In terra di ciechi gli orbi son re

Articolo pubblicato il 23 aprile 2002
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 23 aprile 2002

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

I risultati del primo turno delle elezioni presidenziali in Francia si potevano prevedere, a causa di una campagna disastrosa: per la politica e per i media.

Con i risultati dell'elezione presidenziale francese, i cittadini dovranno quindi bere il calice fino all'ultima goccia. Ci sono infatti delle sere d'elezione nelle quali sconfitta e vittoria hanno un gusto simile, quello dell'amarezza, tanto per gli uomini politici che per gli elettori. Comunque si abbia votato, per gli uni o per gli altri al primo turno, il fatto di non avere altra scelta, per il secondo, che quella di pronunciarsi contro la xenofobia, la demagogia, l'intolleranza, la violenza e l'odio, genera un profondo sentimento di frustrazione. Assistere all'avvento democratico (al secondo posto, per fortuna) di un uomo che simbolizza l'esatto contrario di tutti i valori che il suo paese ha avuto la pretesa di diffondere nel corso dei secoli, fa desiderare l'esilio.

"Ma come è potuto succedere tutto ciò?" - potrebbero chiedersi le nostre élite politiche. Credere che lo faranno, però, vorrebbe dire dimostrare una fiducia idealista il cui requiem è stato purtroppo suonato la sera del 21 aprile. Credere che i media francesi lo faranno con loro - mentre la loro totale mancanza di spirito critico, nutrita dal culto dell'istantaneità dell'informazione, e la loro aspirazione monomaniaca allo scoop e alla frase d'effetto, è una delle cause della mediocrità di questa campagna - sarebbe un'altra utopia. Come comprendere allora questa Caporetto democratica?

17,2% di fascisti in Francia?

E' difficile credere che gli elettori pronunciatisi per Jean-Marie Le Pen siano tutti xenofobi, intolleranti e pieni di odio nei confronti del loro prossimo. Senza negare la nocività del loro voto, dobbiamo tuttavia provare a comprendere che cosa esso esprima. Ora, da anni or sono, Jean-Marie Le Pen ha fatto dell'insicurezza la sua merce elettorale e, grazie all'azione di numerosi fattori (soprattutto mediatici), questo tema è sicuramente divenuto una delle priorità dei francesi. Priorità immediatamente cavalcata dai principali candidati, pur non avendo saputo gestirla quando erano al potere durante tutti questi anni - cosa che può spiegare la loro conseguente mancanza di credibilità. Si aggiunga poi che, in seguito alla scissione del Fronte Nazionale, Le Pen ha considerevolmente smorzato i toni della sua retorica, allargando la sua base e lasciando a Mégret [fondatore del Movimento Nazionale Repubblicano, estrema destra], la possibilità di apparire come lo spaventapasseri fascistoide d'occasione.

Offrendo una retorica elettorale misurata e demagocgica, focalizzata da anni sull'insicurezza, Jean-Marie Le Pen appare dunque come una scelta credibile, per dare sfogo alla prima preoccupazione dei francesi, mentre su questo tema i suoi due principali candidati soffrono di una dubbiosa credibilità, dovuta tanto al loro allineamento opportunista che alla loro notoria incapacità nella materia. E ciò non è nulla: basti pensare ai loro miseri risultati nelle altre materie.

Una campagna elettorale miserabile

Chiunque si presenti alla magistratura suprema dovrebbe essere capace di offrire agli elettori una visione, un progetto di società che intenda portare avanti con loro e per loro e sul quale questi ultimi potranno pronunciarsi chiaramente. Alcuni si sono sempre fatti "una certa idea della Francia" [riferimento al Generale De Gaulle], altri auspicano la "grande sera" [riferimento alla vittoria ultima del Comunismo], altri ancora proponevano l'alternanza con una rosa tra le mani [riferimento al simbolo del Partito Socialista]. Ma la campagna che abbiamo vissuto era - e pochi lo hanno sottolineato - una campagna "da primi ministri": critica del bilancio e vaghezze artistiche per l'uno, difesa del bilancio e attacco sui problemi con la giustizia per l'altro. Le ideologia sono morte. Ed è davvero un peccato, verrebbe da dire, perché nessuno sa più dove sta andando: quei due, semplicemente, non ci hanno fatto sognare.

E dovevamo prevederlo, perché sono sette anni che la Francia è governata a colpi di sondaggi come si naviga a vista: è stato così con lo scioglimento [anticipato delle camere del 1997], il quinquennato [nel 2001 un referendum ha ridotto da sette a cinque anni il mandato presidenziale] e il dibattito sulla sicurezza. Mancanza d'ideologia, di impegni politici forti, di progetti di società ben definiti - si finisce per governare nel ventre molle del centro. A tal punto che non si sa più far la differenza tra sinistra e destra. L'Europa, ad esempio, in tutto ciò? Lontana nei sondaggi, quindi assente dalla campagna, quando invece proprio l'Europa avrebbe potuto essere alla base di un progetto politico forte, soprattutto nel contesto internazionale attuale.

Senza un vero progetto di società e a causa dell'onnipresenza dell'insicurezza, ecco che anche il dibattito politico vero e proprio non ha trovato spazio in questa campagna. Si assiste a delle arguzie su delle cifre, delle parole (tolleranza zero, impunità zero, "ad ogni delitto la sua sanzione"), dei metodi - il tutto tra uomini di seconda linea. Nessun faccia a faccia importante, nessuna presa di posizione forte, nessun gesto che potrebbe scuotere il centrista apatico facendolo convergere verso l'altro schieramento. E che dire dei programmi, appena resi noti, così poco dibattuti, talmente consensuali che non si sa più chi proponga cosa e, per la stragrande maggioranza, piuttosto poveri quando li si paragona ai 150 punti del programma di François Mitterand nell'81.

Insomma, dei gerontocrati ossessionati dalla loro immagine e galvanizzati dalla retorica, usurati dal potere, a corto di progetti, d'idee e di convinzioni. Come logica conseguenza degli estremi - che fanno rispettivamente 12 e 20% - un'astensione al 27% e, per lo meno, una vera crisi della rappresentatività, nel peggior dei casi un disgusto profondo degli elettori per la cosa politica.

Media mediocri

Ma i nostri candidati sarebbero stati così cattivi se i nostri media fossero stati all'altezza della situazione? Oltre all'incessante martellio sull'insicurezza o l'insopportabile insufficienza di un certo numero di commentatori, nella loro stragrande maggioranza i media hanno dimostrato una costernante mancanza di pertinenza. Di fronte ad una campagna apatica e moribonda, i principali centri d'interesse giornalistici sono state le grottesche dichiarazioni di candidatura del nostro duumvirato uscente, la raccolta delle firme [necessarie per candidarsi alle presidenziali], le prime proiezioni sul toto-ministri, il valzer delle alleanze in vista del secondo turno e, ovviamente, le nefaste frasi a effetto con le quali ognuno si diletta, e che nutrono abondantemente la polemica sterile nella quale si sono tuffati, compiacenti, i concilianti e affabili commentatori politici di ogni sorta.

Cosa resta della sostanza? Quali le domande sui progetti, sulle misure, i finanziamenti, gli aspetti concreti dei programmi e il loro senso? Quali le domande sull'Europa, la politica estera, la regolazione della globalizzazione, l'ecologia? Perché non si sono lasciati esprimere i candidati, illuminando gli elettori, accogliendo e regolando il dibattito politico, lasciando agli uomini politici la cura di seminare la contraddizione tra di loro? Invece di accogliere una tale logica, tutti hanno allegramente polemizzato su dei temi secondari e per nulla interessanti, con arroganza. Di fronte alla vacuità delle loro proposte, i candidati hanno incontrato solo la vacuità dei commenti.

Di fronte a delle élite politiche e mediatiche mediocri, Jean-Marie Le Pen, con un risultato in aumento solo del 4,3%, non ha avuto difficoltà ad imporsi come il solo candidato credibile, quando invece la molteplicità delle candidature [16] portava ad un ulteriore indebolimento dei suoi avversari.

Auspichiamo che nella prospettiva dei prossimi scrutini, i nostri dirigenti e i nostri media ritrovino il loro ruolo, prendendo in contropiede l'attitudine che ha portato a questo risultato nocivo tanto per loro che per la Democrazia, la Francia e i francesi. Sfortunatamente, alla luce dei primi commenti, non tutti hanno capito il messaggio.

Poveri noi, che dovremo scegliere di offrire cinque anni d'immunità penale a Jacques Chirac, quale prezzo del rifiuto dell'intolleranza e del razzismo. Povera Francia, a chi dai tu il potere?