostra che far luce su una realtà così agghiacciante, non porta ad ottenere necessariamente un eco mediatico. Gaël Turine rimpiange la mancanza di un adeguato riscontro da parte della stampa e - stando alle sue parole - di dover faticare per pubblicare le fotografie del muro sulle riviste.