Invisibili e rifiutati: la comunità musulmana di Budapest

Articolo pubblicato il 13 gennaio 2016
Articolo pubblicato il 13 gennaio 2016

In seguito agli attentati di Parigi, l'Europa sta registrando una crescita dell'islamofobia. Perfino quelle comunità musulmane più piccole, a malapena percepite, devono fronteggiare le discriminazioni. Il caso di Budapest dimostra quanto questo sentimento possa essere influenzato dal Governo e dall'atteggiamento della popolazione locale. E come tutto ciò influisca sugli individui coinvolti.

Due donne con indosso l'hijab, due poliziotti e Amir, un musulmano pakistano che vive in Ungheria da tre anni. Amir si trova a fianco dei due poliziotti a bordo di un tram, nel centro di Budapest. «Guarda lì,» sente mormorare da uno dei due mentre osserva di sfuggita le due donne.

Come da abitudine durante il suo tragitto per andare a lavoro, Amir sfoglia il suo newsfeed di Twitter. Ma compiere questa semplice azione, in particolare leggendo i tweet sugli ultimi attentati terroristici avvenuti nel mondo, quando sei un uomo apparentemente straniero, con la barba, potrebbe risultare un'attività sospetta, se due poliziotti ti osservano alle tue spalle. Quindi cercando di non dare nell'occhio, Amir ripone delicatamente il suo smartphone in tasca.

Amir è uno dei pochi musulmani che vivono in Ungheria. A causa delle modeste dimensioni della comunità, nel censimento ufficiale del 2011, l'Islam non è nemmeno citato tra le religioni praticate nel Paese. Come dice Tímea Szabó, operatore umanitario, giornalista ed ex membro dell'Assemblea nazionale ungherese, «non esiste una comunità musulmana in Ungheria». Secondo i calcoli dell'Organizzazione dei musulmani in Ungheria, aggiornati al 2010, il numero dei membri della comunità si aggira intorno alle 32 mila unità. Sebbene molti migranti in transito si spostino verso nord e verso l'Europa occidentale, questa cifra è cresciuta in seguito all'enorme afflusso dell'estate scorsa.

Come dichiarato da Sulok Zoltán Szabolcs, il presidente dell'organizzazione di culto, non esiste un problema dal punto di vista legale, dal momento che in teoria l'Islam è una religione riconosciuta in Ungheria. «Tuttavia,» spiega, «a volte ci sono forti sentimenti anti-islamici.» Le minacce sono ricorrenti nelle email che arrivano alla moschea. L'esempio più lampante di violenza contro la comunità islamica risale a quattro anni fa. Durante la preghiera serale, nel parcheggio della moschea furono incendiate diverse auto. 

Anche se quella notte la Polizia intervenne e qualcuno fu arrestato, l'incidente non fu classificato come un crimine legato all'odio, solo perché non fu attaccato l'edificio in sé. «Questo è un segno che il caso non è stato preso in seria considerazione,» continua Zoltán, «a questi incidenti è assegnata una priorità minore, in confronto, per esempio, a simili fatti che potrebbero colpire la comunità ebraica. In quel caso sarebbe stato un caso ritenuto molto importante».

L'importanza del linguaggio

«Sui mezzi di comunicazione ungheresi i toni stanno peggiorando,» dice Zoltán appoggiandosi alla poltrona del suo studio. «Abbiamo deciso di non sporgere denunce o andare in tribunale contro articoli alquanto anti-islamici, perché solitamente alcun provvedimento è preso dalle autorità e sarebbe solo un spreco di denaro». L'imam sottolinea l'importanza del linguaggio nell'ambito pubblico. Non riscontra nemmeno una sostanziale differenza tra i media orientati a destra e quelli di sinistra, quando parlano della sua religione. Zoltàn sorride ironicamente menzionando il partito di estrema destra Jobbik, che era stato in precedenza "pro-Islam" «perché volevano fare amicizia con l'Iran». Crede che anche le simpatie politiche siano troppo inconsistenti, «non bisogna prenderle seriamente».

Le azioni intraprese dal Governo a maggio 2015 hanno portato la retorica nella politica ai massimi livelli. I manifesti finanziati dall'Esecutivo sono apparsi nelle strade di tutto il paese, esibendo slogan anti-immigrazione e anti-musulmani come: "Se vieni in Ungheria, non rubare il lavoro agli ungheresi!". Zoltán ritiene che questa mossa non abbia fatto altro che spingere l'opinione pubblica contro i rifugiati, ancora prima che molti di loro arrivassero nel Paese. Hanno inoltre peggiorato l'atteggiamento anche verso le altre minoranze che già abitano l'Ungheria.

Come indicato dal Governo del Primo ministro Orbán, quei manifesti facevano parte di un sondaggio sull'immigrazione rivolto a tutti gli adulti ungheresi. Dopo la conclusione del sondaggio, l'ufficio per i diritti umani dell'ONU ha duramente criticato alcuni quesiti, come ad esempio: "Sei d'accordo con il Governo ungherese quando dice che il suo sostegno debba concentrarsi maggiormente sulle famiglie ungheresi, e sui figli che potrebbero avere, invece che sull'immigrazione?". Queste domande sono state condannate come troppo allusive. Thomas è un volontario per Migszol, il Gruppo di solidarietà per migranti dell'Ungheria, e conferma questo punto di vista: «Tutto è messo disordinatamente sullo stesso piano: immigrati, musulmani, terroristi».

"Dicono che non è mai per la barba"

Secondo Amir, i musulmani si trovano di fronte anche a vari esempi di discriminazione indiretta. Quando lui arrivò in Ungheria, dopo aver lasciato un campo per rifugiati, aveva bisogno di trovarsi un lavoro. Dopo alcuni mesi di ricerca, realizzò che probabilmente non lo avrebbe mai trovato, sebbene possedesse una laurea in Scienze politiche conseguita in un'università pakistana. La sua opinione è che si trattasse di una discriminazione contro i musulmani. «Quando leggevano il mio nome, non mi chiedevano nemmeno di presentarmi per un colloquio,» spiega, «e anche se lo facevano, poi mi chiedevano di tagliarmi la barba».

Secondo Amir, non lo accettavano a causa del suo credo religioso: «Quando dicevo che non mi sarei tagliato la barba non mi davano il lavoro. Anche se trovavano sempre un'altra giustificazione, sapevo che era per la barba». Zoltán conferma che anche molti dei suoi amici musulmani, provenienti da Paesi arabi, hanno avuto difficoltà a trovare un impiego. «Prova a cercare un lavoro indossando il velo,» dice, «è molto difficile, molte aziende hanno un codice di abbigliamento in cui non rientreresti. Gli uomini non riescono a trovare lavoro per via dei loro nomi o delle loro origini».

Un atteggiamento contrastante per il futuro

Anche se incidenti di questo tipo sono preoccupanti per la comunità musulmana di Budapest, ci sono alcuni lati positivi: «Gli ungheresi non ci attaccano fisicamente finché noi non lo facciamo,» spiega Amir, «la violenza nelle strade è rara in Ungheria, per lo meno a Budapest».

«Non dimentichiamo che nella Capitale ungherese esiste ancora una società alquanto multietnica,» aggiunge Mustafa, un musulmano non praticante che vive a Budapest, «se diamo un occhiata alle città più piccole, vedremo che le persone sono molto meno tolleranti. In alcuni di questi luoghi il movimento nazionalista è molto più forte». Due condizioni sembrano essere fondamentali per un futuro più luminoso dei musulmani in Ungheria: aumentare il senso di sicurezza e sconfiggere la paura. Solo così Amir potrà leggere tranquillamente qualsiasi tweet e notizia sul suo smartphone mentre si trova sul tram.