In poche parole, diciamo così: brutture linguistiche in Europa

Articolo pubblicato il 05 giugno 2013
Articolo pubblicato il 05 giugno 2013
Modi di dire logorati dall'uso, espressioni che s'intrufolano quasi automatiche nella lingua parlata, brutture linguistiche che sporcano la conversazione. Un tour delle parole più abusate e insopportabili nelle lingue d'Europa.

Come diceva Italo Calvino, la lingua parlata è sgraziata. Lui stesso preferiva esprimersi per iscritto, per evitare di apparire vago, impreciso, superficiale, maldestro, per sfuggire alle ripetizioni e ai modi di dire più convenzionali che assediano l’oralità. Una trappola linguistica della quale sono vittime, il più delle volte, soprattutto gli stranieri che, nella vana speranza di assomigliare ai nativi, finiscono per ripeterne le brutture lessicali.

Calvino aveva immaginato una lingua leggera, rapida, esatta, visibile e molteplice. In poche parole, diciamo che non è assolutamente così

Gli intercalari e le imprecisioni linguistiche sono una costante in tutte le lingue d'Europa. E, tra le espressioni più abusate e insopportabili, ci sono quelle utilizzate per manifestare meraviglia: C’est mortel, questo è come i francesi esprimono il loro apprezzamento, un modo di dire che richiama il polacco masakra, letteralmente "massacro", che manifesta meraviglia o sgomento per qualcosa di inaspettato. Stessa funzione, e stessa personalità antiquata, del tedesco Hola die Waldfee, una sorta di saluto a una fantomatica fata della foresta, esclamazione démodé per dirsi basiti. 

Al di là dei Pirenei, prolifera guay per definire tutto ciò che è cool, termine tuttavia ancora tollerato dai nativi. Non si potrebbe dire lo stesso in terra tedesca, dove chi osa sbottare in un geilomat (da pronunciare allungando la a) da geil, letteralmente “attraente”, “che scatena il desiderio”, o chi si lascia andare in un Tschö o ancora Tschüssikowski, variazioni del più ordinario Tschüss, o in un maldestro Aber hallo, letteralmente “Ma ciao!”, pronunciato allungando a piacere la ‘a’ o la ‘o’, incorre nel disprezzo a vita da parte dei puristi più snob.

Odiato dai nativi polacchi, ma incredibilmente usato dagli stessi, krejzol, calco dall’inglese crazy, è tra le epidemie linguistiche più diffuse per esprimere il proprio giudizio su chi sembra completamente uscito fuori dai gangheri o, per utilizzare un’altra espressione ormai inflazionata in francese à l’ouest. In italiano, i vuoti lessicali, da intendere in senso letterale, costellano purtroppo la lingua parlata, infestata da intercalari come diciamo, assolutamente, in poche parole, praticamente e altre brutture che appesantiscono la conversazione. Gli stessi che si ritrovano in inglese, dove like, literally e basically sembrano ormai appendici vere e proprie anche della più banale affermazione. 

Calvino aveva scritto le sue Lezioni Americane nel 1985, immaginando una lingua leggera, rapida, esatta, visibile e molteplice. A quasi 30 anni di distanza, in poche parole, diciamo che non è assolutamente così.

Immagine: © Toni F./flickr