Io, te e la libertà. Dialogo con Shin Dong-Hyuk

Articolo pubblicato il 01 giugno 2015
Articolo pubblicato il 01 giugno 2015

Parlare di libertà con Shin Dong-Hyuk, attivista per i diritti umani, unico essere umano conosciuto ad essere scappato da un campo di lavoro nord-coreano, esperienza raccontata nel best-seller Fuga da Campo 14. 

 “Canto la libertà difficile, mai data, che va sempre difesa, sempre riconquistata”. Questi versi oracolari potrebbero essere la sintesi migliore dell’incontro con l’attivista nord-coreano Shin Dong-Hyuk, che si è tenuto venerdì 24 aprile al Circolo dei Lettori di Torino. L’ex prigioniero, autore del libro Fuga da Campo 14 (Codici Edizioni), è stato accolto da un attentissimo uditorio di più di 150 persone, con cui ha dialogato sull’idea di libertà, le sue definizioni, i rischi che sta correndo il nostro sedicente “mondo libero”.

Il libro

Due parole sul libro, già presentato nell’edizione 2014 di Torino Spiritualità, sono tuttavia d’obbligo per evocare la cornice della serata. Scritto a quattro mani con il giornalista del Washington Post Blaine Harden, il libro ripercorre la vita di Dong-Hyuk. Dalla nascita nel più terribile campo di prigionia della Corea del Nord, figlio di una notte concessa come premio a due internati, per arrivare alla fuga, lo sbandamento in Cina e l’ingresso in Corea del Sud, dove tuttora risiede. Shin Dong-Hyuk è oggi un’attivista che attraversa il mondo con la sua storia per spingere al rispetto dei diritti umani il regime di Pyongyang. Alcuni dettagli della sua narrazione sono stati recentemente ritrattati da Dong-Hyuk, che ha però garantito sulla veridicità sostanziale dei fatti raccontati.

Ad emergere nella sua narrazione è la completa disumanizzazione di un essere (non più) umano ridotto a mera sussistenza, una dimensione in cui ogni cosa, dalle rane ai sorveglianti, si trasforma in un mezzo per tentare di soddisfare i propri bisogni più basici. L’esistenza nel campo di concentramento è il dramma che diventa routine. Una routine terribile, costellata da episodi terrificanti, come la rivelazione del piccolo Shin alle autorità del campo del piano di evasione della madre e del fratello, compiuta solo per ottenere qualche privilegio. L’epilogo assume tinte orwelliane, con i due aspiranti evasori condannati alla fucilazione.  

Imparare la libertà

La serata, non a caso inserita all’interno delle celebrazione del 70° anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, è stata ricca di spunti, muovendo dall’esperienza del personaggio e dalla specifica situazione nord-coreana, per approdare a considerazioni più globali. Considerazioni difficilmente tacciabili di retorica, considerati il profilo e la biografia di Shin Dong-Hyuk.

L’ex recluso ha affermato di reputarsi nato due volte. La prima nel campo (l’inferno), la seconda a 24 anni dopo l’evasione (il paradiso). La vita nel campo era una vita fatta di divise ed ordini da eseguire (cosa/quando/dove), senza che nemmeno i genitori sapessero spiegarsi i motivi della detenzione. Non avendo alcuna nozione di una vita diversa, era impossibile avere un metro di paragone grazie al quale sviluppare una propria introspezione, una propria identità, un proprio metro di valutazione. L’adattamento alla novità totale del mondo esterno è stato come riemergere da un’apnea che ci si era abituati a chiamare vita. Sono serviti 3 mesi di cura per gradualmente imparare a scegliere, a provare empatia per l’Altro. Lottare ogni giorno per dimenticare, per vivere al meglio, cercando di vincere gli incubi del passato. Invitato ad affrescare un proprio significato di “libertà”, l’ospite ha parlato di un’opzione di scelta applicabile a situazioni comuni: poter decidere cosa e quando mangiare, poter correre e ballare in strada, poter incontrare persone, poter pensare liberamente. Proprio quest’ultima possibilità si rivela però anche la più tragica, in quanto, una volta emancipati dalla sussistenza pura, ci si ritrova obbligati a pensare anche ai sentimenti. E tra essi immancabile spunta il dolore. Un pensiero è stato quindi rivolto al padre, comparso in televisione (probabilmente costretto) per insultarlo ed invitarlo a ritornare in patria e a smettere di diffondere bugie sul proprio paese.

In chiusura, Shin Dong-Hyuk ha dichiarato di credere che, sebbene nessuno insegni la libertà, questa sia un diritto inalienabile, inscritto nel DNA di ogni essere umano. Ovunque ci saranno persone bramose di potere, la libertà sarà in pericolo, sottoposta a limitazioni progressivamente più gravose. Il periodo storico che Europa ed Italia stanno vivendo è un’epoca di grande difficoltà sociale ed economica, ma è anche un frangente dove la libertà viene data per scontata; solo alcuni anziani rammentano ancora la vita ai tempi della repressione. Proprio questa fusione di incoscienza generalizzata e tensioni sociali rappresenta l’humus ideale, secondo Shin Dong-Hyuk, per far germogliare virus di involuzioni autoritarie. E in un baleno ritrovarsi a rivivere tangibilmente la differenza atroce tra parlare di libertà e lottare per ottenerla. “Freedom is not free”, conclude Shin.