Islanda: i Pirati all'arrembaggio della politica

Articolo pubblicato il 25 aprile 2016
Articolo pubblicato il 25 aprile 2016

In Islanda il Partito Pirata si trova comodamente in testa ai sondaggi nazionali, dopo che i Panama papers hanno smascherato i conti offshore dell’ex Primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson. Reportage da un Paese pronto all'ammutinamento.

Il Partito Pirata islandese non crede nella politica convenzionale. Nato come piattaforma per la libertà di informazione, il gruppo anti-establishment sta ora dominando le statistiche delle elezioni generali dopo le dimissioni dell'ex primo ministro, in seguito alle rivelazioni dei Panama papers.

Secondo dati recenti, il Partito Pirata attualmente otterrebbe circa il 43% dei voti.  Ben prima della fuga di notizie, una ricerca dello scorso 11 marzo mostrava come esso avesse raggiunto una media del 38% durante l'anno, mantenendosi costantemente al vertice. Se l'Islanda andasse al voto oggi, nessuna coalizione di maggioranza potrebbe formarsi senza la partecipazione dei Pirati.

«La gente sa che siamo per l'attuazione dei cambiamenti necessari alla riforma del sistema, invece di intervenire su questioni minori che possono essere facilmente modificate di nuovo,» afferma il partito sul proprio sito web.

Capeggiato da Birgitta Jónsdóttir, un'ex attivista di Wikileaks, il gruppo rifiuta di essere etichettato come di destra o di sinistra: «Ci consideriamo gli hackers, per così dire, dei nostri obsoleti sistemi di  governo».

«Non resisteranno a lungo»

Il partito sostiene che la mancanza di apertura nella politica abbia permesso all'ex Primo ministro Sigmundur Davíð Gunnlaugsson e ad altri due illustri ministri di essere coinvolti in attività bancarie dall'etica opinabile. A giudicare dalle proteste sorte nella capitale di Reykjavík, pare proprio che la popolazione sia d'accordo.

Indicativamente 23.000 persone, circa il 20% degli islandesi aventi diritto al voto, hanno preso parte a tali eventi, organizzati e promossi quasi interamente attraverso i social media. La pagina Facebook Jæja funge da piattaforma online tenendo gli utenti aggiornati sulle proteste a venire.

Una delle amministratrici, Sara Oskarsson, è un'artista e un'affiliata al Partito pirata. Nonostante questo, preferisce definirsi solo una cittadina «molto preoccupata e arrabbiata».

«Jæja non rappresenta alcun movimento né organizzazione, eccetto se stessa», spiega, «è una piattaforma che permette al popolo di far sentire la propria voce.»

L'opinione pubblica non sembra essere particolarmente favorevole alla politica della classe dirigente. Anche i giornali locali prevedono tempi duri per il governo attuale e i ministri presumibilmente compromessi.

«Non resisteranno a lungo,» sostiene Paul Fontaine, caporedattore del Reykjavik Grapevine, «finché la resistenza spinge, la protesta va avanti e il dissenso si accresce tra le loro fila».

Il giornalista americano aggiunge che, dopo due coalizioni formate da quattro diversi partiti, «la gente vede i Pirati come l'eccezione alla regola». È anche convinto che la loro politica, basata su una democrazia diretta e una maggiore trasparenza, sia «molto attraente agli occhi degli islandesi, che non ne possono più della corruzione».

Valgerður Björk Pálsdóttir, segretaria generale del partito Futuro Luminoso, condivide questo punto di vista: «La gente vuole solo una politica senza corruzione e dei politici che dicano la verità e agiscano secondo quanto promettono». Ammette inoltre che l'elettorato potrebbe vedere i Pirati come «una ventata di aria fresca, qualcosa di molto diverso dal governo attuale», ma spera anche che «apra gli occhi» verso un Futuro Luminoso.

Una costituzione sviluppata collettivamente

Il Partito pirata islandese differisce dagli analoghi movimenti nel mondo perché gode di un ampio supporto elettorale, ha un proprio piano economico e una diffusa autorità.

Pertanto, l'idea dei Pirati alla guida dell'Islanda potrebbe non essere poi così inverosimile.

Essi sostengono che si debba ascoltare la gente e «spingere verso nuove elezioni il prima possibile». Grande importanza viene anche data alla necessità di adottare una nuova costituzione, perché quella attuale sarebbe «totalmente incomprensibile» su questioni cruciali.

Nel 2013 il Paese sfiorò la possibilità di far approvare una «costituzione sviluppata collettivamente». Dopo aver radunato i cittadini per un incontro di una giornata, fu loro richiesto di stilare una lista di principi che avrebbero voluto veder comparire nei nuovi progetti. Dopo questa fase, le persone coinvolte avrebbero potuto commentare il contenuto del documento tramite Facebook, Twitter, email e posta ordinaria. In totale, ci furono circa 3.600 commenti su un totale di 360 proposte.

Nonostante il progetto che ne conseguì fosse stato approvato nel referendum dell'ottobre 2012, esso venne infine bloccato dal Parlamento, con grande dissenso della popolazione.  «Il governo attuale ha sequestrato il tutto e sabotato il processo per rendere la proposta applicabile,» spiega Oskarsson. 

L'ascesa e il declino di Sigmundur Davið Gunnlaugsson

Il Partito Pirata anti-establishment avrebbe dovuto attendere ancora un anno prima che il mandato del governo scadesse, ma il coinvolgimento di Gunnlaugsson nei Panama papers ha cambiato tutto.

Nel 2013 sembrava che le cose andassero bene per lui. Oltre ad essere il più giovane Primo ministro islandese della storia, era famoso per essersi rifiutato di cedere davanti al sistema bancario del Paese, dopo la crisi finanziaria globale del 2008. Nonostante ciò, recentemente la sua popolarità era in calo e il suo coinvolgimento nello scandalo dei Panama papers è stato il colpo di grazia.

Secondo i dossier, nel 2007 Gunnlaugsson e sua moglie Anna Sigurlaug Pálsdóttir fondarono una compagnia nelle Isole Vergini britanniche per depositarvi la propria eredità, incluse alcune obbligazioni emesse da tre banche islandesi. Quando nel 2009 Gunnlaugsson divenne parlamentare, vendette le sue azioni alla moglie per 1 dollaro americano, ma omise di dichiarare l'esistenza della compagnia nei propri registri fiscali.

L'opinione pubblica considera tali obbligazioni un conflitto d'interessi, dato che si potrebbe sostenere che le banche avessero delle influenze sul governo islandese. Di fronte alle proteste di massa, Gunnlaugsson ha rassegnato le proprie dimissioni e consegnato lo scettro del potere al suo braccio destro Sigurður Ingi Johannsson, ex Ministro della pesca e dell'agricoltura.

Questo articolo è stato pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Aarhus.