[ita] Il grande viaggio turco

Articolo pubblicato il 29 agosto 2016
Articolo pubblicato il 29 agosto 2016

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In ogni cultura le storie cominciano in modo diverso. In Iran, iniziano con “Yeki bood, yeki nabood” ("C'era una volta, non c'era una volta..."). Gli scozzesi dicono: "In the days of auld lang syne" ("Molto tempo fa"). Questa storia la comincerò col greco: “Μια φορά κι έναν καιρό” -"Una volta, in un altro tempo..."         

Una volta, in un altro tempo, quando i viaggi aerei erano ancora fuori budget per la tipica famiglia di migranti, convogli di turchi dell'Europa Occidentale si muovevano come uccelli viaggiatori su affollate auto bollenti alla volta della madrepatria. O della madrepatria adottiva - dopotutto alcuni di loro avevano passato in Europa tutta la loro vita. Nell'arco di sei settimane (la durata delle vacanze estive per la maggior parte delle scuole pubbliche) andavano a trovare i loro parenti e villaggi d'origine, si davano allo shopping selvaggio, e a volte riuscivano persino a incastrarci una vacanza in spiaggia, se il loro budget lo permetteva. Nel corso dei decenni questi viaggi annuali si sono trasformati in una vera e propria subcultura tra i turchi che migrano nell'Europa occidentale. 

Un universo di conoscenze trasmesse, basate semplicemente su osservazioni ed esperienze raccolte da migliaia di persone, è il pilastro di questa cultura. Mio zio, per esempio, conosceva tutta la strada dall'Olanda alla Turchia a memoria. Non l'abbiamo mai sorpreso a guardare una cartina. Riconosceva ogni prato della Germania, sapeva esattamente da quale parcheggio in Austria si poteva godere della vista migliore sulle Alpi, e conservava gelosamente il segreto su quali autogrill avessero i bagni più puliti. Sosteneva persino di conoscere alcuni doganieri di persona, nonostante nessuno di loro sembrasse rispondere mai ai suoi saluti. 

Io stesso ho spesso fatto da navigatore mentre mio padre guidava. La mappa piegata sulle ginocchia, seguivo da vicino il nostro percorso tra autobahns e passi di montagna. Informavo mio padre sulle distanze, sulle prossime stazioni e (se li conoscevo) su anneddoti storici della regione. Sui sedili posteriori del camper, mia madre e mia sorella ammazzavano il tempo mangiando patatine, ropendo i record su GameBoy, o facendo un pisolino. 

Tornati a casa, sempre verso la prima settimana di settembre, andavamo a trovare gli amici e ci raccontavamo i nuovi anneddoti sul viaggio di quell'anno. Chi aveva la storia più accattivante ascoltava pazientemente tutti gli altri, sorseggiando lentamente il suo tè e annuendo con falsa ammirazione, aspettando con la pazienza del giocatore di carte che sa di avere la mano vincente. Poi, con noncuranza, gettava la sua incredibile storia sul tavolo, lasciando i suoi rivali nello stupore e nella confusione. 

Prove e tribulazioni

La storia del Lungo Viaggio Turco può essere divisa in due periodi: prima e dopo la guerra in Yugoslavia. Dopo lo scoppio della guerra non potevamo più usare la famosa autostrada della "Fratellanza e Unità" di Tito (autoput bratstvo i jedinstvo). Dopotutto, sia l'ideologia che l'autostrada ormai erano in rovina. L'alternativa era attraversare l'Ungheria e la Romania, fino alla Bulgaria. Poche anime avventurose si spingevano in Serbia. In ogni caso, la gita cominciava sempre con un prevedibile e tranquillo viaggio sulle Autobahns attraverso Ruhrgebiet fino a Regensburg. Spesso passavamo la nostra prima notte a Vienna, e l'Ungheria era il primo paese post-comunista che avremmo incontrato. Davvero, prima che l'Ungheria diventasse membro dell'Unione Europea, la frontiera tra Ungheria e Romania era spesso la prima vera sfida. 

Il nostro camper arrancava imperturbabile sulle consunte strade rumene, tra burroni spaventosi senza guardrails e attraverso valli pittoresche. Questo idillico paesaggio veniva spesso interrotto dai poliziotti rumeni e dai loro numerosi posti di blocco. "Gli sbirri bulgari sono tutti criminali", gridavano in coro, poco prima di mostrarci un dispositivo radar che era chiaramente preimpostato sui 200 km orari - una velocità che il nostro camper sovraccarico non avrebbe mai e poi mai potuto raggiungere. 

“Wieso zwei Hundert, Kollega?” chiese mio padre, dando per scontato che lo sbirro parlasse un minimo di tedesco. Il paffuto poliziotto transilvano a questo punto ridacchiò in rumeno e fece ciondolare la manette, al che mio padre perse la pazienza e scese arrabbiato dalla macchina. Mi spaventò la scena di mia madre che pregava mio padre: "Tesoro, calmati per favore". (Io già mi immaginavo quattro corpi martoriati attorcigliati l'uno sull'altro, mentre mio padre con la sua maglietta insanguinata fuggiva dalla scena del crimine. "Tesoro, cos'è successo?"... "Oh niente, amore"). Fortunatamente noi turchi non abbiamo bisogno di seminare di nuovo distruzione per i balcani.  Papà si rifiutò  semplicemente di pagare per quella truffa astutamente velata e minacciò di contattare il consolato olandese e di chiamare un avvocato nella prossima città. 

Incontri

L'ultimo miglio era quello più lungo. La Bulgaria era un paese in cui non riuscivamo né a leggere cartelli stradali, né a capire le regole del traffico non scritte. Le macchine che incrociavamo ci facevano gli abbaglianti, e gli automobilisti battevano sul cruscotto. Poi imparammo che questa era una forma di solidarietà: un segnale che più avanti la polizia estorceva denaro ad ignari automobilisti. Al primo posto di blocco bulgaro, un altro gentiluomo paffuto e baffuto indicava verso nord esclamando: "I poliziotti rumeni sono tutti criminali!"

Siccome non sapevamo leggere il cirillico, dovevamo rallentare davanti ai segnali stradali, così io potevo guardare sul mio quaderno e mettere insieme le giuste combinazioni di lettere. Con certi nomi lunghi di città, come Стара Загора (Stara Zagora) o Велико Търново (Veliko Tarnovo), arrivavamo quasi a un punto morto. Le frontiere erano sempre stressanti. Ricordo un corpulento doganiere bulgaro, cappello a visiera in testa, e vecchie macchie di sudore sotto le ascelle. Aprì il bagagliaio davanti a noi e ci frugò dentro, prese una lattina di coca cola e ne svuotò l'intero contenuto nel suo esofago con un sorso, chiudendo poi di scatto il bagagliaio e andandosene senza battere ciglio. 

Sicuramente le nostre esperienze più interessanti sono state nella ex Yugoslavia. Aveva una buona reputazione tra i turchi: le strade erano migliori, gli ufficiali più affidabili, l'alfabeto leggibile, e poi, beh, gli yugoslavi sono rimasti un po' ottomani, giusto? Ma anche durante la guerra, papà si fece prendere da un bisogno quasi maniacale di guidare attraverso la Serbia. Anche lontano dal fronte, si potevano avvertire gli effetti della guerra. 

Una volta, quando ci fermammo per fare benzina nella Serbia orientale, vidi un ragazzo che bussava al finestrino indicando un pacchetto di biscotti mollicci che erano stati per giorni a sciogliersi sul cruscotto. Fissai il suo petto incavato e le sue costole sporgenti prima di rendermi conto che quel bambino affamato stava elemosinando cibo. In modo perfettamente olandese, presi esattamente un biscotto dal pacchetto e glielo diedi. Lo divorò e tornò indietro, chiaramente non sazio. Mio padre vide l'intera scena e mi disse di dargli tutto il pacco di biscotti. L'espressione disperata della sua faccia era qualcosa che non avevo mai visto prima, e che continua a tormentarmi. 

Criminale

As 

Per quanto ne so, non ho mai infranto la legge deliberatamente, a parte una volta. La prima estate dopo il mio diciottesimo compleanno avevo pensato di stupire i miei cugini portando marijuana ad Instanbul. Dopotutto in Olanda era stata depenalizzata, e da teenager ogni estate non facevo altro che vantarmene con loro. 

Così nel giugno 1999, pochi giorni prima della partenza annuale, comprai qualche grammo di Purple Haze al coffee shop locale. A casa rimurginai su come nascondere al meglio la roba durante il nostro lungo viaggio per la Turchia. Ricordavo un documentario in cui i cartelli della droga colombiani passavano le frontiere internazionali nascondendo la merce in grandi confezioni di caffè, in modo che i cani non percepissero il suo odore. Eureka! Questa era la mia occasione di liberarmi per sempre della reputazione di topo di biblioteca. Ora avrei attraversato i boulevards Bosporus in scintillanti decapottabili, con donne mezzo nude che mi avrebbero massaggiato il collo chiamandomi "Escobar". Così acquistai due pacchi di caffè in polvere, li svuotai entrambi in un sacchetto di plastica e ci nascosi dentro il pacchetto di erba. Lo legai e lo misi in fondo alla mia valigia, proprio sotto le mie mutande. 

Grazie all'abolizione delle frontiere dell'Unione Europea, per tutto il viaggio non dovetti preoccuparmi della giustizia: nel 2000 non c'erano più controlli di passaporti, per non parlare delle perquisizioni dei bagagli. Quando raggiungemmo la frontiera bulgaro- turca, ridacchiai sotto i baffi. I bulgari non perquisivano mai le macchine che uscivano dal paese, e i turchi avrebbero ovviamente accolto i loro connazionali a braccia aperte. Allo spuntare dell'alba, fummo fermati da un sonnolento doganiere turco con la barba in una sgangherata cabina. L'uomo stampò pigramente i nostri passaporti e abbaiò: "Parcheggiate la vostra macchina là". Mio padre rimase di sasso. Dopo aver subìto truffe e insulti in Romania e in Bulgaria, questa mancanza di cortesia, e proprio nella nostra madrepatria,  fu la goccia che fece traboccare il vaso. 

"No", sbottò. "Mi devi dire, 'Potrebbe per favore parcheggiare là la sua macchina, signore?". L'ufficiale si girò così lentamente verso di noi, che notai soltanto dopo che aveva la bocca aperta per la sorpresa. 

"Cosa. Hai. Detto? Mi stai dicendo come devo fare il mio lavoro? Parcheggia la tua macchina là, e subito! Adesso vi facciamo una bella perquisizione". 

A questo punto ebbi una specie di esperienza extracorporea. Di tutta la gente che c'è al mondo, mio padre doveva provocare proprio questo tizio? Non avevo paura della polizia turca: mi avrebbero probabilmente confiscato l'erba, magari mi avrebbero spaventato un po', e alla fine mi avrebbero lasciato andare con un avvertimento. Ma se papà avesse scoperto che suo figlio santarellino aveva portato con sé abbastanza erba da passare buona parte delle vacanze fumato, la sua collera sarebbe stata epica. Due doganieri turchi, chiaramente irritati all'idea di dover lavorare la mattina così presto, vennero verso di noi e ci ordinarono di aprire tutti i bagagli nella macchina. Le ginocchia che tremavano, mordendomi le labbra, rimasi lì fermo mentre gli ufficiali indicavano la mia valigia e chiedevano che cosa contenesse. Piagnucolai: "Mutande, signore". Si guardarono e risero. "Ti servono così tante mutande per le vacanze?". 

"A volte la faccio a letto, signore", improvvisai. L'ufficiale scoppiò a ridere e annuì allegramente: "bene, mettila via e buon viaggio". 

Arrivati ad Instanbul, aprii la valigia e scoprii che tutti i miei vestiti puzzavano di erba. A parte questo, non ricordo molto di quella vacanza.