Infibulazione vietata in Gambia: una vittoria contro le mutilazioni genitali femminili?

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 10 febbraio 2016

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Una buona notizia per la fine del 2015: dopo che il presidente del Gambia Yahya Jammeh aveva dichiarato a novembre l’immediata proibizione dell’infibulazione, il parlamento si è mosso rapidamente adottando il 29 dicembre un primo testo di legge che prevede procedimenti penali. Resta però una questione aperta: l’introduzione di sanzioni penali sarà sufficiente a sradicare questa pratica?

L’infibulazione è una delle pratiche inclusa, nel diritto internazionale, nella categoria delle «mutilazioni genitali femminili» che consiste in una serie di «interventi che alterano o ledono intenzionalmente gli organi genitali esterni della donna senza ragioni mediche».

 Infibulazione: una pratica ancorata alla tradizione

Nella scheda informativa 241 dell’OMS è stato messo in rilievo che tra i 100 e i 140 milioni di donne e bambine sono state oggetto di mutilazioni genitali e che queste coinvolgano, in media ogni anno, circa 3 milioni di donne.  Questa pratica è in special modo diffusa nel continente africano, e in particolare in Gambia, che fa parte secondo l’UNICEF dei 10 Paesi in cui viene effettuato il maggior numero di interventi;  più dei ¾ delle donne in Gambia avrebbero subito la pratica dell’infibulazione. Ma la prevenzione è ugualmente necessaria in Europa: in Francia, ad esempio, 53.000 tra donne e bambine subirebbero questa pratica ogni anno.

Per riprendere le parole di Inna Modja, cantante parigina d’origine maliana, l’infibulazione è una pratica «di un’altra era». Infatti, sarebbe praticata in Egitto fin dai tempi dei faraoni, e prima dell’avvento delle tre grandi religioni monoteiste altrove. La principale motivazione evocata dai fautori della sua pratica attuale resta, tra le altre, la tradizione: l’infibulazione sarebbe un rito di passaggio che garantirebbe la purezza delle giovani donne permettendo loro di avere, in futuro, un buon matrimonio.

 Problematiche della lotta a questa pratica

La battaglia contro l’infibulazione non è semplice, e questo perché pone numerose questioni in materia di diritto internazionale. Ad esempio, sulla questione della consensualità: alcune donne, per rispettare la tradizione, vogliono esse stesse sottoporsi all’intervento. Che fare in materia di diritto internazionale in questo caso? Siamo in presenza di un conflitto tra il diritto alla salute e il diritto di disporre del proprio corpo. Inoltre, alcune argomentazioni portate a difesa dell’infibulazione sono le stesse con cui si giustifica la circoncisione (igiene ed estetica ad esempio), pratica diffusamente accettata nella mentalità occidentale. Perché punire l’una e non l’altra in questo caso? Le due pratiche hanno effettivamente lo stesso oggetto: eliminare per ragioni non mediche una parte dell’apparato genitale. Ma, a differenza della circoncisione, l’infibulazione rappresenta nel diritto internazionale una violazione del diritto alla salute, all’integrità fisica, alla protezione, e in casi estremi, del diritto alla vita. L’infibulazione può infatti implicare gravi conseguenze fisiche: emorragie, problemi urinari, potenziali complicazioni durante il parto, assenza di piacere sessuale, ecc. Così come pone anche seri problemi in materia di uguaglianza tra uomo e donna, dato che può anche essere praticata allo scopo di aumentare il piacere sessuale maschile.

Il Gambia ha quindi vietato la pratica dell’infibulazione, così come aveva fatto la Nigeria qualche mese prima. Il Parlamento ha adottato un testo di legge che prevede il carcere fino a tre anni e un’ammenda di 1200 euro per chiunque la pratichi. Se queste iniziative legislative sono indispensabili nella battaglia contro l’infibulazione, non sono tuttavia sufficienti.  Innanzitutto perché vengono introdotte dal Governo, quindi dall’esterno della comunità, e poi perché l’infibulazione è fortemente ancorata nella tradizione da diversi secoli. È uno dei grandi problemi del diritto internazionale: la tensione tra l’universalità dei diritti dell’uomo e il relativismo delle pratiche locali.

 Un diritto dell’Uomo o un diritto delle donne?

La seconda metà del XX secolo consacra in occidente l’universalità dei diritti dell’uomo. Il principio per cui «tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali», secondo quanto disposto dal primo articolo della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948, lascia poco spazio ai particolarismi regionali. Il problema è che, ovviamente, questo testo che consacra i diritti dell’Uomo è stato redatto da individui di genere maschile, bianchi, occidentali (e senza dubbio molto avanti negli anni). Se a ciò si aggiunge il fatto che in quell’epoca c’erano ancora imperi coloniali, si tende a credere che questi testi dalle pretese universali riguardassero di fatto solo una realtà. Oggi si riscontra lo stesso problema; Amadine Gay l’ha rimarcato qualche mese fa sul sito Slate.fr spiegando che il discorso mediatico sull’infibulazione in Europa è stato contaminato da un atteggiamento di condiscendenza da parte dell’occidente.

L’Europa e il mondo hanno già manifestato a più riprese la loro condanna contro questa pratica, attraverso numerose ONG e associazioni, così come esistono diversi testi di legge che la condannano; si potrebbe in particolare citare la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011 e il suo articolo 38 sulle mutilazioni genitali femminili.

Se è assolutamente necessario condannare queste pratiche nei testi di legge, sarebbe illusorio pensare che sia sufficiente. Non fare che questo, equivarrebbe di nuovo a manifestare quella deprecabile forma di paternalismo occidentale di cui si fa così fatica a sbarazzarsi: infatti queste iniziative restano esterne alle comunità che praticano l’infibulazione. Ciò che è davvero necessario è che siano promosse delle iniziative e degli interventi duraturi  all’interno delle comunità in questione. Si tratta si fare un autentico lavoro sul campo, di spiegare, informare, prevenire, e non di applicare divieti e sanzioni penali che non hanno senso per le persone che praticano queste tradizioni ereditate da secoli. Il cambiamento non va forzato ma innescato in maniera intelligente.