Iraq-Kerry: hara-kiri?

Articolo pubblicato il 07 giugno 2004
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Articolo pubblicato il 07 giugno 2004

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L’Iraq è ormai il tema principale della campagna americana. Ma sarà anche la più grande gatta da pelare per Kerry.

Gli Stati Uniti sono forse in piena crisi d’identità? E’ quanto lascia intendere il dibattito americano in vista delle presidenziali di quest’anno. Almeno se si punta lo sguardo alla politica estera. In gioco è ormai il fondamento stesso della politica di George W. Bush, vale a dire l’unilateralismo.

John Forbes Kerry, il candidato del Partito Democratico, se eletto, dovrà fare i conti con la pesante eredità dell’Iraq. Intanto, il nuovo “JFK” non esita a capitalizzare gli errori strategici di Bush. Kerry si contraddistinse sì per la sua opposizione alla guerra del Vietnam al suo ritorno in patria, ma l’aura di veterano di cui gode (combatté sulle rive del Mekong) gli conferisce una legittimità che Bush non possiede.

Altalenante in Senato...

Ma la posizione di Kerry sulla guerra in Iraq è difficile da sostenere. Il candidato democratico affetta una certa opposizione a come è stata condotta la guerra perché, strategicamente, è la posizione più interessante per far fronte a Bush, ma la sua tattica si traduce anche in posizioni vaghe e ricorrenti voltafaccia. Kerry ha infatti votato per l’intervento armato in Iraq l’11 ottobre 2002, quando il Senato ha dato il via libera al Presidente in carica per “disarmare Saddam”. Per poi far parte dei 12 senatori (su 100) che hanno rifiutato, nell’ottobre 2003, di accordare la richiesta di un aumento del budget, di 87 miliardi di dollari, presentato dalla Casa Bianca. Fino ad annunciare, il 13 maggio 2004, che avrebbe votato a favore di un ulteriore aumento di 25 miliardi. Per poi tacere sull’assenza di armi di distruzione di massa e sullo scandalo delle torture.

Nei comunicati-stampa, John Kerry è però presentato come un apostolo del multilateralismo e un eurofilo convinto. L’accento è posto sulla carriera di fuoco di suo padre, Richard Kerry, diplomatico di carriera, appassionato di diritto internazionale; si insiste sulla “rivelazione del Mekong”: la rivelazione della relativa supremazia della potenza americana.

Dal pantano vietnamita a quello iracheno…

Dalle promesse elettorali allo studio ovale, infatti, le promesse saranno difficili da mantenere. La gestione della crisi irachena si rivelerà molto più complicata dal gennaio 2005 (inizio della nuova amministrazione) che nei meeting elettorali di questi tempi.

In effetti, sarà difficile assumere responsabilità concrete in Iraq, come la ricostruzione, e nel contempo ridurre una presenza americana la cui impopolarità in Medio Oriente non farà che crescere. E’ probabile quindi che Kerry cercherà di disfarsi delle responsabilità USA sfruttando i meccanismi del multilateralismo.

Il suo leitmotiv è in effetti quello di permettere alle Nazione Unite un maggior controllo della situazione. Vale a dire che, avvalendosi di una forma di governo più legittima, gli Stati Uniti si libererebbero dall’obbligazione di gestire un Iraq alle prese con difficoltà politiche e tensioni comunitarie crescenti. Tuttavia l’ONU non è li per raccogliere i cocci, e rendendosi più presente e visibile in Iraq, le Nazione Unite legittimerebbero una situazione di fatto la cui conformità col diritto internazionale suscita non pochi dubbi, e che proprio l’ONU aveva condannato abbandonando l’Iraq dopo l’attentato dello scorso 19 agosto contro la sua sede.

Il 30 giugno dovrebbe aver luogo il trasferimento della sovranità. Se si dà ascolto ai dibattiti elettorali in corso negli Stati Uniti, la riduzione delle truppe USA nel Golfo dopo questa data dipenderà dal risultato delle elezioni. Ma Kerry possiede i mezzi per mettere in pratica le sue promesse? Non si può che dubitarne.

Supponendo l’improbabile, il ritiro delle truppe USA dall’Iraq – obiettivo verso il quale si dovrebbe tendere – si tratterebbe, a termine, di una svolta nella politica estera americana, ma sarebbe anche una sfida sul piano dell’identità e della memoria per il popolo americano: come accettare questa sconfitta, e soprattutto riconoscere i propri errori, accettare di guardare in faccia il cinismo dei propri dirigenti? Perché in effetti non esiste alcun dubbio sul fatto che i cittadini americani fossero, per la maggior parte, sinceramente convinti che la motivazione principale dell’intervento in Iraq fosse quella di lottare contro il terrorismo islamico e di liberare un popolo da un dittatore sanguinario.

Ed è qui che ritroviamo tutta la “sottigliezza” della politica estera americana, quella di legittimare la realpolitik appellandosi a dei sentimenti nobili. E’ quest’eredità in termini di identità, che Kerry avrà più difficoltà a gestire: immaginarsi innocente dopo il Vietnam gli ha sicuramente richiesto un grande sforzo, cercare di riunire intorno alla sua immagine di finanziatore della libertà tutto un popolo, gli causerà molte preoccupazioni…