Io, stagista tedesca "persa" in quel di Praga

Articolo pubblicato il 25 marzo 2015
Articolo pubblicato il 25 marzo 2015

Tirocinio a Praga. Lara ha vissuto a un passo dal fiume Moldava, ha incontrato il famoso artista ceco David Černý e, girovagando per la città, ha assaporato atmosfere di altri tempi.

Ah, Praga. Quando ci penso, mi viene in mente soprattutto una cosa: la storia dell'alloggio. Perché quella dell'alloggio naturalmente non è stata solo fortuna. Una cosa simile non esiste proprio. L'ultima volta che ho fatto un tirocinio, a Parigi, ho vissuto in un ex bordello. Esatto: 12 metri quadrati con quattro pareti a specchi. E poi, sì: si affacciava un boulevard molto frequentato. E ancora: tutto questo per 500 euro!

A Praga è tutta un'altra storia. All'inizio passo una settimana da un Couchsurfer senza sapere dove andrò a finire. Finché poi, un mezzogiorno di luglio, sono seduta nel cortile interno del Goethe Institut a pranzare coi colleghi. E la contabile all'improvviso fa: «Ma tu cerchi un alloggio, giusto? Allora perché non prendi l'appartamento al quarto piano?». Infatti: perché non prendo l'appartamento al quarto piano? E mi trovo davanti una stanza confortevole tra la cucina e il bagno.

Niente a che vedere

La contabile prende l'ascensore con me, un bell'ascensore in una bella casa (bisogna assolutamente darle un occhio): stile Liberty, prima sede dell'Ambasciata bulgara e (shhh) anche della DDR. Con quattro chiavi in una mano, mi indica con l'altra la parte a sinistra: qua vive il preside dell'istituto, là qualcuno dell'Ambasciata. Poi apre la mia porta e mi stropiccio gli occhi: c'è una cucina, un bagno e tre stanze. Per metà del prezzo dell'affitto di Parigi. Come ho già detto, niente a che vedere.

Ma la cosa più bella è il calore di quest'estate. La città è piena di turisti. Il mio timing mi innervosisce. Notate bene: tutti i 'locali' d'estate se ne sono andati altrove. Quindi non conosco molti cechi della mia età. E le vacanze estive sono arrivate anche al Goethe Institut, ovvero: niente Internet.

Passo intere giornate isolata dal mondo esteriore nel mio appartamento e leggo. Per esempio leggo Die Tochter di Maxim Biller, nato a Praga. Il mio capo mi presta un po' di film cechi, così almeno, anche se non conosco i cechi, imparo qualcosa della loro cultura. Inizio con Il ritorno dell'idiota (Návrat Idiota).

E poi: cosa c'è fuori Praga, a Brno per esempio? Grazie a Sex in Brno (Nuda v Brně) capisco finalmente l'umore ceco. E poi il documentario sull'allora Presidente Václav Havel (con molte scene girate nel caffé cult Slavia!). Qui è ancora molto apprezzato da tutti. Il materiale per scrivere lo acquisto da Papelote, una cartoleria che sta proprio all'angolo: un negozio pieno di oggetti scelti con cura da dei giovani designer.

Che frase stupida

Ad ogni modo, di questa città, all'inizio, mi aveva colpito il broncio dei passanti: perché qua sono tutti così antipatici? Già, la mia guida turistica, comprata per precauzione, mi è tornata utile una sola volta (proprio in questo contesto) quando recita: «Il ceco non è simpatico, il ceco è umano».

Ma che frase stupida, eppure succede proprio così: ci vuole una settimana intera prima che il mio Couchsurfer si scongeli. Ma a quel punto diventiamo proprio buoni amici. Beviamo birra di cui (ovviamente) mi entusiasma il prezzo. Fuggiamo i turisti e i loro rumorosi Segways nel centro città: preferiamo la piscina Plavecký Stadion Podolí. È stata costruita nel 1965. Nuotiamo un po' e poi appoggiamo la testa: tra una cava di pietra da una parte e un palcoscenico dall'altra, il sapore di altri tempi mi si scioglie sulla lingua.

E poi andiamo alla Unijazz: limonata in mano, ci sediamo in silenzio sulle poltrone oppure sulle sedie imbottite. È un posto molto nascosto, prima bisogna suonare e poi salire fino al quarto o quinto piano. Tra pareti gialle piene di libri ascoltiamo musica che possiamo scegliere noi: dischi e cd a volontà.

Lost in Praha

Quasi mi dimenticavo, tra il mio scoprire e il mio gironzolare, il vero motivo per cui sono qua: per Jádu, la rivista ceco-tedesca del Goethe Institut. Una piccola squadra composta da molti autori indipendenti, della Germania e della Repubblica Ceca. Prediamo David Černý, per esempio. È stata un'idea folle, ma è uno degli artisti più conosciuti del Paese. David Černý è quello che ha costruito un'auto su quattro gambe, che ha fatto nuotare un dito medio sulla Moldava, che ha creato le due statue che pisciano davanti al museo di Kafka (che non è un granché, a proposito) e che si prende gioco dell'intero mondo dell'arte (Entropa). Ebbene sì, David Černý accetta il mio invito. Grande eccitazione. E segue una grande delusione: purtroppo da molto tempo l'artista è cosciente della propria popolarità. Un'intervista ridicola: arriva coi buchi nei pantaloni e all'inizio si siede (con mezz'ora di ritardo) al tavolo accanto. Poi parla dell'aereoplano che si vuole comprare: quattro posti ma con lo spazio bagagli, chiaro. Un'ora più tardi è già alla terza birra, il discorso che segue non merita nemmeno di essere pubblicato o messo su Internet.

Cirk La Putyka, il circo di artisti, è più interessante. Oppure la conversazione sul Prague Pride. Ah, Praga. L'ho imparato sulla mia pelle, qua bisogna prendere l'iniziativa. Soprattutto d'estate, perché la città si impigrisce. E quindi, avanti. Oppure si rimane seduti a Vyšehrad guardando la città, nel Caffé Neustadt (per osservare gli hipster, come dice la mia collega ceca) o nel Letná-Park.

Ho conosciuto per caso Jaroslav Rudiš, uno scrittore famoso qua a Praga. Per strada, tra un pub e l'altro (nel primo si lamentava che Praga non è più come una volta), dei giovani gli gridano dietro il titolo del suo ultimo libro.

A casa mi ascolto il radiodramma Lost in Praha (Martin Becker e Jaroslav Rudiš) e faccio come il protagonista: una volta vado a fare una passeggiata e rimango sveglia per vedere l'alba su un ponte. Tazza di caffé in mano, cammino lungo la Moldava, l'autista del bus mi guarda e dei turisti tedeschi mi parlano e dicono: «Ragazzi, a Berlino è tutto così sottosopra, qui no». Andiamo avanti. Spalanco gli occhi. Guardare in alto, guardare in basso, respirare. L'aria è così pura qua.

Una delle mie ultime mattine sono seduta con il mio caffé e leggo nello spazioso salotto, l'estate si sta raffreddando. Con la coda nell'occhio vedo tre uomini sul tetto di fronte: operai che mi sbirciano dalla finestra. E in quel momento lo so: è stato davvero bello essere qua.

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Hanno background differenti, sono diversi e credono in cose diverse. La loro vita può andare in qualsiasi direzione, casa loro domani può essere ovunque. Ma una cosa è certa: ad un certo punto tutti quanti faranno un tirocinio. Meglio se all'estero. Intern Nation: i ritratti dei tirocinanti e delle loro esperienze in Europa.