In Egitto i bloggers sfidano la censura

Articolo pubblicato il 03 maggio 2007
Articolo pubblicato il 03 maggio 2007

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Per la Giornata mondiale della libertà di stampa, zoom sul ruolo di Internet (e You Tube) nel regime di Hosni Mubarak.

Quest'anno il 3 maggio, Giornata mondiale della libertà di stampa, è l'occasione di riflettere sulla necessità libertà di espressione su Internet nei regimi autoritari. Il caso dell'Egitto è sintomatico.

«In Europa i blog commentano l'informazione, in Egitto la fanno»

«In Europa i bloggers, ovvero gli internauti che tengono un diario elettronico (blog), commentano informazioni, ma non sono loro a diffondere le notizie. In Egitto invece, oltre ad essere aspri ed attenti critici, diventano veri giornalisti d’inchiesta» dice il 38enne Julien Pain, dell’organizzazione Reporters senza Frontiere.

Nel novembre 2006 degli internauti egiziani hanno caricato su YouTube un video che riprendeva le scene della tortura del semplice cittadino Emad Al Kabir. Nel video si scorge come il commissario di polizia Islam Nabih e il suo assistente Reda Fati brutalizzano la vittima con un manganello. Il video in questione è una delle prime testimonianze contro le ingiustizie perpetrate dall’amministrazione governativa.

Recentemente, sempre su YouTube, sono stati pubblicati video registrati tramite cellulare, che mostrano brogli elettorali in occasione del referendum del 26 marzo, che verteva su alcuni emendamenti, pensati dal regime di Hosni Mubarak, piuttosto controversi alla Costituzione. La falsificazione di schede ritratta nei video mette in forte dubbio la validità della consultazione elettorale ed evidenzia la mancanza di democraticità e trasparenza nei modi e nelle pratiche del potere egiziano oggi.

Gli stati autoritari e lo spauracchio di Internet

La crescente fioritura di blog e siti per la condivisione di filmati viene percepita come un vero assalto al potere da molti stati autoritari. Ma Internet è molto più difficile da controllare rispetto ai media tradizionali, dove gli autori sono pochi e ben identificabili. On-line chiunque può trasformarsi in giornalista e scambiare con altri opinioni e materiale multimediale: tutto questo in maniera pressoché anonima.

Pain commenta i modi con cui i regimi autoritari cercano di far fronte a queste nuove minacce: «Per loro è un problema nuovo, non sanno come affrontarlo, e la maggior parte delle volte non posseggono i mezzi e la tecnologia necessaria per fare alcunché. Quando trovano un video che ritengono inadatto bloccano tutto il sito». Questo avviene in Brasile, Turchia, Iran, Cina e recentemente in Tailandia, dove lo stato ha bloccato per intero l’accesso a YouTube.

Ma questo tipo di censura di solito non è efficace e non impedisce la circolazione del materiale incriminato, giacché si verifica di solito quando questo ha già acquistato una grande diffusione. Dal momento poi che siti come YouTube sono divenuti popolarissimi, l’accordo tacito e la pratica che si è diffusa è di ripristinarne l’accesso, quando il “materiale caldo” viene rimosso, di solito dagli stessi che l’avevano caricato.

La censura su portali mediatici come YouTube avrebbe effetto solo se lo stato che volesse metterla in pratica potesse intervenire prima che il video da bloccare diventasse popolare e potesse essere concentrata su bersagli specifici, ossia singole pagine invece che interi siti.

La censura all’avanguardia made in Europe

Danny O’Brien, 39 anni, specialista della Electronic Frontier Foundation, dice che questa tecnologia è disponibile e viene già utilizzata in Europa: «Nel Regno Unito, la Telecom britannica coopera con organizzazioni non-governative come Internet Watch Foundation, che cercano siti contenenti pornografia infantile, e blocca ai propri utenti l’accesso a questi siti o specifiche pagine.

Allo stesso modo in Francia ed in Germania tecnologie d’avanguardia vengono usate per escludere, nella lista dei risultati di un motore di ricerca, pagine che hanno un contenuto razzista o vituperoso, o che utilizzano alcune combinazioni di parole riconosciute come “linguaggio dell’odio”, in inglese: “hate speech”. Se ad esempio si utilizza un motore di ricerca per localizzare un’organizzazione nazista in Francia, i risultati che ci verranno forniti conterranno solamente i collegamenti giudicati “appropriati”.

Internet vs. censura: 1 a 0

Con l’aiuto di compagnie occidentali, come British Telecom e Cisco, gli stati autoritari potrebbero adottare simili tecnologie di punta. Ma rimane il fatto che questi modi sofisticati e precisi di censura sono costosi e quanto più un paese spende nel tentativo di bloccare un certo tipo di informazione, tanto meno può investire in crescita e competitività tecnologica. È probabile che Internet resti un “media libero”, dice O’Brien, perché: «c’è una coincidenza di interessi tra i bisogni delle compagnie, degli utilizzatori e degli attivisti per i diritti umani: ossia un flusso di informazioni libero e senza ostacoli». O’Brien ritiene anche che Internet rimarrà impermeabile alla censura: «Nella lotta costante per il controllo dell’informazione su internet, per la prima volta la fortuna arride a chi difende la libertà di espressione: hanno in mano un poker d’assi».