Immigrazione zero? Non in Europa

Articolo pubblicato il 26 aprile 2004
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Articolo pubblicato il 26 aprile 2004

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Una risorsa, non una minaccia. Così vedono l’immigrazione i giovani esponenti politici che abbiamo intervistato. Il distacco con la generazione al potere è lampante.

Un tempo terra d’emigrazione, l'Europa è diventata oramai un continente d’immigrazione. Nel 2002, erano 15 milioni gli stranieri residenti su un territorio europeo abitato in tutto da circa 370 milioni di abitanti. Sotto l'effetto della globalizzazione, i flussi migratori si diversificano tanto a destinazioni finali, quanto nella loro composizione (con un aumento delle migrazioni qualificate, femminili e clandestine).

La politica europea d’immigrazione si è finora limitata esclusivamente al controllo delle frontiere e alla lotta all’immigrazione clandestina. Per Arnt Kennis, vicepresidente dei Giovani Popolari, quest’ottica è indispensabile per continuare a lottare contro la criminalità e contro il terrorismo, ma molto inadatta a regolare i flussi di rifugiati. Il Verde Jacopo Moccia denuncia gli effetti controproducenti di queste “politiche repressive, centrate sulla dissuasione, sulle restrizioni e sul rimpatrio forzato”.

Una risposta a queste necessità: l’apertura delle frontiere

Una voce si leva unanime: chiudere le frontiere è incompatibile con le realtà delle società europee. Tutti i rappresentanti sottolineano il bisogno di manodopera straniera davanti all’evidente penuria che tocca alcuni settori commerciali. A ciò poi si aggiunge il processo di invecchiamento della popolazione europea. Moccia mette in evidenza come la popolazione attiva dell'Europa dei 25 dovrebbero passare dagli attuali 303 milioni ai 297 del 2020, fino a scendere a 280 milioni nel 2030. Di qui, l’apporto degli immigranti appare indispensabile per sostenere la crescita economica, per colmare lo squilibrio demografico ed assicurare anche per quel tempo la sopravvivenza dei nostri sistemi pensionistici e di protezione sociale in generale. Ciò fa dire ad Ief Janssens, vice-presidente dei Giovani Socialisti, che “gli immigranti costituiscono una fonte di ricchezza culturale e sociale per il continente europeo”.

In questo contesto, Aloys Rigaut, dei Giovani Liberali, mette in risalto la possibilità di “un’apertura controllata delle frontiere” mentre lo YEPP incoraggia l’Unione europea a facilitare l’ingresso dei lavoratori stranieri per la creazione di un canale di immigrazione legale, distinto come in Canada dal sistema dell’asilo politico. Davanti a questa concezione strumentale dell’immigrazione economica, il rappresentante dei Verdi afferma invece che l’Europa deve anche riconoscersi come terra di asilo.

Si trovano dunque in comune accordo questi rappresentanti, circa il modo di render concreta questa linea di policy attiva sull’immigrazione a livello europeo?

Europeizzare la politica d’immigrazione e di asilo

Per loro la dimensione europea è comunque la più pertinente ed efficace per regolare i flussi migratori nella cornice del Trattato di Schengen.

Le loro attese si congiungono a una politica di asilo comune che armonizzerebbe lo statuto dei rifugiati e le procedure di accoglienza di coloro che richiedono asilo nell’UE. I Popolari vedono in questo soprattutto un mezzo per combattere efficacemente il fenomeno dell’“asilo shopping”.

L’azione comunitaria dovrebbe mirare poi a garantire alle persone ammesse sul territorio europeo gli stessi diritti e gli stessi doveri dei cittadini europei, ivi compreso il diritto di voto. Questa posizione è condivisa da liberali, verdi e socialisti. Questi ultimi insistono anche sul rispetto della vita privata e familiare, ed ancora sui diritti giurisdizionali degli immigrati, siano essi entrati legalmente o meno, preoccupati soprattutto dalla “discriminazione positiva”, in modo da assicurare in concreto le condizioni di uguaglianza e d’integrazione per gli immigrati.

Gli stereotipi riguardanti la natura di questa politica europea d’immigrazione, son sempre più marcati. Così i giovani liberali si appellano agli stati membri perché “armonizzino le loro legislazioni nazionali sulle condizioni di ammissione e di residenza dei cittadini residenti all’estero presso paesi terzi” valutando le necessità future a livello comunitario. Quanto ai giovani socialisti, essi si dichiarano sostenitori di una vera comunitarizzazione della politica d’immigrazione tale da “far condividere anche i costi politici, finanziari, sociali della prevenzione dell'immigrazione illegale, dell'apertura delle frontiere europee e dell'accoglienza degli immigrati”.

Per ora, queste posizioni sembrano un po’ irrealistiche, tenuto conto della grande disparità fra le legislazioni nazionali e fra i modelli d’integrazione.

In questo panorama, quali le conseguenze e le sfide dell’immigrazione per i nuovi paesi UE? I socialisti rievocano una politica solidale ma solo il rappresentante dei verdi solleva il problema cruciale della fuga dei cervelli. Per porre un tetto a questo fenomeno, questi propone di stabilire dei “contratti di co-sviluppo” (1) e invita l’UE ad agire sulle cause strutturali di questa forte domanda migratoria (disuguaglianze di sviluppo, moltiplicazione dei conflitti regionali…).

A dispetto di queste visioni relativamente unanimi, non bisogna ingannarsi: l’immigrazione è più che mai una questione politica ed una sfida per l’Europa dei 25. La capacità dell’UE di rinforzare ed orientare la sua azione comune sarà decisiva per uscire delle incoerenze di un’“Europa à la carte”, disunita, che fa il gioco delle reti clandestine e delle mafie.