Iran: a spasso con l’Europa su un’autobomba?

Articolo pubblicato il 15 febbraio 2005
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Articolo pubblicato il 15 febbraio 2005

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Da quando il paese è stato incluso nell’”asse del male”, il dialogo tra la “canaglia” e il “grande satana” americano non è più all’ordine del giorno. Al contrario gli europei tentano di negoziare. Intanto l’arsenale nucleare prosegue la sua messa a punto.

“I colloqui con la Repubblica Islamica devono andare avanti”, affermava agli inizi di novembre 2004 Javier Solana, alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea. Da un anno a questa parte gli Europei, riuniti in troika (Francia, Germania e Regno Unito) si sforzano di mantenere vivo il dialogo con i dirigenti iraniani. Con l’inizio del 2005, tuttavia, non si può far finta di non vedere come tutti gli sforzi compiuti da parte europea si siano tradotti in ben pochi risultati a lungo termine. Dopo gli ultimi due round di trattative, rispettivamente a novembre e a dicembre del 2004, l’Iran ha accettato di sospendere (ma non definitivamente) le sue attività di arricchimento dell’uranio e di “facilitare” l’accesso a tutti i siti che gli osservatori dell’agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) vorranno visitare. Per il momento, i mullah se la sono cavata piuttosto bene. Benché abbiano fatto in definitiva ben poche concessioni alla diplomazia europea, l’Iran non e’ ancora stato colpito da pesanti sanzioni commerciali.

Un arsenale sottovalutato

Per di più, nessuno, a parte i mullah ovviamente, è a conoscenza dell’effettiva consistenza dell’arsenale iraniano. Dei dirigenti che sono riusciti a tenere segreta per ben diciotto anni l’esistenza di un programma nucleare possono altrettanto bene continuare ad eludere l’attenzione del resto del mondo. Dopo la scoperta nel 2002 di un sito sperimentale di arricchimento dell’uranio a Natanz e della costruzione di un reattore nucleare ad Arak, nella regione di Ispahan dove già si svolgono attività collegate all’arricchimento dell’uranio, l’AIEA vuole scoprire i segreti che circondano gran parte delle attività nucleari iraniane. Gli ispettori dell’agenzia per l’energia atomica hanno però a disposizione nella realtà dei fatti ben pochi mezzi per verificare l’autenticità delle affermazioni iraniane. Localizzare le basi militari iraniane è diventato estremamente difficile. In seguito ai bombardamenti effettuati dalle forze israeliane contro il reattore nucleare iracheno Osirak nel 1981, gli Iraniani hanno provveduto a disperdere gli impianti per lo sviluppo di armi nucleari in tutto il paese. Alcune basi militari nucleari sono addirittura state spostate in siti sotterranei.

Nessun mezzo concreto di pressione

Secondo fonti di intelligence americana, all’Iran mancherebbero ancora tre anni per poter fabbricare una bomba atomica. L’urgenza è dunque reale e ciò spiegherebbe l’impazienza degli Americani di fronte ai negoziati a passo di lumaca tra l’Europa e l’Iran. Ma quale alternativa propongono gli Americani? Come ha fatto notare intelligentemente lo scorso dicembre Hassan Rohani, responsabile del nucleare iraniano, anche se l’Iran figura nell’“asse del male” tirato in ballo da Bush, “non dobbiamo dimenticare che le sanzioni più pesanti contro l’Iran sono sempre state imposte da democratici. Durante il suo mandato, Bush non ha mai intrapreso azioni concrete contro l’Iran, nonostante la sua retorica molto dura”. L’America possiede concretamente i mezzi per intimorire gli Iraniani? Anche se con l’arrivo di Condoleezza Rice agli Affari esteri la minaccia di un attacco militare contro l’Iran potrebbe divenire più temibile, sembra poco probabile che gli Americani possano contemplare un’azione militare concreta contro l’Iran, per lo meno non nel 2005 a causa delle ingenti forze impiegate in Iraq. Resta ferma la minaccia sbandierata regolarmente da Colin Powell nel corso del suo mandato di Segretario di Stato, e cioè il deferimento dell’Iran al Consiglio di sicurezza dell’Onu in vista di eventuali sanzioni economiche e commerciali. Per il momento, il gioco degli Europei ha impedito agli Americani di attuare questa minaccia: i mullah hanno imparato fin troppo bene a servirsi degli Europei come un bastione contro le intenzioni americane.

Pur supponendo che il rapporto americano sul nucleare iraniano finisse dinanzi al Consiglio di Sicurezza, cosa dovrebbero temere in concreto gli Iraniani? Il portavoce del ministero iraniano per gli Affari esteri, Hamid Reza Asefi, assicura: “preferiremmo affrontare la questione nell’ambito dell'AIEA, ma non ci preoccupa affatto l’idea di comparire di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non sarebbe la fine del mondo”. L’Iran possiede un alleato di tutto peso all’interno del Consiglio di Sicurezza: la Cina. Si dà il caso che questa sia sul punto di concludere un mega-accordo sugli idrocarburi con la Repubblica Islamica. Dunque, anche se l’Impero del Mezzo à ben consapevole delle inquietudini di Washington e di Israele, sembra poco probabile che i Cinesi rinuncino a un accordo energetico inedito votando contro l’Iran nell’eventualità di una verifica del rapporto da parte del Consiglio di Sicurezza.

Finché i mullah resteranno al potere, l’Iran cercherà di sviluppare una tecnologia nucleare, ufficialmente per fini pacifici. La stampa del regime ricorda regolarmente che “nessuno fermerà il nostro programma perché l’Iran sta agendo nel suo pieno diritto”. In mancanza di sanzioni concrete applicabili contro il regime, per scongiurare il pericolo di un uso a scopi militari delle centrali nucleari è necessario fermare i mullah. Invece di cercare di risolvere la crisi nucleare ognuno dalla sua parte e a modo suo, è forse giunta l’ora che l’Unione Europea e gli Stati Uniti lavorino insieme delle soluzioni per aiutare il popolo iraniano a decidere, autonomamente e sotto un regime democratico, se desiderano o no sviluppare l’energia nucleare, unicamente a scopi civili, nel proprio paese.