Imporre i diritti umani

Articolo pubblicato il 05 maggio 2003
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Articolo pubblicato il 05 maggio 2003

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Con l’attuale ‘guerra al terrore’ e tutto quello che ne consegue, il tema dei diritti umani sembra esser tornato prepotentemente di moda. Spazzato via dalla nostra concezione romantica di grandeur paternalistica, è raro che si consideri come i diritti umani vengano percepiti al di fuori dell’Occidente.
In effetti nella maggior parte dei paesi riversiamo le nostre critiche per la loro supposta assenza di diritti umani, finendno così per disegnare dei contrasti assai rigidi rispetto ai nostri virtuosi standard.

Certamente, quando l’Occidente diede inizio ai lavori per la sua agenda relativa ai diritti umani nel 1945, numerose erano le barriere che vennero in evidenza riguardo la loro interpretazione. La maggior parte dell’opposizione venne dai principali paesi socialisti dell’Unione sovietica, dal sud-est asiatico e dall’Africa, che cercarono di sfidare la supposta ‘universalità’ dei diritti umani in particolare rispetto a quelli ch’essi percepivano come una scelta occidentale riguardo ai diritti politici e civili, evitando intenzionalmente di porre l’accento sui diritti economici. Sin dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989 ed il crollo susseguente dell’Unione sovietica, tale atteggiamento critico è venuto meno mentre l’Occidente consolidava il proprio consenso politico ed economico globale.

Nonostante il dibattito sui diritti umani sia spesso offuscato dal linguaggio dell’idealismo, a uno sguardo più vicino ci si accorge che sul dibattito pesa il condizionamento delle specifiche preferenze economiche ed ideologiche. Ovvero, rispettivamente capitalistiche e liberali. In più, l’esistenza di un corpus largo e stabile di norme internazionali sui diritti umani contrasta con l’inazione della comunità internazionale, o forse l’indifferenza, verso atti di genocidio (si pensi al Ruanda nel ‘92 o a Timor Est nel ‘98) e verso estese privazioni sociali, fame, AIDS e via dicendo. La spiegazione più frequente riguardo l’importanza dei diritti umani nell’agenda internazionale del dopoguerra è data dalla reazione morale contro la barbarie del Nazismo, incluso l’Olocausto, la sperimentazione medica ed i campi di concentramento. Mentre tali preoccupazioni indubbiamente forniscono parte della motivazione, tale tendenza è frutto anche di un impeto meno degno di nota, nello specifico quello di offrire una dinamica morale ad una politica straniera che legittimasse l’estensione globale del capitale occidentale a detrimento dei poveri.

Per molta povera gente, i diritti umani vengon percepiti come un’agenda di valori che sostiene l’espansione del capitale, promuove lo sfruttamento e l’asservimento. Quando gli accademici fanno delle conferenze sui diritti umani, le fanno nel tacito presupposto che i diritti politici e civili (la libertà di espressione ecc..) son equivalenti ai diritti economici e sociali (il diritto all’istruzione, la libertà dalla fame ecc). In ogni caso le forze della globalizzazione assicurano che i diritti economici ricevono un’attenzione notevolmente minore poichè essa esporta un sistema di capitalismo neo-liberale a paesi in via di sviluppo che hanno poco o nulla da dire in merito. Dopo la guerra, i paesi in via di sviluppo cercarono di definire i diritti ch’essi consideravano come imperativi, includendo il diritto all’autodeterminazione, allo sviluppo sostenibile e al controllo sulle risorse locali. I diritti economici quindi, su cui il mondo in via di sviluppo aveva posto le sue priorità, misero il non desiderabile carico di aiutare i poveri sui paesi industrializzati, sfidarono i valori liberali e sfidarono (il che è ben più importante) la santità del libero mercato. Gli Stati Uniti, rendendosi conto del potenziale sovversivo rispetto al suo potere, mise in secondo piano conseguentemente i formali discorsi dui diritti umani dichiaratamente economici e si concentrarono invece sui propri interessi, specialmente sull’espansione dei capitali; vale a dire, sull’onnipotente dollaro.

I diritti umani sono stati usati come un’idealistica facciata di idealista nella politica estera. Dopo il 1945, gli Stati Uniti ebbero disperatamente bisogno di trovare nuovi mercati per le enormi eccedenze prodotte durante la guerra. Il risultato fu un programma di diritti umani che rifletteva gli interessi dell’Occidente ed un’ideologia liberale incluao la libertà dell’individuo ed un approccio di laissez-faire, non-interventista sullo stato delle questioni economiche e sociali, ponendo le condizioni per la dominazione economica ed occidentale. Chiaramente, difronte ai bilioni nei paesi in via di sviluppo fiduciosi nello stato co me unica forma di benessere, chi si sarebbe tirato indietro? Dal settore privato, naturalmente, venne la replica. Questo processo è ciò che la globalizzazione ha diffuso. Ha espanso il ruolo degli interessi privati, mentre stati venivano costretti (di solito manifestando queste costrizioni con i “condizionali” prestiti occidentali) a tagliare i costi del welfare alle spese delle masse impoverite.

Per esempio, a noi in Occidente, insieme alle anime pie di Amnesty International , piace castigare Cuba per la sua fragrante repressione dei diritti politici e civili. Effettivamente, tale critica giustifica l’embargo statunitense che soffoca l’isola. Se non nutro dubbi sul fatto che tali violazioni siano vere e via via più ingiustificate, le nostre critiche falliscono gli obiettivi. Castro, a differenza della dittatura di Batista patrocinata dagli Stati Uniti che ha preceduta il suo regime, si è curato di nutrire la sua gente e d’istruirli ad un grado più alto rispetto alla maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Secondo l’UNICEF nel 2000, il tasso di mortalità infantile a Cuba ed il livello d’istruzione della scuola elementare, per ragazzi e ragazze, era comparabile ai livelli occidentali. Lo stesso era altrettanto vero in Nicaragua sotto il governo socialista Sandanista dei primi anni ‘80, prima che il paese fosse annichilto dagli Stati Uniti e dalle sue forze mandatarie. Dopo essersi adattato alle norme democratiche ed occidentali, il Nicaragua ora compete con Haiti distinguendosi per la non invidiabile posizione di essere il paese più bisognoso dell’emisfero occidentale. Allo stesso tempo durante l’era del fervente liberismo occidentale del 1980, quando la mortalità infantile aumentò a livelli orribili in tutta l’America latina, l’unico paese che non mostrò un ambiguo aumento della mortalità dei bambini fu Cuba. È estremamente discutibile se il conseguimento di questi obiettivi sarebbe stato possibile se si fosse aperta al libero mercato e se avesse adottato istituzioni democratiche, in un momento della sua storia così fragile come nel dopo Batista, nel 1959, e in mezzo alle crescenti tensioni della Guerra Fredda in tutti gli anni ‘80. I paesi vicini che lo fecero, Nicaragua, Panama, El Salvador e altre ‘vetrine del capitalismo’, son scivolate da allora in uno stato di miseria.

Ecco perché la gente povera vede con sospetto la nostra ansiosa propagazione dei diritti umani, poiché essa non tiene conto prima dei loro problemi contingenti. Problemi che hanno poco a che fare con la libertà d’espressione, o di stampa e con le altre preoccupazioni che noi, in Occidente, possiamo permetterci. È su fame, malnutrizione, mancanza di igiene, analfabetismo infantile e sviluppo di malattie che decimano popolazioni intere. Solo quando le organizzazioni sui diritti e le agenzie occidentali cominceranno a rivolgersi prima a questi problemi, i nostri nobili ideali diverranno credibili agli occhi dei poveri.