Interstellar, ricetta di un film di successo

Articolo pubblicato il 15 novembre 2014
Articolo pubblicato il 15 novembre 2014

Meccanismi, strategie, punti di forza del successo di uno dei film più attesi di questo fine 2014, Interstellar, di Christopher Nolan.

Si può ben dire che Interstellar si costruisce attorno a un mix di componenti che fanno la felicità di tutti. E non ci stupisce più di tanto, dato che la tendenza di una parte del cinema americano -ma anche di un certo cinema europeo contemporaneo- di combinare logiche d’autore con quelle di mercato ha dimostrato di poter sfornare prodotti culturali che funzionano bene su più fronti, in più ambienti di ricezione. L’ormai notissimo e affermato Christopher Nolan, che non ha certo bisogno di presentazioni, se da un lato ha seguito nella sua carriera un filo autoriale abbastanza specifico, ovvero la cura minuziosa di dettagli narrativi e scenici, la ricorrenza di temi quali l’inganno e la percezione distorta della realtà, la costruzione di virtuosi rompicapi cerebrali (Memento, Insomnia, The Prestige, Inception), dall’altro non ha esitato a dare nuovo slancio a un filone di film di genere come quello di Batman (Batman Begins e i due del Cavaliere Oscuro), dove ha coniugato ancora una volta le sue doti da prestigitatore alla più ammiccante spettacolarità hollywoodiana. Interstellar, pur riprendendo le varie “norme” generali degli Studios, si spinge, forse, ancora oltre in questo gioco e strizza l’occhio allo stesso tempo ai fans più accaniti e ai cinefili più diffidenti, grazie a una grande opera di sintesi cinematografica. Vediamo come.

L'epopea dell'eroe americano dei grandi western 

Impossibile non notare, nell’architettura dell’opera, gli elementi classici costitutivi di un’interminabile serie di film hollywoodiani, dalla Guerra dei Mondi, ad Avatar, all’ultimo Godzilla. A partire dalla scelta dell’eroe: maschio, bianco, americano, sulla trentina, di bell’aspetto, legato enormemente alla famiglia e al lavoro, intelligente ma non intellettuale, astuto ma onesto, mai ambiguo, risoluto, pragmatico e soprattutto coraggioso. Insomma i principi reaganiani che scolpirono l’eroe americano dei grandi western: qualcuno al quale ispirarsi, ma in cui ci si può anche riconoscere. Poi, ovviamente, troviamo le componenti tipiche della struttura narrativa del film di avventura apocalittico e fantascientifico: situazione iniziale di crisi con un pericolo universale (ma la location sono sempre gli Stati Uniti) a cui deve far fronte la popolazione e/o la Terra; personaggio accompagnatore che fa comprendere al protagonista la sua responsabilità di salvatore; istituzione più o meno nascosta che coralmente e solennemente affida la missione all’eroe, il quale accetta la sfida dopo esitazioni (ha lasciato da tempo il suo lavoro, ma dopotutto resta sempre il migliore); partenza verso un luogo remoto che include un sacrificio (abbandonare i cari, ma per il loro bene); peripezie in cui viene l’eroe messo a dura prova e in cui domina l’alternanza, spesso in montaggio parallelo o in forma di flashback, di momenti di concitazione spettacolare a momenti di intimità domestica e la concatenazione frenetica di episodi di tensione/risoluzione; eliminazione dei personaggi secondari/accompagnatori; sfida ultima che implica una grande scelta personale e allo stesso tempo planetaria.

Lo spazio come dimensione sovraumana

Ma se i citati elementi sono ormai scontati in certe narrazioni e servono proprio a non disorientare lo spettatore, Interstellar non si limita a questo e non si esime dal trasformarsi in oggetto cinefilo. Parliamo, per esempio, del riferimento a 2001 Odissea Nello Spazio di Stanley Kubrick, un film di un’altra epoca (1968), ma che riunisce anch’esso la virtuosità tecnica e il respiro umano in un’opera visionaria e ambiziosa. La chiave è sicuramente il concetto di Spazio come dimensione oltreumana dove (ri)trovare risposte umane, mistero insondabile in cui si perdono le proprie coordinate, riflesso di un universo interiore che si indaga come in uno specchio alieno. Vi sono tuttavia importanti differenze. 2001 tracciava le linee di un discorso più metafisico, grazie alla presenza del famoso monolite che legava il pre-umano al post-umano come essenza del mistero e del tentativo dell’uomo di scoprirlo. Interstellar, invece, si prodiga nel dare un testo scientifico esaltante alla volontà dell’umanità di esplorare e nell’accentuare il piano sentimentale, in cui il superamento dei limiti diventa anche un’interrogazione intima sulle priorità esistenziali dell’individuo. In particolare il legame filiale. Al momento di “abbandonare” la figlioletta, il protagonista Cooper afferma che l’unico compito dei genitori è costruire buoni ricordi per i figli: entrambi però, padre e figlia, diventeranno per l’altro il ricordo, il “fantasma” affettivo necessario per la sopravvivenza. Se insomma, il viaggio nell’universo a cinque dimensioni per Kubrick serviva a condurci in un delirante e filosofico enigma, per Nolan serve a sublimare la lacerazione emotiva dell’eroe e, perché no, a strappare qualche lacrima.

In conclusione, la ricetta del film di successo non è solo legata al nome dell’autore e delle star (Matthew McConaughey, Jessica Chastain, Anne Hathaway, Matt Damon) e al marketing della promozione, ma anche a tutti questi elementi citati sopra combinati assieme e concentrati in 2 ore e 50 minuti mai pesanti o pedanti, ma tese ed emozionanti. Nonostante dunque le evidenti strategie di mercato e gli abituali schemi di rappresentazione, la spettacolarità visiva, sensoriale e sentimentale dell’universo di Interstellar ne fanno un’esperienza da non perdere per lo spettatore. Una pura esperienza cinematografica.