[ita] Enrique Barón: "Dall'Europa non volevamo solo aiuti, volevamo dare una mano a costruirla"

Articolo pubblicato il 09 agosto 2016
Articolo pubblicato il 09 agosto 2016

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Dopo la firma dalla Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, l'Europa subì un cambiamento storico che mise fine ai regimi democratici popolari e che portò stabilità e pace nel continente. Una dichiarazione che Barón ha difeso come una scommessa per la pace, per il superamento dei nazionalismi, e la creazione di un'economia comune, di cui però la Spagna non avrebbe fatto parte se non 36 anni dopo.

#YyaVan30 è il titolo che comprende tutte le celebrazioni in ricordo dell'adesione della Spagna all'Unione Europea nel 1986. Si festeggiano 30 anni di cambiamenti culturali, sociali e politici che hanno tracciato la rotta della Spagna verso la democrazia. Un processo in cui la Spagna ha svolto un ruolo chiave e a cui ha contribuito con grandi nomi, come quello di Enrique Barón.

Nella lunga carriera lo hanno guidato le sue conoscenze in materia di economia, legge e politica (è nota la sua vocazione europeista). Barón è passato da essere ministro dei Trasporti, Turismo e Comunicazioni del primo governo González a Vicepresidente (1987-1989) e Presidente (1989-1992) del Parlamento Europeo. Forse è stato proprio quest'ultimo incarico a conferirgli l'importante peso politico internazionale che oggi, a 72 anni, ancora detiene.

Per Enrique Barón il progetto di costruzione europea è sacro. È sicuro che l'Unione Europea ha comportato un cambio drastico nelle relazioni tra gli stati: valorizzando gli ideali e del destino comune di tutti i cittadini europei, si è riusciti a ottenere la pace. Così, definisce "governo d'onore" l'esecutivo di Felipe González per aver portato a compimento l'adesione spagnola nel 1986. Un processo di negoziazione complicato per la gestione degli interessi nazionali, a cui l'ex presidente del Parlamento Europeo partecipò attivamente.

Il ruolo chiave della Spagna: "Non speravamo solo di ottenere aiuti e appoggio, ma volevamo anche partecipare attivamente alla costruzione dell'Europa"

Entrare nel club europeo comportò una trasformazione politica, economica e sociale profonda in Spagna. Fu necessario eliminare le scorte agricole, ridurre la produzione navale in modo considerevole... però, rispetto alle conseguenze, il bilancio è positivo. Si potè collegare il territorio spagnolo con autostrade e inaugurare nuovi aeroporti e reti ferroviarie che oggi rappresentano il simbolo dello sforzo di trasformazione della società spagnola ed europea.

Tuttavia la Spagna non ha solo ricevuto dall'Europa, ma ha anche svolto un ruolo risolutivo nell'apportare e concretizzazione di iniziative che hanno poi segnato l'integrazione degli stati nella comunità. La convinzione di Felipe González che l'Unione dovesse essere qualcosa di più di un'unione economica lo portò a porsi come leader del processo di ratificazione della cittadinanza europea e del cofinanziamento tra gli stati membri e l'organizzazione internazionale.

Nel 1991 la posizione della Spagna nell'Unione Europea cambiò completamente. Felipe González e la sua squadra, che vedeva Barón come ministro dei Trasporti, Turismo e Comunicazione, riuscirono a inserire nel Trattato di Maastricht un articolo sulla cittadinanza europea come articolo. Grazie a questo passo, la Spagna si guadagnò la fiducia degli altri stati membri. Da allora, noi cittadini possiamo viaggiare per l'Europa senza passaporto, controlli e dogane. Senza dimenticare che, grazie alla cittadinanza europea, possiamo contare su una protezione internazionale, abbiamo il diritto di voto alle elezioni del Parlamento Europeo e possiamo richiedere l'intervento del Mediatore europeo. 

All'ottenimento della cittadinanza bisogna aggiungere anche i fondi di coesione, che "hanno potenziato la trasformazione della società spagnola grazie ai valori della democrazia e della partecipazione", perché l'aiuto e l'appoggio all'Europa devono essere reciproci. Con questo passo nel Trattato di Maastricht si inaugurò il cofinanziamento europeo per rafforzare la società attraverso l'apporto di fondi europei e degli stati membri. 

Le attuali sfide dell'Unione Europea

La costruzione dell'Unione Europea continua, in parte perché avviene grazie a paesi con differenze storiche e interessi divergenti, e in parte perché ci troviamo in un momento complicato. Occorre un nuovo impulso che assorba le reazioni populiste e semplicistiche con cui si vuole risolvere la crisi di valori che l'Europa sta affrontando. Di fronte alla perdita della fiducia tra gli stati membri, Barón chiede coerenza di fronte alle urgenze che bussano alle porte dell'Europa.

In particolare, Barón si riferisce alla crisi dei rifugiati e difende Juncker per aver attuato azioni preventive serie di fronte all'emergenza. Inoltre, sottolinea che l'Europa deve fare fronte a qualcosa di più grande: i problemi che derivano dalla posizione geopolitica del continente. Un fatto che, secondo Barón, rende l'Europa un faro di prosperità e stabilità che agisce da "magnete" per gli altri paesi. L'ex presidente esige soluzioni politiche attive comuni di pacificazione e cooperazione che seguano l'esempio etico e politiche che, in un primo momento, ha dato la Germania.

L'Unione Europea e gli stati membri hanno il potere di cambiare il ruolo meramente economico che gioca Bruxelles dalla crisi del 2007. Enrique Barón propone coerenza e ricorda con forza ora più che mai l'idea di Jean Monnet secondo cui l'Europa si crea proprio nelle situazioni di crisi e nelle soluzioni che rigenerano la fiducia nel progetto europeo. È il momento di seguire la direzione tracciata dalla Spagna a Maastricht, e svoltare verso un'unione politica basata sull'idea della solidarietà come colonna portante che sostenga le politiche economiche.