Iraq a rischio Sharia?

Articolo pubblicato il 06 giugno 2005
Articolo pubblicato il 06 giugno 2005

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Il Grande Ayatollah al-Sistani chiede l’introduzione della sharia nella nuova Costituzione. E risveglia i timori di un’islamizzazione dell’Iraq.

In Iraq si profila lo scenario inquietante di una Costituzione di taglio islamista: la legge tradizionale islamica, la sharia, potrebbe essere proclamata l’unica fonte di diritto nella nuova Costituzione irachena. Nelle elezioni parlamentari tenutesi alla fine dello scorso gennaio l’Alleanza Irachena Unita sciita ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, e di conseguenza avrà molta voce in capitolo nella stesura della Costituzione, prevista per la fine di luglio. La coalizione sciita è forte inoltre dell’appoggio del Grande Ayatollah Ali al-Sistani, una delle personalità sciite più influenti in Iraq. Tuttavia all’estero l’anziano signore con il turbante nero e la barba bianca ricorda i vicini rivoluzionari iraniani, e risveglia il timore che gli sciiti possano introdurre in Iraq, democraticamente, il modello teocratico dell’Iran.

Gli islamismi non raccolgono un ampio consenso

Il dibattito sul ruolo dell’Islam si incentra sullo status giuridico della sharia. La Costituzione ad interim dell’aprile 2004 l’ha citata come una delle fonti del diritto: le leggi non possono entrare in contrasto con la legge islamica ma, allo stesso tempo, devono essere conformi alle moderne libertà fondamentali. Tuttavia gli islamisti vogliono che la sharia venga adottata come unica fonte. Ma si può discutere sulle conseguenze che questo avrebbe. L’esempio del paese vicino mostra che citare la sharia non significa necessariamente applicarla. Il modo in cui viene tradotta nelle leggi e viene interpretata e applicata dai tribunali dipende dalla volontà dei politici. Senza un forte movimento islamistico, dunque, la clausola costituzionale rimane senza conseguenze.

E in Iraq non esiste un movimento organizzato islamista di massa, poiché sotto il regime dei socialisti e del partito secolare Baath tutte le forze politiche dell’opposizione sono stati soppresse. Diversamente dai Fratelli Musulmani in Egitto e in Giordania, dagli Hisbollah in Libano, Hamas in Palestina o la Jamaat-i Islami in Pakistan, movimenti che con i loro ospedali, le loro scuole e moschee hanno costruito uno stato parallelo ed esercitano un influsso significativo in ambito politico e sociale, l’islamismo in Iraq non possiede un largo seguito.

L’ascendente di al-Sadr è in declino

Anche se il gruppo terroristico di al-Zarkawi – il braccio locale di al-Qaeda – o del radicale Muqtada al-Sadr, l’ala militante degli sciiti –, hanno un peso alquanto limitato, bisogna comunque non sottovalutare il significato degli islamisti a livello sociale e i loro sostenitori tra la popolazione. Il giovane al-Sadr, che deve la sua autorità e popolarità soprattutto al padre, che ha svolto un ruolo di primo piano nella resistenza contro la dittatura, ha già ampiamente compromesso il favore di cui godeva a causa dell’eccessiva violenza. Un altro fattore che ha inciso a questo proposito è stata la sconfitta nella lotta per il potere contro al-Sistani. Nella comunità sciita il Grande Ayatollah di Nadjaf gode non solo di una grande autorità nelle questioni teologiche, anche in politica la sua parola ha un certo peso. E così il suo appello alla non-aggressione, cooperazione e partecipazione alle elezioni ha contribuito ampiamente a far sì che le regioni sciite restassero prevalentemente tranquille.

Teocratico no, ma arci-tradizionalista sì

La vittoria degli sciiti permette adesso ad al-Sistani di esercitare un’influenza diretta sulla Costituzione in fase di elaborazione. Tuttavia l’Ayatollah si è sempre definito contrario a un ruolo politico dell’Islam secondo il modello iraniano, dove le autorità religiose hanno l’ultima parola anche in campo politico. Che la classe religiosa eserciti il potere politico rappresenta un’innovazione teologica, e contraddice apertamente la tradizione sciita del quietismo, che predica una separazione netta della religione dalla politica.

Il timore che al-Sistani possa introdurre un regime islamico è dunque infondato, ma non ci si può nemmeno aspettare da lui una società moderna e laica. Nonostante le sue idee politiche moderate, infatti, al-Sistani rappresenta pur sempre una visione del mondo rigorosamente religiosa e arci-tradizionalista, che concede poca libertà soprattutto alle donne. Anche se una costituzione basata sulla sharia potrebbe non avere conseguenze immediate sul sistema giuridico iracheno, tuttavia sarebbe un indicatore dei rapporti di forza politici nel Paese. Nel caso in cui l’Islam politico acquistasse maggiore peso, ciò potrebbe spianare la strada a misure a favore dell’islamizzazione della società.