Israele, l’Unione Europea fra l’incudine e il martello

Articolo pubblicato il 28 marzo 2006
Articolo pubblicato il 28 marzo 2006

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Antisemitismo, aiuti ai Palestinesi... i motivi di scontro fra Israele e Unione europea sono numerosi. Ma i loro legami politici, commerciali e affettivi rimangono forti. Nel futuro, però...

È la goccia che rischia di far traboccare il vaso. Nel febbraio scorso l’Unione europea, principale finanziatore dei territori palestinesi, decide di accordare a questi ultimi 120 milioni di euro di aiuti: e ciò a poche settimane dalla vittoria alle legislative di Hamas, movimento che Bruxelles annovera fra le organizzazioni terroristiche. Passa una settimana, e il Ministro degli esteri israeliano, Tzipi Livni, blocca il versamento dei proventi delle imposte doganali all’Autorità palestinese. Un bell’esempio della dissonanza e delle ambiguità che minacciano le relazioni fra Bruxelles e lo Stato ebraico.

I solidi accordi

D’altra parte, sono numerosi gli accordi che legano Israele e l’Ue. Fra questi c’è il Piano d’azione congiunta, ratificato nel dicembre 2004 nel quadro della nuova Politica europea di vicinato. Non solo. L’Europa è il primo partner commerciale di Israele, con un volume d’affari che nel 2004 superava i 15 miliardi di euro; per non parlare dei costanti programmi di sovvenzione al cinema israeliano, o di quelli volti alla cooperazione in ambito scientifico.

Dal giugno 1980, l’Europa è anche impegnata a sostenere il Processo di pace in Medio Oriente con la Dichiarazione di Venezia, che riconosce ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione e condanna come illegale l’occupazione israeliana dei Territori. Da allora, l’Unione cerca di contribuire alla risoluzione del conflitto partecipando al “Quartetto internazionale per il Medio Oriente (insieme a Russia, Stati Uniti e Onu), e spinge per l’applicazione della Road Map tramite i suoi inviati in loco.

Sale la tensione

Ma non sempre il governo israeliano gradisce l’intervento europeo nelle sue faccende di politica interna. All’Ue viene rinfacciata anzitutto la posizione nei confronti del “muro di sicurezza” eretto per arginare gli attacchi dei

kamikaze, muro che le istituzioni europee hanno ribattezzato “muro della vergogna”, sottoscrivendo la risoluzione Onu che ne sollecita la distruzione.

Inoltre, secondo Israele, l’Unione Europea si mostrerebbe più attenta al calvario palestinese che alla causa israeliana: una posizione che suscita risentimento verso le istituzioni d’Europa, ma anche verso i suoi cittadini. Un sondaggio del 2003, d’altronde, aveva provocato un terremoto a Tel Aviv, rivelando che il 59% degli europei considerava Israele come la più grande minaccia alla pace nel mondo (prima ancora della Corea del Nord e dell’Iran).

Un amore non corrisposto?

Ma l’evacuazione di 7500 coloni dalla striscia di Gaza e dalla Cisgiordania, nell’estate 2005, ha raccolto il plauso della comunità internazionale, Unione europea in testa. In un comunicato ufficiale dell’agosto 2005, l’Ue «elogia il coraggio del presidente Sharon e del suo governo, per aver messo in atto il piano di uscita (…) una tappa importante della Road Map».

Dopo l’emorragia cerebrale di Sharon, il premier ad interim, Ehud Olmert aveva fatto ben sperare l’Ue aprendo al dialogo con Mahmoud Abbas, il leader dell’Autorità palestinese. Ma di fronte alla vittoria elettorale di Hamas, Olmert ha dovuto fare un passo indietro: niente negoziati con i terroristi, se questi non accettano il disarmo e non riconoscono Israele. È in questo difficile frangente che Benita Ferrero-Waldner, Commissario europeo alle relazioni con l’estero, ha annunciato l’attribuzione «di un considerevole pacchetto di aiuti volto a soddisfare i bisogni fondamentali della popolazione» palestinese, di cui una parte (17,5 milioni) servirà a pagare gli stipendi del governo di transizione. Sagi Karni, membro della missione israeliana presso l’Ue, preferisce relativizzare: «si tratta soprattutto di un sostegno umanitario. E lo Stato ebraico fa una netta distinzione fra il popolo palestinese e il futuro governo di Hamas».

Tuttavia, come per manifestare il suo disappunto, Ehud Olmert ha dichiarato in marzo di voler fissare rapidamente «le frontiere definitive dello Stato di Israele». Un modo educato per dire alla comunità internazionale che, se i negoziati con i palestinesi non daranno alla svelta buoni risultati, il governo israeliano potrebbe decidere unilateralmente la spartizione dei Territori. Intanto, la recente condanna del raid su Gerico da parte degli eurodeputati rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco.