Interventismo: un male necessario?

Articolo pubblicato il 13 aprile 2015
Articolo pubblicato il 13 aprile 2015

[OPINIONE] Di fronte ai recenti avvenimenti che hanno interessato Medio Oriente e Africa, ci chiediamo perché i governi guardino dall'altra parte mentre c'è chi soffre a causa dei massacri etnici condotti in nome della religione.

Ogni giorno che passa ci giungono nuove notizie riguardo a ciò che accade dall'altra parte del Mediterraneo, nel vicino continente. Di conseguenza, non possiamo che rimanere sconvolti davanti alle sofferenze che provano quotidianamente gli abitanti minacciati dai movimenti religiosi estremisti.

Uno degli ultimi fatti (nonché il più impressionante) è stata l'uccisione di 148 studenti dell'Università di Garissa, in Kenya. Tutti professavano la fede cristiana e sono morti per mano di chi intende cancellare tutto quel che non si adegua al loro modo particolare d'interpretare e praticare l'islam. 

L'Africa è un continente che sta cercando di adattarsi alla propria situazione attuale nonostante la fragilità delle proprie leggi e l'esistenza di governi “quasi” democratici che rimangono in carica per soddisfare gli interessi delle grandi potenze. La situazione odierna non rappresenta però una novità; ne è un esempio il massacro avvenuto nel 1994 in Ruanda, dove si ritiene che la maggioranza etnica hutu eliminò dai 500.000 a 1 milione di tutsi. Mentre questi efferati crimini venivano commessi, la priorità dei governi dei paesi sviluppati, tipo il Belgio, era il rimpatrio dei connazionali presenti nel paese, abbandonando così alla sua sorte la minoranza tutsi.

Chiaramente, eventi di questo tipo sono ormai diventati il nostro pane quotidiano. Succede così che davanti ad una situazione deplorevole ci sembra di vedere un evento che non è una novità e che in più avviene a diversi chilometri di distanza dai nostri interessi. Tuttavia, ci troviamo di fronte ad una lezione che non abbiamo ancora imparato. O peggio, che non vogliamo imparare. 

In seguito allo sterminio degli ebrei condotto dalla Germania nazista, fu duramente criticato lo scarso impegno delle potenze alleate e del Vaticano, allora guidato da Papa Pio XII, nel condannare e nell'intervenire di fronte a quel terribile genocidio. La fine della Seconda Guerra Mondiale portò alla nascita delle Nazioni Unite il cui scopo era quello di preservare la pace nel mondo, sebbene in termini pratici la sua azione non si sia rivelata troppo efficace. E qui sorge il dubbio: dobbiamo intervenire oppure è meglio lasciare che ogni popolo risolva da solo queste situazioni?

Parlare di interventismo significa parlare di Stati Uniti. Infatti, dal presidente Truman in poi, la politica estera di quel paese si è basata sulla partecipazione attiva nei vari conflitti. Nonostante l'obiettivo di allora fosse molto diverso da quello odierno – verso gli inizi e durante la prima metà degli anni '50 vi fu la lotta contro il comunismo -, non è difficile trovare dei chiari esempi che non perseguissero quelle finalità: conflitti quali la Guerra del Golfo o catastrofi naturali come il terremoto di Haiti nel 2010, tra gli altri.

Il denominatore comune è sempre lo stesso, cioè l'affermarsi economicamente. Questo fatto, insieme al fallimento di alcune delle campagne più importanti, quali la Guerra del Vietnam, è stato da sempre fortemente criticato dall'opinione pubblica e dai media. L'interventismo non è ben visto in quanto implica l'intromettersi in un conflitto estraneo dove le vite da sacrificare sono le nostre e quelle di altri civili e militari. Ciononostante, dobbiamo riflettere sul fatto di guardare più in là.

L'unica verità assoluta è che tutti siamo colpevoli di fronte a questa situazione, in un modo o nell'altro; non siamo noi quelli che premono il grilletto ma, in seguito al mondo che abbiamo creato, siamo noi che acconsentiamo e ignoriamo gli eventi che accadono ogni giorno. Tramite il cambiamento siamo in grado di rimediare ai nostri errori. Si tratta di scegliere tra l'avere un ruolo attivo nella questione oppure lasciare che altri ne subiscano le conseguenze. Ormai la faccenda non riguarda più il vantaggio che possono trarre i governi, cioè l'unica ragione per partecipare a una guerra, ma il fatto di dover scegliere tra i mali del XI secolo o una realtà carica di atrocità degna del Medioevo.

La ragione per cui i paesi più sviluppati dovrebbero essere coinvolti è quella di garantire dei processi democratici tramite i quali i cittadini possano acquisire in autonomia i diritti e doveri non concessi.

I governi non intervengono soltanto per motivi umanitari, è risaputo: ed è questo il motivo per cui occorre chiedersi fino a che punto sia necessario migliorare le condizioni di chi si trova emarginato. Il mancato intervento ci rende contemporaneamente complici delle uccisioni. E l'Europa è in grado di mostrarsi moralmente ed intellettualmente superiore davanti alla violenza e alla crudeltà: lo si è visto quando l'intero continente ha manifestato la propria solidarietà al popolo francese in seguito all'attentato jihadista contro il giornale Charlie Hebdo. Eppure, tale superiorità può diventare ipocrisia e vergogna quando i discorsi non cercano di promuovere un intervento e vengono invece utilizzati per farci apparire belli e puliti mentre altri sono sporchi di sangue.