In Bielorussia, i giornalisti spiati da Lenin

Articolo pubblicato il 12 ottobre 2012
Articolo pubblicato il 12 ottobre 2012
Se reperire fonti, smentire bugie e portare a casa lo stipendio è già difficile di per sé, risulta ancora più complicato schivare il KGB o passare da un processo all'altro per pubblicare un articolo. È questo lo scenario in Bielorussia dove i giornalisti  combattono questa dittatura post-sovietica.

La storia dell’URSS è stata una guerra contro la spontaneità: costruire il comunismo era troppo delicato per permettere che una foglia si muovesse libera al vento senza autorizzazione statale. Nel 2012, il suo creatore, Lenin (che smise di ascoltare Beethoven per paura di addolcirsi, da tanto amava la sua musica), continua ad occupare i piedistalli della Bielorussia, e non solo lui: l'enorme burocrazia che lui stesso ha inventato esiste ancora, anche se ridimensionata dal capitalismo e da una certa modernità (internet semi-libero o la possibilità di viaggiare).

Ora, invece del Partito, si parla di Verticale presidenziale: la ben consolidata gerarchia nazionale al cui apice siede Aleksandr Lukashenko. Me lo spiega l'ex candidato presidenziale Aleksandr Milinkevich: "Lukashenko guida la Bielorussia con una mentalità del XIX secolo. Se gli sei fedele, hai un lavoro". Naturalmente, questo controllo oppressivo, in uno Stato che controlla il 70% dell'economia, si ripercuote sui mezzi di comunicazione, agli ultimi posti in tutti gli indicatori mondiali della libertà d'informazione (Freedom House, RFS e CPJ, tra le altre).

In piazza della Indipendenza, nella capitale bielorussa, c'è la statua di Lenin: il primo dirigente dell'Unione Sovietica.

Ci sono tre tipi di media: ufficiali, la stragrande maggioranza per numero e tiratura, oltre al monpolio televisivo; indipendenti, fondamentalmente i quotidiani Nasha Niva e Narodnaya Volya; esteri, come il canale BelSat o Radio Raciya, installati in Polonia. Gli indipendenti sono sempre alle prese con ostacoli burocratici e hanno poco accesso alle fonti. Se lavori per un mezzo di comunicazione straniero, preparati al peggio: detenzioni, denunce e condanne per diffamazione o vandalismo. Una menzione speciale meritano quelli che fanno informazione in provincia, dove la pressione della polizia risulta facilissima.

Controllo assoluto

"Quando dice militare, G. si dà due colpetti su una spalla, come se toccasse dei gradi invisibili. Lo fa anche quando parla dell'infiltrato in redazione: un tizio che scriveva un articolo all'anno" 

I giornalisti bielorussi vivono sul palmo di una mano, che può diventare pugno da un momento all'altro. Persino quelli che lavorano nei media ufficiali - meglio pagati - sono appesi ad un filo, come sa bene G., giornalista culturale di 25 anni: "stavo preparando un reportage su una professoressa licenziata per motivi poco chiari. I suoi alunni avevano raccolto delle firme per la sua riammissione. Avevo intervistato tutti, e quando mi misi a scrivere, il rettore dell'università chiamò il mio capo, il direttore di Zvyazda (periodico culturale di proprietà dello stato, nda) e gli disse: ‘non potete pubblicare quell'articolo!’. Il mio capo si è opposto: dirigeva il giornale da 30 anni, ma era un brav'uomo, ci lasciava lavorare". Siamo seduti su una panchina di un parco circondato da giganti di cemento. Dietro G. c'è un portale dal quale non smettono di uscire poliziotti. Cambiamo panchina. G. continua con la sua storia. Mi rivela che il rettore andò a lamentarsi al governo. La Verticale, oltre a licenziare G., lo ha fatto massacrare di botte.

"Il capo mi convocò nel suo ufficio; non mi parlò in maniera chiara e diretta, però notai dai suoi occhi che faceva fatica. Sapeva che nel suo ufficio c'erano dei microfoni". Microfoni? "Si, a volte, per esempio, mi insultava per telefono, perché sapeva che era controllato. Nella pratica non ci disturbava mai e non censurava i nostri articoli: se voleva cambiare qualcosa, prima ci consultava. Però a volte doveva parlare facendo attenzione ai microfoni. Dopo il licenziamento è venuto a trovarmi, in privato. Io gli ho detto che non ce l’avevo con lui, che lo capivo, che sapevo in che paese vivevamo. Poco tempo dopo, anche lui fu licenziato. Il nuovo direttore è un militare, un pazzo". Quando dice militare, G. si dà due colpetti su una spalla, come se toccasse dei gradi invisibili. Lo fa anche quando parla dell'infiltrato che avevano in redazione: un tizio che scriveva un articolo all'anno.

Luce sulla censura

In un simile panorama di mine e oscurità, un barlume di luce c'è: è la BAJ (Belarusian Associacion of Journalists), associazione legale dedicata a promuovere il giornalismo pulito e libero attraverso seminari e convegni.

La sua presidente, Zhana Litvina, spiega la sua strategia: "È molto importante essere registrati, perché così abbiamo un canale aperto per dialogare con il Governo. La BAJ è diplomatica e flessibile, stiamo persino lanciando un progetto con membri dellaBUJ (Belarusian Union of Journalists, la sua nemesi ufficiale) e con giornalisti svedesi per parlare di etica professionale". Zhana e i suoi cercano di migliorare gli standard giornalistici di un paese poco abituato alla libertà: collaborano con professionisti stranieri, si fanno vedere nella facoltà di Giornalismo ("ben strutturata ma legata all'establishment") o si mettono in contatto, a volte in segreto, con i professori più giovani.

"Le elezioni presidenziali del 2010 sono stae il periodo più teso", continua Zhana. "Già durante la campagna, ilMinistero di Giustiziasi lamentò del fatto che davamo appoggio legale ai giornalisti. Volevano prevenire che aiutassimo quelli che sarebbero stati richiamati durante e dopo i comizi, come infatti accadde. Sette dei nostri membri furono mandati a giudizio".

Sotto i ritratti del fotografo Dzmitry Zavadski - scomparso nel 2000 - e la giornalista Veranika Cherkasava - assassinata nel 2004- il discreto ufficio del BAJ ricorda un artificiere che taglia fili dell’esplosivo, fradicio di sudore. In questo stesso momento è in corso una campagna per Anton Suryapin, studente di 20 anni, che ha passato un mese nella prigione del KGB per aver pubblicato sul suo sito alcune foto sovversive (degli orsetti di peluche avversi al regime) e che ora aspetta il giudizio. Altra sfida sono le recenti elezioni parlamentari, accompagnate, come da tradizione, da un attacco contro il libero arbitrio.

E le aspettative? Lukashenko ha sempre basato il suo potere su due cose: la pace sociale (sovvenzionata dalla Russia) e i siloviki, (i servizi di sicurezza). Dopo la crisi del 2011 può contare solo sui siloviki, e questo puzza di incertezza. Lo dice Aleksandr Milinkevich: "Lukashenko sa che lo Stato non può più sostenere l'economia, però la privatizzazione forzata metterebbe a rischio il suo potere; le imprese private sono più difficili da controllare... e nessuna dittatura si trasforma in democrazia".

Qualcuno lo dica a Lenin: solo quando è sceso dal piedistallo la libertà è arrivata in Europa Orientale. La Bielorussia è ancora in attesa.

Foto: © perfil en Facebook de Anton Suryapin.