Islam turco, dai conflitti ai compromessi

Articolo pubblicato il 07 febbraio 2005
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Articolo pubblicato il 07 febbraio 2005

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Cosa vuol dire essere donna oggi nella terra di Allah? La Turchia garantisce alle donne gli stessi diritti rispettati in Europa?

Secondo certe interpretazioni dei testi religiosi dell’Islam, la donna viene considerata esclusivamente in funzione del suo ruolo all’interno della famiglia ed è il fulcro di una società di tipo patriarcale, in cui i clan hanno ancora un ruolo rilevante. Alcuni passi del Corano lasciano credere che alla donna non sia concessa alcuna esistenza propria come individuo in quanto tale. E se “i suoi diritti sono equivalenti ad i suoi obblighi, secondo la giustizia, gli uomini sono un grado al di sopra di lei.” (Corano, Libro della Genesi, verso 288)

Ciononostante, in origine, la comparsa dell’Islam nel VII secolo d.C. aveva rappresentato un progresso per le condizioni della donna. Il Corano introduceva per quei tempi delle idee progressiste, come ad esempio la denuncia dell’infanticidio delle bambine. Ma il diritto lo ha successivamente inasprito, accomodando tradizioni proprie delle tribù della penisola arabica. Si è successivamente affermato nell’XI secolo, fossilizzarsi poco a poco e autorizzando nuove derive. Il destino “asimmetrico” che la religione riserva alle donne é così divenuto uno degli emblemi meno gloriosi dell’Islam.

Secondo la storica Sana Benachour, le musulmane, “sono cittadine discriminate i cui obblighi e margini di libertà dipendono dal paese in cui sono nate”. Mentre nel Sudan e nel Kuwait è in vigore una durata massima della gravidanza di 10 mesi, la legisalazione turca consacra costituzionalmente dal 1962 il principio d’uguaglianza tra uomini e donne.

L’Islam turco: un Islam civile?

Dal XIX secolo, l’Impero ottomano testimonia una sbalorditiva capacità di riformare le sue istituzioni e di trasformare la propria società fondendo pensiero coranico e concetti europei. Nel 1924, Mustafa Kemal, futuro Atatürk, stupì l’Occidente. Abolì il Califfato, laicizzò l’insegnamento, proibì le confraternite islamiche e, fatto sorprendente, sostituì la Sharia con un Codice Civile che prendeva come modello la legislazione svizzera. La Turchia divenne così una Repubblica laica, preservando il pluralismo religioso di un tessuto sociale all’incrocio di varie correnti dell’Islam. Per creare una Turchia moderna, Atatürk si appoggiò ad uno Stato forte, giacobino e nazionalista, affermando il ruolo dell’esercito. “Oggi la laicità turca è differente dalla laicità francese, in quanto è autoritaria e imposta attraverso il potere. La religione è ridotta al minimo e controllata dai poteri pubblici, il culto si pratica senza ingerenza nella vita politica”, sottolinea Gaye Petek..

La laicità rappresenterà dunque la chiave della modernizzazione dell’Islam turco? “Non da sola”, secondo la stessa Petek, che attribuisce un ruolo importante anche al 25% di turchi “aleviti”, i quali partecipano a un movimento confessionale di adorazione e non di conquista. “L’Islam sincretico, giudica la relazione con Dio come parte di una sfera privata, considera le donne come uguali agli uomini, le autorizza a partecipare ad i riti commemorativi, non impone il velo.”

L’approccio tollerante di coloro che vengono definiti i “protestanti dell’Islam” permette di conservare lo spirito kemalista e progressista caratteristico del popolo turco. “D’altra parte, l’Islam in Turchia resta, a grandi linee, più pacifico e meno rivendicativo di quello praticato dagli immigrati turchi in Europa, esasperato dal loro auto-isolamento”, riprende Gaye Petek.

“La forza della legge non è sufficiente”

Grazie a questa inedita configurazione, l’emancipazione delle donne rispetto alla religione fu fortemente incoraggiata da Atatürk che considerava questo processo indissociabile dal suo progetto di modernizzazione-occidentalizzazione. L’eliminazione del velo islamico fu così considerato sinonimo del progresso nazionale. Da allora, malgrado una legislazione tra le più liberali in seno al mondo musulmano, non si spiega il persistere dei matrimoni combinati, dei test di verginità forzati, della tolleranza dei crimini d’onore da parte delle autorità e delle diffuse violenze domestiche. “La forza della legge non è sufficiente”, insiste Gaye Petek, “Atatük ha imposto la sua visione della società, senza sufficiente pedagogia. Ribaltare delle prerogative millenarie richiede tempo. Per cambiare, gli individui hanno bisogno di essere convinti, di capire. È assolutamente necessario che le donne arrivino ad autonomizzarsi”.

Anche se è vero che il governo islamista di Recep Erdogan abbia ammorbidito la sua linea, conformemandosi ai criteri di Copenhagen, la questione di ristabilire il velo all’Università fa rabbrividire gli osservatori. Per piacere a Bruxelles, Erdogan non ha smesso di dare garanzie della sua buona volontà politica riformando le istituzioni, a scapito talvolta del principio di laicità, ormai battuto in breccia da un rifiorimento religioso. Pericoloso paradosso… con il risorgere delle donne col velo nelle strade di Istanbul, le “suffragette” orientali hanno ancora d fare sulle rive del Bosforo.