Israele nel dopo Sharon

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2006
Articolo pubblicato il 07 gennaio 2006

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La precipitosa uscita di scena di Ariel Sharon in Israele inaugura una nuova era, dominata dagli interrogativi: Palestina, Siria ed Iran. Primo round: 28 marzo, data delle elezioni legislative.

L'ingrediente imprescindibile in qualunque capitolo della storia d'Israele è senza alcun dubbio il soprassalto. Il nonno "Arik", come viene affettuosamente chiamato il primo ministro israeliano Ariel Sharon – politicamente morto dopo un attacco cerebrale – ha fatto la stessa fine dei suoi predecessori. La carica di premier ad Israele sembra esser inestricabilmente legata a una qualche maledizione: Isaac Rabin venne assassinato, Eshkol morì in ufficio in seguito ad un attacco di cuore. Gli altri furono sconfitti durante i comizi o esiliati dai propri partiti. L'uscita di scena di Sharon è stata peraltro tanto inopportuna quanto inaspettata, e si è verificata nel momento di maggior fermento per il partito centrista Kadima (in ebraico Avanti) da questo appena creato. Un partito che deve dimostrare adesso, a poche settimane dalle elezioni, che nonostante il suo status di orfano, non è un partito che porta avanti interessi meramente “personali”, bensì un progetto credibile, stabile e con un sostegno sufficiente non solo per affermarsi come maggioranza al Knesset (il parlamento israeliano). Bensì per continuare nella nuova rotta per la pace, voluta da Sharon con le stesse autorità e dedizione degli ultimi anni.

La sfida d'Israele innanzi alla comunità internazionale

La comunità internazionale aspetta impazientemente il successore di Arik. Ariel Sharon, tradizionalmente vicino all'ultradestra, avendo tacciato perfino in qualche occasione l'Unione Europea di antisemitismo, ha avuto una virata ideologica negli ultimi anni. Anni durante i quali, oltre a fare alcune concessioni alla comunità araba, ha messo in moto uno dei progetti più importanti nel lungo e tortuoso processo di pace con la Palestina: il piano per il disimpegno, che prevedeva lo smantellamento di diverse colonie ebraiche lungo la Striscia di Gaza – che da un po’ versa in un caos senza precedenti – e la storica alienazione dei territori all'Autorità Nazionale Palestinese. La decisione gli costò l’uscita dal Likud, il partito da lui stesso fondato dopo aver lasciato l'esercito nel 1973, ma gli valse tuttavia un largo riconoscimento da parte della comunità internazionale. In un intervento all'Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso mese di settembre, il Primo Ministro israeliano ha ammesso per la prima volta il diritto dei palestinesi a disporre di un'amministrazione territoriale propria.

La vittoria di Netanyahu sul fronte del Likud, o quella del leader dei laburisti, Amir Peretz, alle elezioni del 28 marzo, potrebbero prospettare la paralisi dell’ennesimo tentativo di portare al successo il processo di pace con gli arabi. Analisti e stampa locale sono concordi nel segnalare chi già in passato ha ricoperto la carica di premier, Shimon Peres, come un peso decisivo per l’una o l’altra parte negli esiti della consultazione. Peres, “reclutato” in extremis da Sharon per Kadima, e fino ad ora incorruttibile ai canti di sirena dei laburisti, stando ai sondaggi porterebbe al partito di Sharon il maggior numero di seggi al Knesset: quarantadue in totale. Gli stessi sondaggi danno a colui che appare come il successore naturale di Arik, il Ministro Ehud Olmert, quaranta seggi in parlamento. Sembrerebbe comunque troppo avventuroso, almeno per adesso, parlare a più di due mesi di anticipo della possibile rendita elettorale che Kadima otterrebbe sull’"ondata di simpatia" suscitata dall'uscita di scena di Ariel Sharon.

Un esercizio di diplomazia

Chiunque sarà il nuovo Primo Ministro, questi ha davanti a sé non solo le sfide di Gaza e della Cisgiordania, ma anche l’obiettivo di restar saldi di fronte all'aggravarsi della crisi con la Siria. Senza dimenticare, soprattutto, la minaccia nucleare iraniana. Il Presidente dell'Iran, Ahmadineyad, ha espresso pubblicamente il suo «desiderio» che Israele venga «cancellato» dalle mappe. L'appoggio della comunità internazionale sarà pertanto decisivo per la sicurezza di questo nuovo Israele senza Sharon. Fare esercizio di diplomazia dovrà essere una scelta obbligata per il prossimo premier.