Iran, match ball per i conservatori

Articolo pubblicato il 23 giugno 2005
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Articolo pubblicato il 23 giugno 2005

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Con la vittoria più che probabile di Rafsanjani nel secondo turno delle presidenziali iraniane del 24 giugno, ai conservatori è riuscito un colpo perfetto.

Il secondo turno delle presidenziali in Iran del 24 giugno è già una vittoria per i conservatori. All’estero c’è l’illusione che il paese elegga il meno conservatore dei candidati, ma all’interno del paese il confronto tra due conservatori nella corsa finale evidenzia quanto il riformismo sia ormai irrilevante nello scacchiere politico.

Il regime in posizione di forza

Nonostante le denunce di brogli e di contraddizione dei principi dell’Islam ad opera dell’Ayatollah Mehdi esiliato in Germania, le élite conservatrici dell’Iran sono uscite vincitrici da queste elezioni dopo alcuni anni di difficoltà sia in politica interna che estera. Innanzitutto nel primo turno nessuno dei candidati rilevanti ha accennato all’ipotesi di frenare i programmi nucleari. Inoltre i mullah possono affermare davanti all’opinione pubblica interna ed estera di aver provocato delle elezioni con maggior dinamismo sociale e miglior competenza politica, poichè il voto non era mai stato prima così equilibrato: non c’era mai stata la necessità di un secondo turno. Infine il regime iraniano mostra l’intenzione di dare l’esempio a tutta la regione quanto alla possibilità di organizzare elezioni senza l’aiuto o l’interferenza di potenze straniere. E senza autobombe.

Il carpe diem dei giovani iraniani

Ma tutto ciò lascia il tempo che trova se – come accade – i cambiamenti, in Iran, restano di facciata. Forse è per questo che i giovani iraniani non si interessano di politica. Certo per un inglese o un italiano non sarebbe facile divertirsi in Iran. Ma, per la gioventù locale, si vive una volta sola. Non lotta con energia per le libertà e l’apertura ma, approfittando della crescita economica che vive il paese dovuta all’aumento del prezzo dell’energia esportata come il petrolio –adesso preferisce dedicarsi a sfruttare i beni materiali e divertirsi. Come in tutte le società in cui soffia l’aria di cambiamenti che non soddisfano le aspettative, la gioventù si è disinteressata della vita politica: dopo otto anni di governo del riformista Khatami, i giovani non apprezzano l’apertura maggiore né tantomeno mettono in discussione la preminenza degli ayatollah.

Questo disinteresse dei giovani è la suprema vittoria dei conservatori, perché di fatto questa è una generazione che non creerà problemi. Non pensiamo però che si tratti di qualcosa di originale dell’Iran: di fatto è successo lo stesso con la costruzione europea, e successe già nei paesi che recuperarono la democrazia negli anni Settanta, dopo una corsa alla considerevole democratizzazione. È anche ciò che in Spagna venne chiamato “cultura del disincanto”. Questa esperienza quindi in Iran non ha ragione di provocare un regresso grave. La crescita economica abituerà gli iraniani a esigere ogni volta più comodità in quanto faranno l’abitudine ai beni materiali. In fin dei conti, non è illecito pensare che il conservatore Rafsanjani sorprenda e procuri riforme senza che i mullah sentano in pericolo il loro modello di paese e possano conservare il protagonismo di queste riforme.