Iran: la diplomazia affaristica degli europei non pagherà

Articolo pubblicato il 25 novembre 2004
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Articolo pubblicato il 25 novembre 2004

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L'Europa sembra aver riscosso un gran successo nella crisi nucleare iraniana. Eppure le avances europee non rappresentano un’alternativa credibile al militarismo USA.

I tenaci sforzi diplomatici dell’Europa a 3 sembrano aver dato frutto: Gran Bretagna, Francia e Germania hanno potuto strappare il consenso dell'Iran, per il congelamento dei suoi programmi nucleari, almeno finché non verrà raggiunta una soluzione di lungo termine in questa scottante crisi. Da lunedì 22 novembre l'osservanza di questo accordo è posto sotto la sorveglianza dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) con sede a Vienna. Se l’AIEA si allineerà alla moratoria Ue, gli USA rinunceranno a trasferire la questione innanzi al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le sanzioni ONU come punizione verso i mullah di Teheran si dimostrerebbe un gran successo per gli europei, un successo che gli USA, con il loro bellicoso presidente George W. Bush e nonostante ogni sorta di minaccia compreso l'intervento militare, non sono stati in grado di raggiungere. Ed è un fatto evidente ai più: il soft power dell’Europa ha funzionato meglio. Ciò su cui gli americani han fallito bombardando l'Iraq, sembra esser riuscito agli europei in Iran semplicemente tramite la diplomazia: il disinnesco di un enorme conflitto internazionale con uno “stato canaglia”.

La diplomazia europea e le armi dell’America

In verità le cose stanno diversamente. In primo luogo, l'Europa ha ottenuto questo genere di risultati con l'Iran attraverso promesse commerciali plurimiliardarie. La svolta, per il regime dei mullah, è stata un’operazione tatticamente intelligente: da un lato vien così assicurata una sostanziosa fonte di denaro dall'Europa, dall’altro viene allontanata l’idea di sanzioni ben più gravi e, soprattutto, il pericolo di un intervento militare USA. E senza il rischio di far passare per un voltafaccia un’eventuale ripensamento: la rinuncia all’uranio arricchito è volontaria, non vincolante e temporanea, come reclamato da Teheran.

In secondo luogo l’Iran deve dimostrare tutta la sua serietà nell’applicazione degli accordi stipulati. Troppo spesso Teheran ha deluso e tradito i paesi occidentali. Solo l’anno scorso Parigi, Berlino e Londra avevano annunciato un accordo con la teocrazia mediorientale, per poi essere delusi dalla sua cancellazione. Le trattative per una soluzione definitiva della crisi nucleare potrebbero diventare più difficili di quanto non si pensi, dato che prima di tutto pesa il ruolo dei paesi confinanti, presidiati dagli americani, e la minaccia della bomba atomica israeliana. La guerra in Iraq, proprio come la querelle nucleare con la Corea del Nord, potrebbe aver convinto Teheran che la detenzione di una bomba atomica sia proprio il mezzo di protezione più efficace.

La lotta ai mullah evidenzia il diverso modo di trattare i conflitti internazionali che hanno europei ed americani. E Bush non ha lesinato scetticismo di fronte ai numerosi sforzi europei: l'Iran va punito per le sue iniziative nucleari, non ricompensato. Dopo l’election day USA, secondo parecchi commentatori saranno proprio i mullah radicali situati ai vertici dell’Iran, le prossime vittime sacrificali della dottrina americana del regime change, il cambiamento di regime volto a democratizzare alcuni paesi autoritari. Malgrado il suo exploit diplomatico, l’Europa ha ben pochi motivi per esultare: nuovi regimi, in futuro, potrebbero aspirare ad ottenere laute ricompense in cambio di un ritiro dei rispettivi programmi nucleari. E la diplomazia affaristica degli europei potrebbe non rappresentare un’alternativa lungimirante alle minacce (militari) americane.