In morte di Adam Smith

Articolo pubblicato il 02 gennaio 2002
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Articolo pubblicato il 02 gennaio 2002

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Dopo Enron e World Com, le mele marcie cominciano ad essere troppe: il problema è strutturale. E pericoloso.

La WorldCom è stata travolta dal più grande fallimento del capitalismo di tutti i tempi; il suo crollo coinvolge il suo valore di più di 100 miliardi di dollari, più del 10% del PIL italiano, per capirci. Il titolo WorldCom si è annullato, azzerato, e pensare che era la più grande azienda di telecomunicazioni degli Stati Uniti. Questo scandalo, come tutti sanno, ha seguito quello della Enron, della Adelphia e della Global Crossing, altre imprese leader nel tribolato settore delle telecomunicazioni della rampante economia americana. Un'economia capace di alimentare un fastidioso complesso d'inferiorità nel mondo politico-finanziario del Vecchio Continente. Ma anche un sistema vacillante, che funge pero' da modello per istituzioni sovrannazionali come FMI e BM, che poi lo impongono alle economie dei paesi in via di sviluppo.

Il Presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, ha appoggiato l'approvazione di leggi più severe contro le frodi aziendali, misura che, nonostante gli innegabili progressi, odora di campagna elettorale per le mid-term elections. La legge approvata dal Congresso è stata, infatti, proposta da un democratico, Sarbanes, e dai democratici supportata con forza anche quando le dimensioni dei furti perpetrati dalle società statunitensi sembravano contenute: è un chiaro segnale dell'incompetenza con cui il governo (segretario del Tesoro O'Neill in testa) sta gestendo la crisi dei mercati.

Bush, che si presenta ora come il presunto moralizzatore della "corporate America" è stato protagonista, nel suo relativo piccolo, di una discreta truffa, avendo venduto le sue stock options della Harken Energy (di cui era a capo) sei mesi prima che il loro valore crollasse.

Il suo vice, Dick Cheney, prima si è rifiutato di far visionare al Congresso dei documenti importanti sul fallimento di Enron, i cui dirigenti erano suoi ottimi amici e generosi sponsor, e poi si è ritrovato sotto inchiesta per delle truffe contabili fatte dalla Halliburton, una società di cui era, anche lui, a capo.

L'autorità morale di un élite che governa in nome e per conto delle lobby dell'energia e delle armi, delle quali essa stessa faceva parte, è nulla. La legge sulle frodi andava approvata ben prima, e non dopo che la Sec (l'autorità di controllo finanziario americana), nei mesi passati, è stata privata di risorse.

Bush ha cercato goffamente di far credere che la Enron era solo una mela marcia, quando invece c'è da buttare mezzo raccolto.

La più grossa bugia che si può dire in questo momento è che non c'è da preoccuparsi, che si tratta di una delle famose bolle speculative che scoppiano di tanto in tanto, che i mercati erano sopra i loro valori normali di lungo periodo, e che adesso, dopo il necessario assestamento, tutto tornerà come prima.

C'è, invece, innanzitutto da considerare la responsabilità di quanti decantavano le lodi della new economy e di mercati efficienti e trasparenti; che sono gli stessi che, ex post, riconoscono che effettivamente una sopravvalutazione c'è stata, e purtroppo rimane - a vedere alcuni indicatori fondamentali, come il rapporto tra prezzi e redditi (price/earnings). Il punto è che la bolla, in gran parte, è già scoppiata.

All'inizio di quest'anno gli analisti finanziari prevedevano una situazione di lenta ripresa, che doveva migliorare nel 2003, confortati dai buoni dati macroeconomici degli ultimi mesi del 2001 e dei primi del 2002. Le imprese gonfiate della new economy erano già collassate. L'equilibrio in cui versavano le borse era però molto precario, agli occhi dei più attenti. Tre fattori esogeni erano ripetutamente citati dall'economista Turani, su "La Repubblica" come potenzialmente destabilizzanti: un attacco terrorista, una guerra all'Iraq, o la scoperta di numerose e consistenti frodi da parte di importanti aziende. Anche uno solo di questi tre fattori poteva far crollare la fiducia dei risparmiatori. Ora invece i falsi in bilancio hanno fatto crollare perfino le stesse imprese. Il risultato è che a fine marzo il Dow Jones era sopra quota 10,500. Ora è a meno di 8,000, ha perso più del 20%. Peggio è andata al più ampio S&P 500, che dal gennaio 2001 ha perso ben il 40%, di cui il 30% negli ultimi tre mesi. La fiducia dei mercati, inoltre, non è un profitto che va e viene, ma va riguadagnata con atti di coerenza, competenza e trasparenza - qualità che Bush e il suo entourage, come visto, non possiedono affatto.

Il clou è stato raggiunto quando il Presidente ha cercato di convincere i risparmiatori sul valore dei loro investimenti in crollo.

La crisi, considerando anche i fallimenti del nostro continente - tra Vivendi e Trichet - tocca il capitalismo moderno in quello che è che il suo anello debole: l'etica. L'etica affaristica (che ha radici culturalmente lontane nel tempo) ha in pratica lasciato il posto alla caccia indiscriminata al profitto di breve termine.

Ed è proprio sul postulato di quest'etica, che è quadrato il cerchio capitalista. Più di duecento anni fa, Adam Smith, nel suo "Wealth of Nations" teorizzava l'esistenza di una "mano invisibile" che, miracolosamente, guidava le azioni individuali per il bene privato verso il raggiungimento del bene pubblico. Ma le azioni individuali dei manager di Enron, WorldCom e Vivendi non fanno il bene dei risparmiatori, che perdono in media il 40% dei loro investimenti azionari. Né tantomeno di quello dei consumatori di public utilities privatizzate, o di quello dei lavoratori che saranno licenziati da numerose società coinvolte nella crisi imperante (sempre nel settore delle telecomunicazioni la Lucent ha recentemente annunciato 7,000 licenziamenti, il 13% della sua forza lavoro). Dov'è l'etica dei revisori della Arthur Andersen, che avevano il compito di certificare quei bilanci? Dov'è l'etica di J.P. Morgan e Citigroup, banche d'affari indagate per aver assecondato il management Enron?

Senza etica, la ricerca del bene privato è a danno del bene pubblico. E quest'etica - se mai sia stata preponderante - oggi vacilla. Con buona pace dei teologi del mercato perfetto, efficiente e razionale.

Decretando la morte di Adam Smith e della sua "mano invisibile" che troppo spesso ruba a risparmiatori e lavoratori, inquina il pianeta, dà armi ai popoli, sfrutta i più deboli e qualche volta ha una manetta al polso (quando è "visibile"), non facciamo altro che ridare alle teorie economiche classiche il loro vero significato: la teoria che l'uomo è egoista, amorale, e terribilmente attaccato ai soldi.