Indipendenze scozzesi

Articolo pubblicato il 22 aprile 2014
Articolo pubblicato il 22 aprile 2014

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Questa settimana alloggio al Marriot di Edimburgo. Il Marriot, uno di quegli hotel dalla reception sfarzosa e dal bagno tanto lucido da farti sentire in colpa ancor prima di entrarci. Sono al Marriot per una strana coincidenza del caso e soprattutto perché hanno la colazione inclusa nel prezzo. Ed una colazione scozzese è una di quelle robe che ti ci vuole una settimana di palestra per digerirla. Ammesso che uno in palestra ci vada ovviamente. Tra uova strapazzate, fagioli, salsicce e pancetta, vien fuori uno di quegli inizi mattinata che ti fan venir voglia di tornare dritto a letto. Ma del resto anche questa è Scozia. O almeno credo.

Edimburgo. Edimburgo è probabilmente la città meno scozzese della scozia. Cosí come Londra, del resto, è la città meno inglese dell'Inghilterra. È la città degli immensi palazzi gotici che sovrastano e circondano ogni angolo ed ogni marciapiede. Il gotico degli archi a sesto acuto e dei palazzi incrostati di tempo e polvere che pare da un momento all’altro ne venga fuori un Frankenstein mal vestito. Ed infatti a pensarci bene Frankestein qualcosa di scozzese ce l’ha. E quel qualcosa sono i paesaggi. Con un po’ di fantasia Edimburgo è come una torta nuziale. Tutta panna intorno ed una bella montagna nel mezzo. La montagna in questo caso è l’Artur’s Seat. Una delle tante montagne in cui si crede sia nata la leggenda di Re Artù, e della spada nella roccia e dei cavalieri di Camelot. Senza creare false aspettative, se sarete così pazienti da salirci in cima, dopo una mezz’oretta di camminata, non troverete nessuna spada nella roccia, né tantomeno nessun castello. Ma avrete una meravigliosa vista di tutta la città. Di quelle che quando ve le manda qualcuno o credete sia una cartolina, o che l’abbia fatta scattare a qualcun altro. Ecco quel genere di vista sulla città. Lo stesso genere di panorama che troverete nel libro di Frankestein, perché è proprio da qui che ne è stata tratta ispirazione. Ma come diceva quello col carretto quando il mulo gli si fermò in mezzo alla strada: tiriamo innanzi.

Cammino per le strade di Edimburgo, parlo con la gente e scopro che quest'anno la Scozia vota per l'indipendenza. L’Indipendenza dal Regno Unito. Indipendenza perché indipendente piace. Indipendente è bello. Perché l’indipendenza riscalda gli animi. I cuori. Indipendente trascina le folle. E se non le trascina, perché a molti scozzesi molto probabilmente dell’indipendenza non importa un bel niente, allora occorre trascinarli. E infiammarli. Perché c’è qualcuno che quell’indipendenza la vuole davvero. Attesa. Desiderata e sperata per anni. E come mi dice Darrek, uno psicologo di Inverness: ”Loro sanno che questa storia dell’indipendenza è adesso o mai piu”. Derrek mi racconta dei ragazzi che si trascinano per le strade, alle manifestazioni, sventolando bandiere, urlando cori e inneggiando all’indipendenza. Mi racconta di come la maggior parte di quei ragazzi non abbiano la benché minima idea di cosa voglia dire l’indipendenza dal Regno Unito. E di come siano solo manipolati e fomentati da chi l’indipendenza la vuole. Ma cosa vuol dire che la Scozia diventa indipendente dal Regno Unito? E dall’unione europea? Non credo di saperlo. Ed anche se lo sapessi sarei forse la persona meno indicata per parlarne. Scriverne. O raccontarne. La Scozia inneggia all’indipendenza ed io penso che in fin dei conti non importa

se per colazione mangi cornetti o uova fritte, né quale sia il tuo fuso orario, né se le finestre da cui guardi la strada siano rotonde o quadrate. C’è sempre quel sottile filo invisibile che ci accomuna un po’ tutti. Sempre.

Sono stanco, torno in albergo. Guardo il bagno, ed è di un lucido che abbaglia. Risplende. Tiro un sospiro di rassegnazione. Entro e chiudo la porta dietro di me.